RODOLFO IL GLABRO.
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CRONACHE DELL'ANNO MILLE.
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1996. ARNOLDO MONDADORI EDITORE, MILANO.
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Quarta edizione aggiornata
A cura di GUGLIELMO CAVALLO E GIOVANNI ORLANDI. FONDAZIONE LORENZO VALLA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Rodolfo il Glabro, di cui la Fondazione Valla pubblica le Cronache dell'anno mille in una fondamentale edizione critica, nacque attorno al 985 e mor attorno al 1047. Fu un monaco cluniacense, allievo di Guglielmo da Volpiano: irrequieto, nevrotico, sempre in fuga; e per questo tanto pi legato alla fede religiosa che lo schiacciava. Era un uomo colto, complicato, sottile - e fanatico, e rozzo come il pi rozzo contadino medievale. Le Cronache dell'anno mille raccontano la storia d'Europa dal 900 fino ai suoi tempi. Rodolfo  un teologo: sa che Dio  coincidenza di opposti: "immobilmente mutevole e mobilmente immutabile"; e tutto il suo libro consiste nella ricerca della mano di Dio nella storia umana. L'uomo  peccatore: forse nessuno scrittore, in tutto il Medioevo, ha una coscienza cos tremenda della malvagit dell'uomo, che n interventi celesti n pellegrinaggi n reliquie n apparizioni meravigliose possono alleviare. "Il genere umano  incline fin dall'origine al male come un cane al vomito, o come una scrofa che si lava sguazzando nel fango." Rodolfo racconta prodigi e calamit naturali, che sembrano rivelare un piano soprannaturale: orrori che la nostra fantasia ha difficolt a concepire, corruzioni, stupri, empiet, guerre, vizi innominabili, epidemie, folle; ed  convinto che il mondo si stia avviando verso la sua prossima fine. In questa trama di eventi, Rodolfo cerca un senso. A chi risale la colpa delle sventure e delle nefandezze che formano il tessuto della storia? Agli uomini, col cuore guasto e le mani insanguinate? O a Dio che, di generazione in generazione, si vendica implacabilmente dei peccatori? Ma il senso, alla fine, sfugge a Rodolfo. I nessi cronologici del racconto si disgregano, perch la stessa realt  disgregata. Mentre egli guardava e riguardava questa storia di infamie e insensatezze, forse si accorse di quanto noi percepiamo distintamente nella sua opera. I fatti da lui narrati sono figli di un destino atroce e casuale: Dio vi  completamente assente. In tutto il libro, c' un solo segno di Dio: quel passo famoso dove la terra, "come scrollandosi e liberandosi dalla vecchiaia", "si riveste di un fulgido manto di chiese".
Questo volume contiene un ricco corredo iconografico, con illustrazioni tratte da codici, bassorilievi e altre manifestazioni artstiche medievali.
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GLI AUTORI.
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Guglielmo Cavallo insegna paleografia greca all'universit di Roma La Sapienza. Si occupa di storia della tradizione dei classici e di storia del libro nel mondo antico e medievale. Ha curato una serie di volumi su Libri, editori e pubblico nel mondo antico; Libri e lettori nel medioevo; Libri e lettori nel mondo bizantino; Le biblioteche nel mondo antico e medievale.
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Giovanni Orlandi insegna lingua e letteratura latina medievale all'Universit degli Studi di Milano. Ha lavorato sul testo delle "commedie elegiache" dell'undicesimo secolo e di alcuni scritti di Abelardo; ha affrontato aspetti della cultura milanese del tredicesimo secolo, con studi su Bonvesin de la Riva e Bellino Bissolo. Autore di una monografia sulla Navigatio sancti Brandani, sta conducendo ricerche sulle leggende di viaggio nell'Alto Medioevo.
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RODOLFO IL GLABRO. CRONACHE DELL'ANNO MILLE. Storie.
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INTRODUZIONE.
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1. La formazione di Rodolfo.
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Nel libro quinto delle Storie di Rodolfo il Glabro, "un essere dall'aspetto tenebroso" dice a un monaco: "Perch mai voi monaci, diversamente da quel che fanno gli altri uomini, vi sottoponete a tante fatiche, veglie, digiuni, penitenze, canti di salmi e innumerevoli altre mortificazioni? Non  forse vero che moltissime persone, pur vivendo nel mondo e persistendo nel peccato fino al termine della vita, sono destinate a godere di quella stessa pace cui voi tendete? Per guadagnare il premio della felicit eterna, che spetta a voi in quanto giusti, basterebbe un giorno o un'ora sola. Cos mi domando perch tu stesso con tanto zelo, non appena senti la campana, balzi prontamente dal letto interrompendo la dolcezza del sonno, mentre potresti startene a dormire fino al terzo rintocco... Non avete nulla da temere: siete liberi di seguire i vostri impulsi e di soddisfare senza danno qualsiasi piacere carnale". Il sogno-visione sembra la proiezione di quell'inquietudine esistenziale che porta Rodolfo il Glabro di monastero in monastero nella Borgogna dell'anno Mille; sogno-visione fatto di immagine e parola, che percuote vista e udito (1), incrinando il propositum monastico: "Con queste e simili sciocchezze il diavolo, perfido com'era, si faceva gioco del monaco; anzi lo abbindol al punto di convincerlo ad astenersi dal partecipare con gli altri al servizio del mattutino".
Si pu rintracciare il percorso del sogno-visione di Rodolfo: esso s'incontra nella Visio Anselli Scholastici, testo fatto scrivere da Oddone di Saint-Germain d'Auxerre tra gli anni trenta e cinquanta del secolo decimoI, quando Rodolfo, dopo lungo girovagare, si ritira in quel monastero (2). E una visione che egli forse ha sentito tante volte raccontare dal suo abate (il monaco anonimo?), ma che adatta ai suoi stati d'animo, ad un mondo onirico, nel quale prendono figura le sue inquietudini e che affascina Rodolfo (3).
Quando scrive il libro Quinto delle Storie, Rodolfo - nato verso il 985 non si sa con precisione dove, ma con ogni probabilit in Borgogna -  ormai anziano, forse al riparo delle "sciocchezze", certo ancora assai turbato dai ricordi (4). Da adolescente, appena compiuti i dodici anni, era stato sottratto con la forza alle "perverse vanit del mondo"; e nella sua monacazione obbligata egli aveva mutato l'abito, "ahim l'abito soltanto, non il carattere". E dunque gli insidiosi "perch" e gli attrattivi inviti che il demone, laido, con eloquenza perfida e seducente, rivolge al "monaco", non possono essere che gli stessi che hanno travagliato Rodolfo da giovane, lasciandolo "pieno di turbamento e di confusione", fino a prostrarlo, a fargli cercare l'unica via di scampo nelle parole "Signore Ges, che sei venuto per la salvezza dei peccatori, in virt della tua immensa misericordia abbi piet di me". Si intuisce che le "perverse vanit del mondo" non hanno mai cessato di esercitare la loro tentazione sul monaco, turbandone la coscienza; di qui le ribellioni, le arroganze, le negligenze, sentite come "gravi peccati" e perci sofferte e represse. Ma anche pronte ad esplodere. Rodolfo stesso ricorda: "Per quanto i superiori e i fratelli spirituali mi esortassero per il mio bene alla moderazione e alla santit, io, col cuore ricoperto da una spessa corazza di riottosit e presunzione, rifiutavo per orgoglio di accettare quei salutari consigli. Mi ribellavo ai pi anziani, infastidivo i coetanei, opprimevo i pi giovani; insomma, a dirla franca, la mia presenza era un tormento, la mia assenza un sollievo per tutti. Infine, spinti da questi e da altri simili motivi, i monaci di quel luogo mi cacciarono dalla sede della loro comunit, sapendo d'altronde che non mi sarebbe mancato un tetto dove abitare, se non altro in virt delle mie cognizioni letterarie, come s'era gi sperimentato in varie occasioni". "Pi volte" Rodolfo  espulso dalla comunit;  costretto a cercarsi un altro monastero; ma il diavolo  sempre in agguato nei luoghi dei suoi spostamenti (5): a Saint-Lger de Champeaux, a San Benigno (Saint-Benigne) di Digione, a Santa Maria di Melleraye (o Moutiers-Sainte-Marie), la "figura ripugnante" gli si presenta verso il mattino, acquattata ai piedi del letto, o eruttata dalle latrine, o affannata su per le scale, sempre urlante. Nel ricordo di Rodolfo le visioni demoniache si intrecciano al suo richiamare febbrilmente alla memoria negligenze, colpe, trasgressioni commesse "dall'infanzia in poi". Restare a letto  dolce verso l'alba; ma il demonio grida due, tre volte "Eccomi! eccomi! io sto con quelli che rimangono qui". "Indulgere al riposo"  vizio, al pari dei "pi svariati vizi" nei quali insistono "gli innumerevoli individui" che non hanno rinunciato al mondo; e dunque, mancare alla preghiera del mattino, sottrarsi al primo obbligo della giornata, nel monaco ingenera sensi di colpa, lacerazioni, paure: "spaventato" Rodolfo balza dal letto e corre a gettarsi "ai piedi dell'altare del santissimo padre Benedetto", a lungo restando "steso e immobile".

Per vie indirette, attraverso sogni, visioni, atteggiamenti religiosi eccessivi, inseguiamo la nevrosi di una monacazione obbligata dai tempi, dalle circostanze, dagli uomini. Una nevrosi che v' ragione di credere abbia coinvolto una larga fascia dell'intelligenza del tempo, 'male oscuro' che pu assumere talora forme drammatiche e devastanti, come in Odone di Sant'Emmeram (6). All'origine v' la subalternit di ogni valore ed esperienza umani ad un sistema teologico, spirituale, pratico che viene imposto e provoca dissonanze e contraddizioni sotterranee che ogni tanto vengono alla luce; ed allora "spie pi o meno mascherate o esplicite attestano lo scarto emotivo, la ricerca di un'alternativa fantastica ed umana" (7). Peraltro Rodolfo  forse figlio di un uomo di preghiera, comunque  stato generato fuori del matrimonio: "Non avr riguardo a confessare che fui concepito dai miei genitori nel peccato; per giunta ero di temperamento molesto e la mia condotta inammissibile oltre ogni dire". In queste parole v' una relazione strettissima tra vizio di nascita e turbe caratteriali. E v' di pi: l'essere glabro rendeva Rodolfo 'diverso'; e questa 'diversit' fisica (alopecia?) non poteva non creargli tensioni ulteriori. Il primo ingresso di Rodolfo in un monastero va posto negli ultimi anni del secolo decimo e forse a Saint-Germain d'Auxerre, lo stesso in cui trascorrer i suoi ultimi anni, fondazione importante per numero di monaci e potere economico. Qui egli rester fino ad una data posteriore al io io. E possibile che il comportamento anomalo del giovane oblato abbia costretto ad un certo momento l'abate Ilderico ad 'internarlo' a Saint-Lger de Champeaux, nel territorio di Langres, una piccola dipendenza di Saint-Germain d'Auxerre fin dal 994. Nello stesso periodo sembra che Rodolfo sia stato per qualche tempo anche a Moutiers-Saint-Jean (o la Rome), altra dipendenza di Saint-Germain d'Auxerre. Entrato in rapporto con Guglielmo da Volpiano, abate di San Benigno di Digione, si stabilisce qui dopo il 1015, restandovi fino al 1030 circa, a parte un fugace soggiorno a Susa. Quella di Guglielmo fu per Rodolfo, come  stato scritto, "una figura paterna di natura positiva" (8), la quale, nel corso di un sodalizio durato circa un ventennio, valse a condizionarne l'indole, ma che non ne smuss tutti gli spigoli caratteriali, le ribellioni e le trascuranze. Fu comunque su invito di Guglielmo che Rodolfo, forse intorno al 1020, pose mano alla composizione delle Storie. Pi tardi l'irrequieto monaco si allontaner anche da San Benigno di Digione per rifugiarsi in un monastero (forse Moutiers-Sainte-Marie) (9) non sottoposto all'autorit di Guglielmo, lasciando quest'ultimo "ferito" e "amareggiato" dalle sue "colpevoli scelleratezze" (10).
V' un fatto, tuttavia, da sottolineare: gli schemi mentali di Rodolfo restano, sotto il profilo dottrinale, quelli del monaco medievale di stretta osservanza; quando Rodolfo parla di "gravi peccati" o di "scelleratezze", questi non si riferiscono mai a deviazioni dalla retta fede, dalla Chiesa-guida, nella quale egli  stato educato e della quale accetta i fondamenti fino alle sfumature. Ma il monaco del Mille, il monaco che ha accettato la riforma e l'ideologia di Cluny, ha scelto di vivere in una istituzione che costituisce una societ diversa rispetto a quella mondana, e in uno spazio dove regnano la pace, tragicamente assente dal mondo, e la vera fraternit (11). Il suo cammino progettuale  l'ascesi, il suo compito "trascinare con s tutto il popolo di Dio... verso la perfezione" (12). A questo progetto, o utopia se si vuole, Rodolfo aderisce pienamente, ma sa che entrare a far parte della societ monastica e quindi acquisire il privilegio di ricondurre l'umanit verso i pascoli celesti vuol dire - come il rituale d'ammissione in quella societ simbolicamente rappresenta - mutare identit, assumere gesti, parole, atteggiamenti, senza i quali si cambia l'abito, non il proprio essere; e sa che lo stato monacale richiede il proposito drastico della verginit, il sacrificio totale della carne (13). Soltanto a questa condizione il monaco-vergine pu, paradossalmente, diventare fecondo, fructificans, come Guglielmo da Volpiano e i Cluniacensi che, al pari di Guglielmo, seguono l'insegnamento di san Maiolo, il primo grande abate di Cluny. Da queste consapevolezze e dal timore di non corrispondervi ("Perch mai voi monaci... vi sottoponete a tante fatiche...?" insinua il demonio) nasce l'inquietudine di Rodolfo, tutta esistenziale, insistita com' sull'oscuro rifiuto di regole, obblighi, silenzi, umiliazioni, penitenze che costituiscono il proprio dell'essere monaco, il presupposto della perfezione di quella societ diversa su cui si fonda lo stesso progetto monastico. Dunque l'accettazione di quest'ultima da sola non basta: Rodolfo ne  cosciente. Verso la fine del 1031, per lui si aprono le porte della grande fondazione di Cluny, punto nodale di interessi politici, economici, culturali, uno dei pilastri del monachesimo sul tornante dell'anno Mille: al suo abate Odilone  (994-1048) Rodolfo dedicher le sue Storie, e a Cluny scriver l'altra sua opera, la Vita di Guglielmo abate (Guglielmo da Volpiano). Infine, dopo un soggiorno assai breve a San Pietro di Bze, l'ultimo asilo del monaco - dal 1036 circa al 1047, data probabile della sua morte - sar quel cenobio di Saint-Germain d'Auxerre, nel quale si ritiene sia entrato oblato nella prima adolescenza.

La formazione intellettuale di Rodolfo  quella del monaco colto dell'epoca, o meglio quella del monaco versato negli studi e nelle lettere, al quale di solito veniva affidata la 'cultura scritta' del monastero: scriptorium, biblioteca, archivio; non  un caso, infatti, che gli autori di annali, cronache, storie di estrazione monastica siano spesso scribi esperti e archivisti-bibliotecari (14). Non c' testimonianza che Rodolfo abbia svolto una tale funzione, ma di certo fin da giovane aveva imparato ad adoperare certi strumenti di quella 'cultura scritta'. Anzi, la formazione di Rodolfo dov trarre giovamento dalla sua stessa personalit irrequieta e nomade; egli viveva infatti in un'epoca in cui non esisteva una scuola istituzionalizzata, con un programma di studi unitario, ma sapere e libri si trovavano dislocati, frantumati tra pi scuole e pi maestri. La stratificazione delle conoscenze non era tanto di livelli qualitativi, ma piuttosto di tipologie, in relazione a tempi, luoghi, incontri. La prima scuola di Rodolfo era stata quella di Saint-Germain d'Auxerre, splendida in epoca carolingia grazie a maestri quali Erico e Remigio; e anche se pi tardi, tra i secoli decimo e undicesimo, un'attiva tradizione di studi era ormai tramontata, ne restavano di certo i libri (15). Mancano notizie precise su opere e autori posseduti dalla biblioteca del monastero, ma essa verisimilmente non si distaccava dalle molte biblioteche monastiche di ascendenza carolingia, assai note per conservazione diretta di manoscritti e testimonianza indiretta di inventari (Laon, Corbie), o anche da quelle di pi recente formazione, come Cluny (16). Quest'ultima, come si apprende da un catalogo del secolo decimoII, redatto forse all'epoca dall'abate Ugo terzo (1158-61) e giunto in copia, possedeva a quell'epoca 570 volumi (17), ma fin dal tempo di san Maiolo, che era stato anche bibliotecario del monastero, e comunque verso la met del secolo decimoI, gli armaria librari erano certo gi ben forniti, a quanto risulta dal Liber tramitis (18). A Saint-Germain d'Auxerre o a san Benigno di Digione o a Cluny o altrove - si conservavano grossi codici delle Scritture e commentari a queste (l'immensa mole esegetica prodotta dai Padri della Chiesa, ma anche da interpreti pi recenti), libri di teologia e di letteratura patristica, opere ascetiche e agiografiche, testi di storia ecclesiastica, trattati tecnici (grammaticali, scientifici) e filosofici, traduzioni dal greco, classici. Anche classici: il catalogo della biblioteca di Cluny registra, tra l'altro, Terenzio, Virgilio, Orazio, Ovidio (Metamorphoses, Ars amatoria, Remedia amoris, Epistulae ex Ponto), Lucano, Stazio (Thebais), Persio, Giovenale, Claudiano (Panegyrici de consuhtibus) tra i poeti, e Cicerone (un gran numero di scritti), Sallustio (Bellum Catilinae e Bellum lugurthinum), Livio (prima e terza deca), Seneca (Epistulae morales), Plinio il Vecchio, Gellio, Svetonio, Solino (testimoniato in un unico volume con decimo Epitome de Caesaribus), Giustino-Trogo, Macrobio (commentario al Somnium Scipionis) tra i prosatori.
Anche se una biblioteca del dodicesimo secolo era di regola pi fornita di autori classici di una dell'undicesimo, non v' dubbio che Rodolfo poteva trovare anche ai suoi tempi molte di queste opere a Cluny, cos come, sia pure in misura minore, negli altri monasteri in cui gli capit di soggiornare. Il problema  un altro, e investe i modelli, i parametri di lettura dei classici, e, in ultima analisi, lo stesso ricorso ad essi. Per la mentalit colta del Mille - maturasse questa nelle scuole monastiche o cattedrali - lo studio degli autori antichi non poteva essere altro, sempre e comunque, che un'attrezzatura tecnica necessaria ad intendere le Scritture, a ripercorrerne e a interrogarne ciascun vocabolo per scoprire le tracce che portano a Dio: "Il sapere s'iscrive nelle vie dell'etica e non ha senso se non come strumento di salvezza" (19). A differenza di Odone di Sant'Emmeram, il quale ci insegna che la lettura dei classici pu diventare per il monaco l'alternativa pi radicale ai voti, alle regole e agli obblighi, Rodolfo invece  tutto calato nei quadri mentali monastici acquisiti: ogniqualvolta il corredo di letture classiche tende a diventare un'assunzione di valori 'alternativi', si configura come seduzione diabolica. A Ravenna un tal Vilgardo, cui i demoni - sotto l'aspetto di Virgilio, Orazio e Giovenale - tolgono il senno, prende a insegnare "varie dottrine contrarie alla fede cattolica" e dichiara che bisogna "credere in tutto e per tutto alle parole dei poeti";  condannato come eretico. Quando assumono il significato di alternativa al sistema clericale, i testi antichi sono eresia; e sono follia per chi ha sposato questo piano di lettura, come Vilgardo, o come pi tardi Otlone di Sant'Emmeram. Non Rodolfo; ma d'altra parte  proprio il suo sottomettersi a vincoli, imposizioni, rigori dottrinali e morali ad alimentare la sua nevrosi esistenziale, riavvolgendola continuamente su s stessa. A San Benigno di Digione, il monachesimo riformato di Guglielmo da Volpiano - discepolo di san Maiolo di Cluny - dovette sicuramente condizionare l'atteggiamento mentale di Rodolfo verso i classici: Guglielmo, uomo che conosceva il valore dei libri e che certo ne procur all'abbazia di San Benigno, non fu comunque cultore di studi letterari (20); ugualmente, le conoscenze dei classici che ha Rodolfo si dimostrano assai modeste: v' citata - ma anonima, quidam ait - una sentenza di Terenzio; si trovano tracce di Virgilio, Lucano, Persio, forse Ovidio, Giovenale, Sallustio, ma labili o sbiadite (21). Nonostante avesse a portata di mano le opere di questi e di altri autori antichi, Rodolfo si asteneva dal frequentarle; il suo pensiero, espresso nelle Storie in termini assai netti,  che dagli studi liberali "si uscisse pi gonfi d'orgoglio che obbedienti ai comandi di Dio". Del resto, nel medioevo del Mille una biblioteca monastica fornita di classici (e non erano poche) non significava un largo uso di questi: i libri, classici e non, si scrivevano o si facevano scrivere per pia penitenza, in funzione del loro valore patrimoniale, o per lasciare qualche memoria di s. Esisteva una divaricazione marcata tra quanto si scriveva e quanto si leggeva; e gli autori antichi erano tra i meno letti. A Cluny, l'unico classico frequentato risulta Tito Livio, compreso - insieme ad opere edificatorie, e perci ritenuto tale - tra le letture del tempo di Quaresima (22). In particolare nei milieux monastici di Rodolfo, tutti calati nel solco pi vivo della riforma cluniacense, gli studi dovevano essere di sicuro orientati secondo l'insegnamento, mantenuto sempre vivo, di san Maiolo: "sufficiunt, inquit, divini Poetae vobis, nec egetis luxuriosa Virgilii vos pollui facundia" ("vi bastano i poeti sacri, n avete bisogno di lasciarvi contaminare dalla lussuriosa eloquenza di Virgilio") (23). A Oddone di Cluny, che voleva leggere i carmina del poeta, s'era presentata la visione di un vaso esteriormente bellissimo, ma pieno di serpi viscide, protese nel tentativo di avvolgerlo nelle loro spire (24): il vaso  il libro virgiliano, le serpi il contenuto; e nella Vita di Ugo di Cluny un codice di Virgilio, finito sotto il cuscino dell'abate, ne turba il sonno con i suoi fatti turpi (25). A chi si sottraeva all'insegnamento e all'esperienza dei grandi abati cluniacensi, da san Maiolo a Oddone e a Ugo, poteva toccare la sorte di Vilgardo, eretico e pazzo, allucinato dalle visioni demoniache di Virgilio e di altri poeti antichi suoi pari (26). La facundia era perversa; i monaci dovevano restare esclusi dalle arti della retorica e della dialettica, accontentandosi di una buona conoscenza della lingua delle Scritture e del conforto di qualche manuale di grammatica. Del digiuno di migliori letture, la prosa di Rodolfo costituisce una delle pi eloquenti dimostrazioni. Il carattere precipuo della vita monastica di tipo cluniacense era invece il suo convergere nel servizio di Dio, nella lettura e nella recitazione dei testi sacri, nella celebrazione continua di ufficiature solenni e fastose (27).


2. Scrivere le Storie e scrivere la storia nel Mille

Come si snoda il processo di scritturazione delle Storie? Il codice di Parigi, Bibliothque Nationale, lat. 10912, non ne  soltanto il testimone pi antico; il manoscritto - per il disordine della fattura, le varie mani che si alternano, gli evidenti tempi e stacchi di scrittura, la contemporaneit indiscutibile con l'autore, la coincidenza tra la mano, assai irregolare e non da copista, cui  dovuto il libro V, e quella che interviene con correzioni di rilievo in altre parti del testo - si deve ritenere l'idiografo d'autore. Idiografo, ma non autografo: tutto lascia credere, infatti, che sia stato scritto in parte dallo stesso Rodolfo (il libro quinto), in parte da monaci-amanuensi sotto il suo diretto controllo (i libri I-IV) (28). Grazie dunque al manoscritto-idiografo e ad un esame interno del testo, la composizione delle Storie, con i suoi rifacimenti, le sue correzioni, le sue aggiunte, si pu seguire nella progressiva scrittura per tempi e luoghi, anche se alcune questioni sono destinate a restare problematiche. In particolare va osservato che, dati gli spostamenti di Rodolfo, tempi e luoghi di composizione dell'opera sono o possono essere diversi in relazione a momenti successivi del processo di scritturazione: le varie parti dell'idiografo, quali sono restituite dal manoscritto di Parigi, ne costituiscono - sotto il profilo sia contenutistico sia tecnico-formale - il punto d'arrivo, ma non sempre ne lasciano intravedere le varie fasi, le quali, almeno per i primi libri, furono di certo non solo dilatate nel tempo ma anche dislocate. C' da tener conto, altres, che la data degli eventi narrati pu fornire solo un termine post quem largamente orientativo: nel medioevo, tra l'accadere di fatti lontani dallo storico e la conoscenza di notizie a questi relative, lo scarto risulta talora assai forte e comunque variabile; un fatto pu essere stato inserito da Rodolfo nella narrazione anche molto dopo ch'era avvenuto, e dopo avvenimenti posteriori, perch recuperato pi tardi. Il discorso sulla progressivascrittura delle Storie dovr essere, perci, piuttosto articolato.

 stato sostenuto che Rodolfo abbia intrapreso a Cluny, su richiesta dell'abate Odilone, la composizione della sua opera trascrivendo egli stesso il libro primo (in una prima versione, pi tardi sostituita da un'altra con l'aggiunta della dedica a Odilone) e i libri secondo e terzo, quest'ultimo fino a parte del capitolo ottavo (29). Quella di Odilone va invece ritenuta una sollecitazione ulteriore, giacch il primo invito, per esplicita testimonianza dell'autore nella Vita di Guglielmo, gli era venuto da quest'ultimo. Dopo che Rodolfo, poco prima del 1031, s'era allontanato da Guglielmo da Volpiano lasciandolo "amareggiato" dalle sue "scelleratezze", aveva gi steso "in massima parte la narrazione degli eventi e dei prodigi che accaddero intorno e successivamente all'anno Mille dell'Incarnazione del Signore", com'egli dice dopo aver riferito il sogno nel quale il suo vecchio abate lo sollecita a portare a termine l'opera (30). A quell'epoca Rodolfo si trovava in un "cenobio non sottoposto all'autorit" di Guglielmo, forse - s' detto - a Moutiers-Sainte-Marie, non a Cluny, abbazia che, dato il suo rilievo, non poteva esser taciuta; e, d'altro canto, a Rodolfo la figura di Guglielmo apparve in sogno quando questi era ancora in vita, quindi prima del 1 gennaio del 1031 e di conseguenza prima dell'ingresso di Rodolfo a Cluny, che si data verso la fine di quell'anno. Resta da stabilire, quindi, quali libri o parti delle Storie erano stati composti fino a questo momento. In terzo 3, 12 Rodolfo fa riferimento al suo soggiorno a Cluny come gi trascorso (cum ego [...] in monasterio Cluniacense cum ceteris fratribus degerem [...]); e dunque il terzo libro, sebbene forse cominciato gi prima, fu steso in forma definitiva a Saint-Germain d'Auxerre, dove Rodolfo si ritir nel 1036 o poco oltre, rimanendovi sino alla fine dei suoi giorni. L'inizio della composizione delle Storie, invece, deve essere fatto risalire - come aveva gi ben visto Ernst Sackur - agli anni venti del Mille (31), quando Rodolfo si trovava, sotto la guida di Guglielmo da Volpiano, a San Benigno di Digione; pi tardi, intorno al 1031, egli aveva gi composto una buona parte dell'opera: in pratica, dunque, i libri primo e II, che contenevano - come egli stesso dice - "alcuni degli avvenimenti accaduti prima e dopo l'anno millesimo dalla nascita del Verbo" (si noti la coincidenza con quanto Rodolfo stesso riferisce nella Vita di Guglielmo, in relazione al sogno). Nel dare assetto grafico-formale definitivo a tali libri, Rodolfo si serv di pi monaci-amanuensi, a giudicare dai ff. 10-7 del manoscritto Paris, lat. 10912 contenenti la pi parte del testo originale del libro secondo (i ff. 18-23, con i capitoli finali di quest'ultimo, costituiscono un restauro dovuto ad Antoine Loisel tra i secoli sedicesimo e diciottesimoo (32), mentre i ff. 1-9 recano una seconda stesura del libro I, trascritta pi tardi a Saint-Germain d'Auxerre da una mano a): nei citati ff. 10-7, infatti, si possono individuare una mano b, cui si devono i ff. 10-5 in una minuscola piuttosto irregolare, e una mano c, operante nei ff. 16-7 con una scrittura dal tracciato sottile e dal disegno elegante. Sia il susseguirsi di pi amanuensi, sia le irregolarit di fascicolazione del manoscritto (in origine, all'attuale quaternione formato dai ff. 10-7, seguiva un bifolio, atto a contenervi la sola conclusione del libro II) dimostrano pi campagne di scrittura, che vanno tuttavia attribuite non al periodo in cui Rodolfo fu a Cluny, bens a quello, assai pi lungo, del suo soggiorno soprattutto a San Benigno di Digione.  altres lecito credere che in origine le Storie si aprissero con una dedica a Guglielmo da Volpiano (33), e che il libro primo iniziasse dall'attuale paragrafo 4:  qui che Rodolfo d l'avvio alla narrazione degli eventi a partire dall'anno 900 dell'Incarnazione, facendo cenno anche alle sue 'fonti'. La mano di un altro amanuense, d, agisce nei ff. 24-9 (resto di un quaternione, il cui bifolio esterno, caduto, risulta sostituito da carte di restauro dovute alla cura di Loisel): in tali fogli si trova quasi tutto il libro terzo, in pratica gli avvenimenti fino al 1031-32; e il libro stesso, se pure, forse, cominciato in forma di brogliaccio negli anni di Cluny (o gi da prima?), ebbe comunque la sua stesura definitiva a Saint-Germain d'Auxerre.
A Cluny, al tempo dell'abate Odilone, Rodolfo si trov immerso in una temperie intellettuale da cui doveva nascere il testo introduttivo della sua opera, quella riflessione sulla divina quaternit ch' diretto riverbero della concezione del mondo e della storia elaborata dai Cluniacensi sul fondamento di un vasto spettro di categorie della cultura medievale; il che impose un rifacimento dell'inizio del libro I. Ma il lavoro di rielaborazione venne a coinvolgere in ampia misura anche la conclusione dello stesso libro, giacch tutto il cerimoniale dell'incoronazione di Enrico secondo risulta interpretato, nelle meditazioni di Rodolfo, secondo lo schema teologico della riflessione iniziale (34). Quello sulla divina quaternit  un testo dalla composizione complessa, che si colloca - con il suo tessuto fitto di richiami storici, meditazioni teologiche, insegnamenti scritturali e suggestioni neoplatoniche - nelle coordinate di pensiero dei Cluniacensi del Mille, in pratica nella cerchia di Odilone; questo testo perci difficilmente pu essere stato pensato da Rodolfo in ambiente diverso dalla stessa Cluny, anche se gi da prima la sua formazione era stata tutta scandita, grazie alla presenza e all'opera di Guglielmo da Volpiano, dall'ideologia cluniacense. Di un altro fatto c' da tener conto: a fondamento del testo sulla divina quaternit vi sono letture che forse furono fatte da Rodolfo a Cluny (35). Nella prima parte del testo  infatti utilizzata la traduzione degli Ambigua ad Iohannem di Massimo Confessore dovuta a Giovanni Scoto (36); un manoscritto di questa - a quanto risulta dal gi ricordato catalogo della biblioteca cluniacense redatto forse al tempo dell'abate Ugo terzo - si trovava a Cluny nel secolo dodicesim e con ogni verisimiglianza gi da tempi pi antichi, giacch il manoscritto, di cui nel catalogo (37), si pu identificare nel codice di Parigi, Bibliothque de l'Arsenal 237, del secolo nono (38). E ancora: nella seconda parte della riflessione di Rodolfo, lettura di riferimento si dimostra il de Paradiso di sant'Ambrogio, scritto del quale nel medesimo catalogo sono attestate non meno di tre copie complete (39); e almeno una di queste, forse, si trovava a Cluny gi nel secolo decimoI, a quanto s' voluto desumere da un implicito riferimento nel Liber tramitis, dove  dato un elenco dei libri che venivano distribuiti ai monaci in tempo di Quaresima (40). Infine, un'altra delle fonti utilizzate, sia pure in misura assai meno larga, da Rodolfo, vale a dire il de coelesti Hierarchia dello pseudo-Dionigi, di certo nella traduzione di Giovanni Scoto, secondo la tradizione apparteneva gi alle letture di san Maiolo (41). Sia la traduzione del trattato sia il commentario dedicato a quest'ultimo dallo stesso Giovanni Scoto si ritrovano tra le voci del catalogo di Cluny (42); anzi il secondo si pu identificare in un codice del secolo decimo, sempre da Cluny, tuttora conservato, il Paris, nouv. acq. lat. 1490 (43). Tuttavia non si pu escludere che queste opere fossero ugualmente reperibili a Saint-Germain d'Auxerre.
In ogni caso, anche se il rimaneggiamento del libro primo - come progetto o anche in forma di minuta - pu forse essere riferito al soggiorno di Rodolfo a Cluny (dal 1031 al 1035 circa) (44), non fu qui che ad esso fu dato l'assetto grafico-formale, quale risulta dall'idiografo Paris, lat. 10912: i ff. 1-9, contenenti la seconda e definitiva stesura, sono scritti infatti da un amanuense a, che  lo stesso al quale si devono i ff. 32-9, un quaternione recante la fine del libro terzo e parte del libro IV, vale a dire una serie di eventi, alcuni dei quali si riferiscono al periodo in cui Rodolfo aveva gi lasciato Cluny per stabilirsi, s' detto, in quello ch'era stato il suo primo spazio monastico, Saint-Germain d'Auxerre (per es., alla fine del libro terzo si racconta della sconfitta in battaglia e della morte di Oddone secondo di Blois, conte di Champagne, avvenuta nel novembre 1037). Fu dunque a Saint-Germain d'Auxerre che Rodolfo fece trascrivere, dalla mano a, la nuova stesura del libro I, la quale comprendeva - oltre probabilmente a ritocchi minori - la riflessione sulla divina quaternit, la rielaborazione della parte finale relativa all'incoronazione di Enrico secondo e la dedica a Odilone di Cluny, quest'ultima forse in sostituzione di una precedente dedica a Guglielmo da Volpiano.
N in questo momento n pi tardi, tuttavia, l'autore dette alla sua opera un titolo, che - Historiae o Historiarum libri... - si deve invece nel 1596 al primo editore, Pierre Pithou, ed  stato ripreso da tutti gli editori successivi. In ogni caso, che la stesura del libro primo contenuta nei ff. 1-9 sia stata sostituita ad un testo precedente mostrano anche caratteri tecnici dell'idiografo Paris, lat. 10912. Il libro I, infatti, termina verso la met di f. 9v con la formula explicit liber primus. Incipiunt capitola libri secundi, cui segue, secondo quanto annunciato, l'indice dei capitoli del libro II; ma f. 10r, con il quale iniziano il nuovo fascicolo e il secondo libro, si apre con la dicitura explicit liber primus. Incipit liber secundus, senza quindi alcun riferimento all'indice dei capitula, segno che in origine il libro secondo era preceduto da una stesura del libro primo priva, alla fine, dell'indice stesso (45). In ultima analisi, durante la sua permanenza a Cluny, peraltro assai breve perch limitata agli anni dal 1031 al 1035 circa, Rodolfo si dedic alla rielaborazione di qualche sezione, gi scritta, della sua opera, ma non alla prima stesura di gran parte di questa, n ci sarebbe stato possibile in un arco cronologico cos corto, ove si tenga conto dei tempi lunghi di scrittura di un'opera storica nel medioevo. Anzi, se, come tutto lascia credere, fu a Cluny che Rodolfo scrisse la Vita di Guglielmo (nei primi anni dopo il suo ritorno ad Auxerre, egli la dice gi scritta), per quanto concerne le Storie non pot che limitarsi a ripensare la prima stesura del libro primo e forse a raccogliere in brogliaccio materiali per il terzo.
Il libro IV, nell'idiografo di Parigi,  contenuto parte nei ff. 32-9 insieme alla fine del terzo, e parte in carte di restauro dovute a Loisel; ma si pu credere che anche quest'ultima sezione in origine fosse stata scritta dal medesimo amanuense a. Anzi,  assai probabile che soltanto dopo aver completato il libro IV - quindi intorno al 1041, risalendo al 1040 gli ultimi avvenimenti in esso contenuti - Rodolfo, ritenendo ormai compiuta la sua opera tanto da premettervi, come ultimo atto, la dedica a Odilone di Cluny, abbia affidato ad a sia il rifacimento del libro I, da rimettere in nuova veste grafico-formale, sia la fine del libro terzo e il libro IV. E che Rodolfo considerasse concluse le sue Storie mostra anche una ricostruzione del fascicolo contenente il libro IV, caduto e restaurato da Loisel. Questo fascicolo doveva constare di sette fogli, dei quali l'ultimo peraltro si ricostruisce scritto solo in parte (46); si deve credere, perci, che da un originario quaternione fosse stato reciso l'ultimo foglio perch ritenuto superfluo. Il che non sarebbe avvenuto, se Rodolfo avesse previsto a quel momento un libro V. L'aver affidato ancora una volta ad un amanuense quelle che considerava le ultime stesure per completare la sua opera, rispondeva evidentemente all'intento dell'autore di fare delle sue Storie un libro interamente scritto da mani di mestiere (che qui si son volute indicare con le sigle a, b, c, d). Lo stesso Rodolfo si preoccup di controllare il lavoro dell'ultimo amanuense, rivedendone il testo: di sua mano risulta, infatti, una serie di correzioni, giacch queste rivelano le medesime caratteristiche grafiche della mano che scrive il libro Quinto delle Storie, nella quale  da riconoscere lo stesso Rodolfo (47).
Ragioni grafiche, tecnico-librarie e contenutistiche convergono nell'indicare nell'ultimo fascicolo, ff. 47-55, del manoscritto Paris, lat. 10912, contenente il libro V, la parte delle Storie dovuta direttamente alla mano dell'autore. La scrittura si presenta assai irregolare, a tratti disordinata, con variazioni talora notevoli (soprattutto tra i ff. 54v e 55r) che indicano, con ogni verisimiglianza, stacchi e riprese dell'opera: una scrittura nella quale s' voluta vedere la mano di Rodolfo anziano, quindi una mano ormai insicura (48). Certo, non si pu negare l'et avanzata del nostro storico; ma va osservato che, almeno fino a f. 54v, i tratti mostrano i modi di una mano non necessariamente insicura, ma piuttosto di un individuo colto, di un monaco letterato, che scrive con una certa libert di disegno e di ductus, non condizionato dall'autocontrollo ch' proprio dell'amanuense di mestiere. A differenza di altri annalisti, cronisti e storici del medioevo, che furono anche archivisti-bibliotecari e maestri di scrittura, Rodolfo non risulta aver svolto funzioni del genere; e proprio per questo i libri dal primo al quarto delle sue Storie furono scritti da veri e propri monaci-amanuensi, tra i quali spicca, per una certa maggiore capacit, la mano a. Il libro Quinto perci, non pi dovuto a questa mano o ad altra di mestiere, va ritenuto scritto e aggiunto dallo stesso Rodolfo negli ultimi anni di vita. Il solo f. 55 mostra ormai, in verit, una mano stanca, malferma. Alla medesima conclusione porta l'indagine tecnico-libraria. In apparenza il fascicolo contenente l'ultimo libro si presenta come un quaternione (ff. 47-54), aumentato di un foglio isolato (f. 55), evidentemente allo scopo di completare in qualche modo il testo; in realt, ad un esame accurato - quale  stato condotto da Monique-Ccile Garand - il quaternione appare tecnicamente difettoso, giacch il bifolio centrale (ff. 50-1)  formato da due fogli singoli imbriqus, mentre il terzo bifolio (ff. 49 e 52) risulta tagliato nella parte inferiore (49): tutto questo mostra che l'ultimo fascicolo, quasi brogliaccio,  costituito da materiali di scarto. Gli avvenimenti contenuti nel libro Quinto riguardano cronologicamente gli anni tra il 1043 e la fine del 1046, sicch se ne deve porre la fine della stesura ad una data non anteriore ai primi mesi del 1047. Va riferita forse a questo stesso anno, o solo poco pi tardi, la morte di Rodolfo. Non si pu escludere fosse intenzione dell'autore affidare ad un amanuense di mestiere (lo stesso a?) il libro aggiunto ultimamente, ma gliene dovette mancare il tempo, come pure non gli riusc di strutturare pi saldamente il contenuto della narrazione (manca "une ide maitresse") (50) o di dare forma compiuta alla conclusione, la quale risulta rabberciata, inattesa; n gli riusc di correggere alcune gravi confusioni (per es., Gregorio VI  citato come papa quando era stato gi deposto, mentre sul soglio romano sedeva Clemente II). Piuttosto  da chiedersi - e ci si  chiesto da pi parti - il motivo per il quale Rodolfo volle aggiungere un quinto libro alla sua narrazione. Certamente, nonostante la dedica a Odilone di Cluny, il manoscritto delle Storie, libri I-IV, non fu mandato subito al suo destinatario, ma rimase a Saint-Germain d'Auxerre nelle mani di Rodolfo; fatto ovvio, ove si pensi ad una concezione del tempo, quella propria del medioevo, basata non su traguardi immediati, ma su scadenze lunghe, dilatate. Nella mente di Rodolfo prese man mano corpo, dunque, l'idea di un'ulteriore aggiunta al suo testo che pure aveva ritenuto gi compiuto. "Sbalzo d'umore? Sollecitazione dei suoi fratelli d'Auxerre, che lo spingevano a continuare l'opera? Bisogno, per un uomo che s'avviava alla vecchiaia, di lasciare una sorta di testamento nel quale si ripiegava su s stesso?" (51) D'altra parte s' pensato che suggestioni bibliche abbiano indotto Rodolfo a portare a cinque libri, quasi nuovo Pentateuco, la sua opera (52). Ma nel medioevo  la morte a determinare, per lo storico, il termine della narrazione: finch egli vive, il suo compito  quello di proseguire il racconto (53). Quando, intorno al 1041, Rodolfo chiudeva le Storie con il libro IV, egli doveva sentirsi vicino alla sua ultima ora; ma il protrarsi della vita e gli avvenimenti di cui man mano veniva a conoscenza imponevano alla sua coscienza tutta medievale di storico di riprendere la penna, di continuare la narrazione, mentre nel contempo il suo sentirsi sempre pi prossimo alla morte gli piegava l'animo in consuntivi della vita, gli riproponeva ricordi, gli incuteva timori e trepidazioni, gli accentuava i sensi di colpa e le inquietudini di sempre.  questo impasto di storia evenemenziale e di storia interiore che si ritrova nel libro V.

Alla luce del "rapporto di scrittura" tra Rodolfo e le sue Storie, va fatto un discorso pi largo sui modi di "partecipazione dell'autore all'opera di scritturazione del proprio testo" nel medioevo del Mille, vale a dire, in ultima analisi, nel secolo undicesimo, epoca che segna "una sostanziale modificazione di quel 'rapporto di scrittura' che collega comunque ed in qualsiasi circostanza l'autore al... testo" (54). Fin dalla tarda antichit e per tutto l'alto medioevo nel processo di scritturazione del testo prevaleva - nel passaggio dalla semplice composizione mentale o dalla minuta al libro d'autore - la dettatura: si tratta di una fase in cui le operazioni del comporre e dello scrivere erano considerate nettamente distinte, sicch una diretta partecipazione dell'autore alla fattura materiale del suo testo risulta assente o assai limitata (correzioni, interventi occasionali). La minuta stessa, ove vi fosse, era destinata alla immediata distruzione, stesa com'era su materiali scrittori di scarto e in ogni caso di carattere provvisorio, schede o tavolette (queste ultime testimoniate a portata di mano dallo stesso Rodolfo). I libri I-IV delle Storie rispondono a questa 'logica' di scritturazione del testo: a quanto mostra la pluralit di mani, monaci-amanuensi lavoravano, evidentemente, sotto dettatura o comunque sotto controllo dell'autore; il che vale anche dopo ch'erano state compiute certe "campagnes de modifications" (55) nel libro I, che indicano un testo progressivo non direttamente autografo. La diretta partecipazione di Rodolfo resta limitata ad interventi aggiuntivi o correttivi, peraltro scarsi, giacch il pi delle volte questi risultano affidati al monaco-amanuense, il quale li esegue su rasura o nell'interlinea. S' dimostrato che il libro V, invece, scritto in forme assai irregolari su materiale scadente o di scarto, rappresenta un vero e proprio autografo. La ragione si pu cercare, come qui s' fatto, nelle circostanze in cui Rodolfo si trov ad operare e nell'intento che s'era proposto: dare alle Storie un quinto libro per narrare gli avvenimenti che scandivano gli ultimi anni della sua vita, compiere fino in fondo la sua opera di storico. Non vi fu tempo per altre operazioni di scrittura. Ma il fatto che Rodolfo - sia pure in circostanze particolari - abbia partecipato alla produzione grafica del suo testo/libro impone una riflessione di carattere pi generale. Ci si trova di fronte, infatti, proprio ad uno dei primi documenti del modificarsi del "rapporto di scrittura" tra autore e testo; un processo che, manifestatosi nel secolo undicesimo (si pensi, tra gli antesignani, anche ad un Ademaro di Chabannes), condurr gradualmente ad una "partecipazione diretta dell'autore alla fattura materiale dei propri testi, sia in fase di redazione, sia in fase di trasformazione del testo in libro" (56). L'idiografo di Rodolfo si trova dunque, nei suoi meccanismi di scritturazione, sulla linea di confine tra vecchio e nuovo, quasi documento del significato stesso delle Storie dell'anno Mille.

Quando si voglia considerare l'opera di Rodolfo nel contesto del 'fare storia' nel medioevo, alcune riflessioni si impongono. Non  un caso che pur dove, come a Cluny, i classici sono considerati seduzione ingannevole, la lettura della storia, anche profana, resista: leggere Tito Livio non  follia, ma anzi penitenza quaresimale. "Si riteneva che i testi che conservavano la memoria del passato potessero in due modi contribuire a quella grande impresa di cui le abbazie erano allora i cantieri, cio alla costruzione del regno di Dio. Essi offrivano infatti, anzitutto, degli esempi morali; potevano dunque guidare il cristiano nella sua progressione spirituale, metterlo in guardia contro i pericoli, orientarlo verso le rette vie; in una parola, edificavano. D'altra parte e soprattutto, testimoniavano l'onnipotenza di Dio che, con l'Incarnazione, si era lui stesso inserito nella durata della storia" (57). Secondo i parametri mentali del pensare monastico, anche scrivere la storia significava rintracciare eventi e segni nella triplice dimensione degli individui che ne sono protagonisti, dei luoghi dove si manifestano, dei tempi del loro accadere; e significava soprattutto interpretare quegli eventi e segni, in modo da mostrare l'azione continua della Provvidenza nella storia e cos aiutare il cristiano nel suo cammino verso Dio, salvaguardandolo dalle forze del male, sempre presente ed operante; scrivere la storia perci era, a sua volta, impresa di edificazione. Solo in quanto tale, il fare opera storica non era per il monaco tempo sottratto a Dio, ma riconversione del servizio dovutogli. Il monaco dotato nelle lettere  esortato dai confratelli, dallo stesso abate, a dedicarsi alla storia, giacch a lavoro compiuto forniva, in pratica, il testo di una lectio, quasi lettura liturgica o agiografica (58). Il che spiega quella mescolanza di genere narrativo e di genere meditativo-teologico che caratterizza questo tipo di letteratura altrimenti povera, come le Storie di Rodolfo.
Gli scritti storici intorno all'anno Mille si possono distinguere, sotto il profilo della tipologia, in Annali, Cronache, Libri di miracoli, Storie vere e proprie; e tali scritti nascevano, nella prospettiva indicata, nei monasteri. N poteva essere diversamente. Erano i monasteri, infatti, che conservavano le reliquie dei santi, scandivano le orazioni per i vivi e per i defunti, custodivano le memorie, amministravano la devozione dei laici; ed erano gli stessi monasteri che costituivano, intorno all'anno Mille, il modello di formazione 'totale', religiosa, spirituale ed etica, ma anche intellettuale, giacch detenevano gli strumenti della cultura scritta, dai livelli pi elementari ai pi alti. Di estrazione monastica, dunque, l'opera di Rodolfo - come quelle coeve di Dudone di Saint Quentin in Vermandois e di Richerio di Reims - rientra nel genere delle vere e proprie Storie (59). Il nostro monaco  incoraggiato ad intraprendere la sua narrazione storica da Guglielmo da Volpiano ed  sollecitato pi tardi dal "fraterno volere" di Odilone di Cluny; ma  anche egli stesso a porsi tutta una serie di interrogativi, a chiedersi perch ai suoi giorni "non si  trovato nessuno in grado di tramandare ai posteri, sotto qualunque veste formale, le varie vicende, degne di memoria, che riguardano sia le chiese di Dio sia i popoli; tanto pi perch, secondo le parole del Salvatore, insieme col Padre e coadiuvato dallo Spirito Santo Egli operer nel mondo cose nuove fino all'ultima ora dell'ultimo giorno". Quali considera, Rodolfo, i suoi predecessori e come si pone rispetto ad essi? "Da circa duecento anni, ossia dai tempi di Beda, prete in Britannia, e di Paolo in Italia, autori di storie del loro popolo e del loro paese, non c' stato nessuno che, animato dalle stesse intenzioni, mettesse per iscritto un'opera storica a beneficio della posterit; mentre  ben noto che nel mondo latino, cos come nelle regioni d'oltremare e in quelle barbariche, sono avvenuti tanti fatti che, se tramandati alla memoria, riuscirebbero assai utili all'umanit, principalmente suggerendo a ciascuno opportune precauzioni. E questi fatti non si diradarono, ma si moltiplicarono intorno all'anno mille dall'incarnazione di Cristo salvatore." Il programma , cos, delineato: Rodolfo intende legare passato e presente per ritrovare le tracce di Dio nella storia, cos che queste possano riuscire utili ai suoi contemporanei e, pi tardi, a destinatari estranei. La visione  quella "confusamente, ma fortemente unitaria, di una storia universale" (60). Ma a Rodolfo, come ad ogni storico medievale, interessano non i ritmi del quotidiano, bens solo i fatti memorabili e perci "degni di essere raccontati", come anche prodigi, visioni, miracoli, essi pure frattura del consueto. Ricerca di efficacia edificatoria affidata ad exempla, non di verit.

A ci si collega il discorso sulle 'fonti' di Rodolfo, le quali non sono, tuttavia, le matrici del suo pensiero e delle sue riflessioni, giacch queste si rintracciano nella tradizione scritturale, patristica, agiografica, o in testi meno noti come gli Ambigua latini di Massimo Confessore/Giovanni Scoto; si vuol fare riferimento, invece, alle sue conoscenze di eventi, luoghi e tempi, al suo mestiere di 'storico'. A tal proposito il giudizio deve essere rapportato, ancora una volta, a quel che significa 'fare storia' intorno all'anno Mille (61). Nel medioevo le conoscenze restano di solito circoscritte al "ristretto angolo d'universo nel quale ci si muove" (62); dal mondo esterno si recepisce un'informazione casuale, frammentaria, incerta. Rodolfo-storico non si smentisce: il suo orizzonte supera di poco e raramente i confini della Borgogna (63). Del resto, egli si propone - non solo nelle Storie, ma anche nella Vita di Guglielmo abate (64) - di basarsi su quanto di degno di fede gli  stato riferito o egli stesso ha visto con i suoi occhi (65). Ma ci che ha visto sono solo, assai parzialmente, avvenimenti del presente e della sua terra, e quando non ne  stato testimone diretto, Rodolfo si fonda pertanto su tradizioni orali; pu trattarsi di testimonianze oculari, ma sovente si tratta di terzi che sono stati informati da testimoni diretti, e con il tempo e le distanze la catena orale si allunga; alla fine i dettagli si perdono, gli eventi si spezzano o si confondono, i nomi si rimescolano, i luoghi si smarriscono, i tempi si sovrappongono o si smagliano... E quanto  stato tante volte rimproverato a Rodolfo! Si tratta di un rimprovero assurdo sotto un certo aspetto: nel medioevo del Mille il traguardo  ritrovare Dio al di l di dettagli, eventi, nomi, luoghi, tempi; la memoria del passato o il racconto del presente sono filosofia della storia piuttosto che ricerca storica. Ma  un rimprovero altrimenti non infondato. A volersi documentare sul passato, v'erano nei monasteri archivi e biblioteche, e dunque documenti e libri; e non  un caso che, a partire dal secolo undicesimo e dodicesimo, sorga la figura dello storico amanuense-archivista-bibliotecario. Rodolfo tuttavia  un intellettuale che non utilizza le carte d'archivio, e non sembra aver alcun interesse ad utilizzarle; n egli mostra di aver letto - a parte Beda e Paolo Diacono, esplicitamente ricordati - gli storici del passato. Ci che di annali, cronache, storie si scrive in quello stesso tempo altrove, fuori delle sue mura claustrali, non gli giunge, anche perch, di certo, questo materiale ha una circolazione lenta e difficile, o, pi spesso, non ne ha alcuna. Le narrazioni agiografiche sembrano essergli pi familiari, ma con l'avvertenza che talora possono essere state recepite esse pure da fonti non scritte (66). Non restano, tra le fonti possibili, che i monumenti e le iscrizioni: Rodolfo non ignora gli uni e le altre (anzi egli stesso interpreta, restaura e scrive epitaffi), ma non  capace di leggere in chiave 'storica' le tracce del passato e del presente. Recuperato, e spesso confuso, dalla memoria, il discorso orale, per quanto imperfetto, non pu essere eluso. Intessuto di notizie incontrollate, inesattezze di vario genere, fatti soprannaturali, travisamenti ingenui, credenze folkloriche, esso rispecchia comunque un sistema di valori totalmente accettato e condiviso dall'autore e dai suoi destinatari, giacch proprio della coscienza collettiva di un'intera epoca. Il ricorso a carte e libri resta assente, o limitato. Nella polarit tra testimonianze orali e testimonianze scritte, Rodolfo, nel suo ordito narrante, fa uso quasi solo delle prime, n opera alcuna distinzione tra le une e le altre (67).
In ultima analisi, gli storici che hanno voluto (o volessero) utilizzare l'opera di Rodolfo per una ricostruzione del passato in termini di fatti, circostanze, nomi, luoghi e tempi precisi sono restati (o potrebbero restare) profondamente delusi. Qualche esempio: una corretta interpretazione di fonti e avvenimenti - dovuta a Robert-Henry Bautier - dimostra che l'eresia insinuatasi nella Chiesa d'Orlans tra gli anni 1020-25 si inquadrava, da una parte, in un intreccio di fatti religiosi e intrighi politici di pi vasta portata, dall'altra in un fermento di pensiero che intorno al Mille pervadeva scuole e cerchie intellettuali (68); ma Rodolfo offre del movimento eretico una visione semplicistica e inadeguata (non indegna comunque di riflessione per i meccanismi mentali che sottende) (69), presentando i dotti chierici d'Orlans e quanti li seguirono nell'eresia come epicurei corrotti, orgogliosi e ciechi nel loro dissennato latrare come cani contro le verit di fede, trascinati nell'errore da una donna italiana posseduta dal demonio. Non diversamente, per quanto concerne l'eresia di Monforte in Italia, quasi coeva di quella d'Orlans, Rodolfo si limita a rilevarne qualche aspetto esteriore, tralasciando  (o sfuggendogli) le forti implicazioni culturali, religiose e sociali del fenomeno (70). O ancora: quando Rodolfo parla della prima presenza dei Normanni nell'Italia meridionale, si dimostra scarsamente informato su avvenimenti e luoghi, s da risultare testimone indegno di cieca fiducia sebbene contemporaneo (71). In ultima analisi, sotto l'aspetto della lettura 'storica' degli avvenimenti, cos come della precisione evenemenziale, geografica, cronologica, riesce difficile non condividere il severo giudizio che Bautier formula di Rodolfo: "sarebbe... assai rischioso prendere per denaro contante quel che egli narra nelle Storie", poich non si pu accordare alcun sicuro credito a questo monaco "straordinariamente curioso ma credulo, instabile, girovago, psicopatico, ch'ebbe confidenza con il diavolo e il cui spirito  sempre portato alle spiegazioni meravigliose, alle visioni miracolistiche e alle elucubrazioni fumose" (72). E dunque, a chi vi cerca "fatti veri", le Storie di Rodolfo non possono che riuscire "estremamente irritanti" (73).


3. Il significato delle Storie

Altro  il valore dell'opera di Rodolfo e il contributo che pu recare alla conoscenza storica. Nonostante i limiti della sua estrazione monastica e perci culturalmente ristretta, essa restituisce in forma vivida, coinvolgente, quelli che furono malesseri, trepidazioni, speranze, slanci, modi di comportamento, referenti etici, modelli di vita civile e religiosa intorno all'anno Mille; e sono quindi questi documenti di storia della mentalit, di psicologia collettiva che si devono cercare nelle Storie, non la precisione dei fatti, che si mostrano affastellati e confusi. Anzi, la percezione non circostanziata, non ordinata dei fatti stessi, privi di qualsiasi legame di successione, semplicemente associati, fa di Rodolfo il testimone di un'epoca nella quale il prima e il dopo del tempo evenemenziale non sono momenti di un divenire, ma "molecole" disposte su un piano spaziale, parti di un unico quadro (74).
Anno Mille.  l'anno che Rodolfo sent sul duplice piano dell'incarnazione e della passione di Cristo, tanto da fare dei due momenti i cardini intorno a cui ruota la narrazione. Questa duplicit, fortemente ambigua (quale millennio?), spiega il prolungarsi dell'atmosfera, fatta di attesa, che pervade le Storie. Attesa, non sgomento (75). Certi tremori escatologici coprono un arco di tempo lungo, al di qua e al di l dell'anno Mille. Anzi, forse soltanto ai ristretti livelli della societ colta o di rango elevato le date del 1000 o del 1033 furono recepite nella loro precisa valenza cronologica; per i pi l'anno Mille fu piuttosto una cifra, un tempo senza termini definiti, un'epoca ombrosamente scandita, tra timori e speranze, dalla memoria del millenario delle vicende terrene di Cristo. L'anno Mille non , dunque, un archivio di paura, quale la storiografia romantica ereditava da una tradizione creata dagli slanci liberatori gi nel Rinascimento e accreditata nei secoli 17esimo e 18esimo; nei documenti e nelle cronache dell'epoca non si parla di morte dei tempi e di terrori. L'idea della fine del mondo dopo mille anni di vita ha pervaso molte delle antiche religioni e attraverso l'Apocalissi di Giovanni venne a passare, con tutta la sua forza escatologica, nel cristianesimo; e va sottolineato il ruolo giocato nel medioevo, fin dal secolo VIII, dal commentario del Beato di Liebana all'Apocalissi stessa. La fine dei tempi  annunciata nelle prediche, ma soprattutto tradotta - sui fogli dei manoscritti, sui portali e sui capitelli delle cattedrali, sui muri degli edifici - in immagini orride e violente, tese e disperate, trepide e smarrite: immagini catastrofiche, che non potevano non colpire folle analfabete, sollecitate soltanto (o quasi) da una cultura orale, visuale, gestuale. Anche Rodolfo ne  colpito: non a caso esatte coincidenze riallacciano certe orride apparizioni delle Storie a figure miniate, scolpite, dipinte (76). Anche a Rodolfo le ricorrenze millenarie della nascita e della passione del Signore non sono indifferenti: il "presagio ben si accorda con la profezia di Giovanni, l dove dice che Satana verr liberato, e al termine di mille anni...". Si deve perci ammettere una trepidazione collettiva di lunga durata, che tuttavia, sul tornante del millennio, non venne a sfociare in terrori convulsi, fors'anche perch frenata da una Chiesa che proclamava ignota la data della parousia, giacch il visionario determinarne il momento poteva sconvolgere l'ordine terreno della societ, quale stabilito da Dio e da essa stessa garantito (77). Pi in generale, l'annuncio imminente della fine ( quanto predicavano sette escatologiche e 'falsi' santi) veniva a sottrarre alla Chiesa il controllo sul tempo (78); e in un'epoca in cui gli uomini di preghiera scrivono la storia, non pu che essere questo il motivo che fa tacere Rodolfo, come le altre cronache del Mille.
Rodolfo era tutto immerso nel solco del retto pensare della Chiesa, nella sua missione di tutela dell'ordine sociale, nella sua opera di tramite unico tra l'uomo e Dio, come anche altrimenti risulta dalle Storie. In questa prospettiva trova luce l'avversione di Rodolfo verso nuove mode (79): quando il monaco vede nella sua Borgogna, al seguito di Costanza d'Arles venuta dall'Aquitania come sposa di re Roberto secondo il Pio, uomini che portano capelli tagliati fino alla met del cranio, volto rasato come quello dei saltimbanchi, calzature e brache indecenti, egli grida allo scandalo; grida allo scandalo per una certa "xenofobia" (80), ma soprattutto perch teme che modi di acconciarsi, radersi, vestirsi aberranti o deviantii finiscano con il sovvertire la specificit stessa degli ordini che compongono la societ cristiana. Non solo: una moda diversa adottata dai laici pu indicare una reazione alla tutela della Chiesa, la sola che possa permettersi di intervenire anche in aspetti della vita sociale in apparenza lontani dall'oggetto stesso della sua missione. Ancor pi significativo il modo in cui Rodolfo presenta l'eresia di Leutardo, homo plebeius che, quasi rivelazione mandatagli da Dio, dopo aver sofferto le atroci punture di uno sciame di api entrato nel suo corpo per secreta nature, scaccia la moglie e vuole separarsene per sempre, incita il popolo a non pagar le decime, predica come parzialmente false le Scritture:  il rifiuto della "normalizzazione spirituale" della Chiesa, la quale disciplina i desideri della carne nel matrimonio, obbliga a pagare le decime, interpreta e motiva la verit delle Scritture, in definitiva fa da intermediaria tra Dio e l'uomo per portare quest'ultimo alla salvezza (81). Il monaco non pu stare che dalla parte della Chiesa.

La data esplicitamente scelta da Rodolfo per l'inizio della sua narrazione - a parte un breve lineamento di storia imperiale ch'egli traccia nella dimensione di un orbis romanus ancora avvertito come unit religiosa e di cultura (82) -  l'anno 900 dall'incarnazione, vale a dire da quello che nel medioevo  il fatto decisivo della storia, la sola, autentica cesura tra un prima e un dopo: la venuta di Cristo. Altre scansioni del tempo sono inessenziali. La data d'inizio delle Storie  dunque meramente convenzionale: esiste un'unica storia universale, compenetrata dal senso e guidata dal disegno che la Provvidenza vi ha impresso; compito di Rodolfo non  la riscrittura di quella storia, ma soltanto la continuazione di essa, cos da iscrivervi eventi e prodigi del suo tempo (83). Beda e Paolo Diacono hanno scritto solo la storia della propria gente o del proprio paese, mentre Rodolfo intende parlare "dei fatti avvenuti nelle quattro regioni del mondo"; ma  proprio qui, nel venir meno a quest'ultimo proposito (o nell'apparente venir meno, ove i parametri di giudizio siano quelli medievali), che Rodolfo si scopre ancora una volta uomo tutto del suo tempo, giacch le Storie restano in pratica circoscritte, negli eventi e nei prodigi narrati, all'ambito geostorico entro il quale l'autore si muove e opera, se pure questo spazio limitato, locale, si riempie di tutto un mondo di segni, figure e presagi, generati da una concezione che vede nel mondo fisico l'involucro dell'invisibile (84). Questa dimensione locale  riflesso, forse, di quel movimento, sviluppatosi nel Mille, che "fraziona il potere", ridisegnando l'Europa in strutture particolaristiche (85). Ma lo spazio  percepito e vissuto da Rodolfo, come  proprio del medioevo, non solo in modo indeterminato, perci senza una coscienza di definizione precisa, ma anche in forma simbolica; dunque esso, pur se limitato, pu rappresentare i quattro angoli della terra, giacch questi si fondono e si armonizzano nell'unico mondo conosciuto, quello prima romano e poi cristiano: agli occhi di Rodolfo eventi, prodigi, segni che si manifestavano nel ristretto orizzonte della sua Borgogna venivano ad indicare comunque la presenza di Dio nella storia, erano sempre fenomeni particolari da intendere alla luce della storia universale.
In quest'ultima intersezione di piani trova il suo fondamento la riflessione sulla "divina quaternit", le serie quaternarie che presiedono all'ordine cosmico (86): i quattro Vangeli (che costituiscono il mondo superiore della vita dello spirito), i quattro elementi naturali (fuoco, aria, acqua, terra, che formano il mondo inferiore), le quattro virt cardinali (saggezza, fortezza, temperanza, giustizia, che guidano tutte le altre virt), i quattro sensi (vista, udito, odorato, gusto, mentre il tatto  ritenuto ora al servizio degli altri sensi, ora, contraddittoriamente, sullo stesso piano di questi). Risultano cos tre livelli: lo spirituale (i Vangeli), il sensibile (gli elementi), l'intellettuale (le virt); ed a queste connessioni speculative  associato l'uomo con i suoi sensi, l'uomo-microcosmo come duplicato, in scala ridotta, del macrocosmo, e perci analogo e in armonia con quest'ultimo. Tale specularit macrocosmo-microcosmo segna una transizione dalla prima parte, 'cosmologica', della riflessione di Rodolfo alla seconda parte, 'storica', anche quest'ultima articolata in serie quaternarie, cos da armonizzare la storia, intesa come storia della salvezza, all'ordinamento del cosmo. Sotto il profilo delle matrici culturali, questo significava armonizzare gli Ambigua di Massimo Confessore/Giovanni Scoto con il de Paradiso di sant'Ambrogio. A simboleggiare i fiumi della storia Rodolfo si volge a considerare i quattro fiumi del Paradiso: "il primo di questi, il Fison, cos detto nel senso di "apertura della bocca", rappresenta la saggezza, che  sempre molta ed efficace nei migliori: essa  necessaria per riguadagnare il Paradiso, che l'uomo ha perduto per la sua negligenza. Il secondo, il Geon, da intendersi come "fenditura della terra", simboleggia la temperanza, nutrice della castit, che  benefica estirpatrice di vizi. Il terzo  il Tigri, presso il quale abitano gli Assiri il cui nome significa "quelli che guidano":  dunque emblema della fortezza, che, respingendo il vizio e la trasgressione, con l'aiuto di Dio guida gli uomini verso la beatitudine del regno eterno. Il quarto, l'Eufrate, nome che suona come "abbondanza", indica chiaramente la giustizia, che nutre e ristora tutte le anime che l'amano e la desiderano". La successione saggezza-temperanza-fortezza-giustizia rivela un'inversione gerarchica, rispetto alla riflessione cosmologica, tra la temperanza e la fortezza, risultando questa sottomessa alla prima. (Si noti il gioco, tutto medievale, tra significati e significanti, quale si ritrova anche altrimenti in Rodolfo, nelle sue etimologie talora assurde, fondate sullo sforzo di oltrepassare il senso letterale di una parola per attingerne un altro, ritenuto pi profondo e pi vero (87).) I quattro fiumi del Paradiso, impressi dalle quattro virt che recano nel senso riposto dei loro nomi, sono i fiumi della Scrittura, della promessa che l'umanit ha ricevuto di riconquistare il Paradiso. Ma la riconquista della salvezza passa attraverso la storia; e qui si entra nel significato pi intrinseco dell'opera di Rodolfo, la cui meditazione - costruita sul fondamento di una complessa mescolanza di tradizioni, dalla scritturale alla neoplatonica -  intesa a conferire alle Storie, al di l del pi immediato fine narrativo-edificatorio, un senso pi profondo, a situarle "alla congiuntura del mondo visibile e dell'invisibile, al crocevia dello spazio e del tempo, all'incontro del cosmo e del microcosmo, della natura, della morale e della fede" (88). I fatti della storia vengono ad acquistare, cos, un valore religioso. La storia del presente  una storia sacrale (o sacralizzata); e sono il moto generale di questa storia orientata ed i segni che ne indicano la direzione a interessare Rodolfo, non date precise, fatti accertati, nomi e circostanze controllati. Al di l degli avvenimenti visibili, delle apparenze materiali del mondo sensibile, il superiore disegno di Dio imprime agli avvenimenti stessi la sua opera provvidenziale, che mira a riportare verso i pascoli celesti gli uomini, schiavi del peccato; di qui la stretta connessione tra storiografia e teologia della Redenzione. Nella visione quaternaria, infatti, anche la storia si suddivide in quattro epoche, l'ultima delle quali  tutta storia della Redenzione: la salvezza dell'uomo dipende dal suo inserimento nella storia sacrale del genere umano, giacch la vita terrena non  di per s sufficiente a salvarlo; e il senso della storia  nella Rivelazione di Dio, nel Verbo fattosi carne per redimere l'umanit e nella progressiva attuazione del disegno della Provvidenza nel mondo sensibile.  l'epoca della giustizia, o meglio della giustizia immanente: peccatis hominum exigentibus, le sventure, individuali o collettive, sono inevitabili; Dio punisce o ricompensa - dipende dalla qualit morale delle azioni - senza ritardo, hic et nunc (89). Secondo la concezione deuteronomistica rielaborata a Cluny e accolta da Rodolfo, la storia  storia del male seguito al peccato originale, che viene tuttavia riscattato, compensato anzi, dai meriti degli uomini santi, in pratica i monaci (i monaci cluniacensi, anzi), che guidano l'umanit nel cammino verso la salvezza (90). Il discorso, volto a conciliare speculazioni cosmologiche e dottrina della Redenzione, rivela un'elaborazione quanto mai complessa, che si risolve, in ultima analisi, nel riproporre l'antica questione del rapporto tra natura e grazia (quale Rodolfo riprender, verso la fine del libro terzo, nella sua confutazione dell'eresia di Orlans).
Sotto il profilo dell'ordinamento della societ, ai tre livelli cosmologici - spirituale, sensibile e intellettuale - corrisponde lo schema trifunzionale della societ quale s'era precisato in una lunga catena di testi: l'ordine di quelli che pregano, l'ordine di quelli che lavorano, l'ordine di quelli che combattono. Si tratta di una corrispondenza netta in un testo che pu essere considerato 'manifesto' del modello di organizzazione sociale nell'ideologia di Cluny, il Sermo de beato Maiolo, ma che  implicita nella meditazione di Rodolfo (91). All'ordine di quelli che combattono appartengono coloro che hanno potere, guidano, comandano: in Rodolfo c' una distinzione marcata tra questi ultimi, i signiferi, che sono gli attori della storia, e l'infimus populus, l'ordo inferioris plebis, i sudditi, rozzi ed inetti, tenuti ad obbedire, e che anzi, quando non obbediscono, provocano guasti, delicta, nella societ. Tuttavia, tra questi estremi Rodolfo pone una categoria sociale intermedia, quella dei mediocres, il "ceto medio", che compare soprattutto nelle grandi scene corali delle Storie: calamit collettive, assemblee, pellegrinaggi. Su tale categoria dei mediocres va richiamata particolare attenzione, giacch essa sembra costituire una realt sociale emergente, tutta nuova, come viene a configurarsi dopo il Mille. In cima alla gerarchia restano comunque i signiferi; e nell'ottica di Rodolfo la narrazione non pu che snodarsi in funzione di questi (92): "Come avviene a chi, percorrendo un'amplissima zona di questa terra o inoltrandosi a forza di remi nel vasto mare, continuamente dirige lo sguardo verso le vette delle montagne o le cime degli alberi per riconoscerne da lontano i contorni e giungere senza perdersi a destinazione, cos succede anche a noi: mentre cerchiamo di tramandare alla posterit i fatti trascorsi, spesso nel raccontare dirigiamo l'attenzione e il discorso verso le figure dei grandi capi, perch per mezzo loro il racconto stesso venga illuminato e acquisti certezza".
Nella implicita corrispondenza operata da Rodolfo tra livelli cosmologici e ordini della societ, i "capi" - appartenenti all'ordine di quelli che combattono - occupano il mondo intellettuale (e perci sono qualificati di volta in volta come eruditus, sapientissimus, doctissimus), ma a condizione che pratichino la probitas morum ed esercitino la giustizia, perch solo in tal caso si realizza l'azione di Dio nella sua creatura, la theosis, per la salvezza degli uomini. In Roberto secondo il Pio, il re virtuoso che stronca l'eresia di Orlans, la theosis si manifesta in tutta la sua efficacia: Roberto  essenza, potere, azione che, nell'estirpare il male, realizza il disegno di Dio (93). Questi, anzi, proprio perch quegli anni furono travagliati per la Chiesa, volle degnarsi di mandare un uomo di tal valore, il figlio del grande Ugo Capeto, a governare il popolo cattolico. La morale politica di Rodolfo, nella visione sacrale della storia, si connette strettamente alla teologia della Redenzione. In questa prospettiva v' anche altro da rilevare: nell'atto dell'incoronazione di Enrico secondo compiuto da papa Benedetto VIII  simboleggiata la sottomissione del potere politico allo spirituale (94):  per questo che, nella riflessione storica, Rodolfo inverte l'ordine cosmologico forza-temperanza, risultando la prima sottomessa a quest'ultima. Quando l'esercizio del potere assume "pi aspetti tirannici che atteggiamenti di umana generosit", la punizione arriva sicura e inesorabile:  in questa tracotanza che vanno cercate le motivazioni gi della rovina dell'Impero romano, travolto dalle invasioni. Ma nel sottomettere la forza alla temperanza - come avviene nell'incoronazione di Enrico secondo - Rodolfo "non pensa affatto ad una funzione di governo del papa": calato com' in convinzioni diffuse e quadri mentali di tipo monastico, pensa invece ad un'azione di tutela atta a garantire quella probitas morum di chi  destinato all'esercizio del potere, senza "alcuna conseguenza sul piano pratico" (95).

Nella concezione escatologica della storia sottesa all'opera di Rodolfo, attraverso gli avvenimenti e quanti ne sono attori - coloro che dirigono la societ - si dipana il disegno della Provvidenza di riportare l'umanit verso la salvezza; ma oltre agli avvenimenti, entro le stesse direttrici escatologiche si iscrivono i presagi, i segni o simboli, giacch Rodolfo, secondo gli schemi mentali del medioevo, 'legge' il mondo sensibile attraverso una griglia ideologica di interpretazione simbolica (96); e tocca agli uomini di preghiera, ancora una volta ai monaci, proclamare il senso di quei segni, perch la storia, come storia della salvezza, si compia fino in fondo. L'obiettivo di Rodolfo, perci, " quello di registrare le proprie osservazioni negli avvenimenti, di svelarne i molteplici significati" (97): il mondo sensibile  una maschera, dietro la quale v' l'essenza vera delle cose. Il colloquio tra eventi e segni  fittissimo. Di qui l'ampio spazio dato a prodigi, visioni, sogni, miracula o maleficia: sono gesta Dei (anche se dovuti alle forze del male, perch permessi da Dio che vuol mettere a prova gli uomini), e quindi, rettamente interpretati, consentono di intendere i disegni della Provvidenza. N prodigi, visioni, sogni sono 'altro' dai fatti; in Rodolfo le frontiere tra la terra e il cielo, il mondo fisico e quello soprannaturale, lo spazio dei vivi e l'oltretomba, il visibile e l'invisibile, il reale e l'onirico sono assai tenui: il trapasso dall'uno all'altro  continuo. Il meraviglioso, benefico o esiziale, santo o demoniaco, attraente o terribile, nutre l'immaginazione dell'uomo medievale, ne conforta o ne turba l'agire (98).
Quali sono questi segni che, a detta di Rodolfo, vengono ad intensificarsi nell'ambiguo millennio della nascita/passione di Cristo? Sono prodigi straordinari, figure indistinte, apparizioni improvvise, che vengono dalle forze celesti, dagli abissi del demonio, dal mondo dei defunti, e che portano morte, tumulti, guerre: sono la spaventosa balena che, simile ad un'isola, squarcia il mare di Berneval; il Crocefisso che versa lacrime nel monastero di Saint-Pierre le Puillier a Orlans; il lupo, simbolo del male, che nella cattedrale della stessa Orlans afferra con i denti e scuote la fune del campanile; l'immenso drago che solca il cielo tra bagliori di fuoco; i sassi che piovono giorno e notte; le figure immonde e nere di Etiopi che esalano dalle false reliquie; la schiera di cavalieri in assetto di guerra che compare al calar della sera e si dissolve nel nulla. Ma vi sono anche segni di disordine cosmico: comete di esaltata luminosit annunciano accadimenti inconsueti e terribili; astri in lotta sono forieri di morte. Pi funesto d'ogni altro segno  l'eclissi di sole del 1033, l'anno del millenario della passione: "Il sole assunse un colore di zaffiro, e nella zona superiore aveva l'aspetto che prende la luna il quarto giorno del nuovo ciclo. Gli uomini, guardandosi l'un l'altro, si scoprivano d'un pallore mortale; tutte le cose esposte all'aperto apparivano d'un colore giallastro". In tutti gli ordini della societ l'insolenza prende il sopravvento: "La pi sfacciata avidit occupava il cuore degli uomini, e la fede di tutti era in pericolo. Ne seguivano le rapine, gli incesti, i conflitti tra folli bramosie, i furti, gli adulteri pi vergognosi". Disordine cosmico, disordine morale; e calamit strazianti, che celebrano la loro mortuaria liturgia prostrando il genere umano: carestie, morbi, orrori; e cadaveri che si ammassano insepolti, alla rinfusa, seminudi o senza alcun indumento, richiamo macabro di lupi famelici. La carestia del 1033  descritta da Rodolfo in una pagina ch' la pi tragica e grande delle Storie e di tutte le storie del Mille. Una fame rabbiosa accomuna e dilania gli uomini tutti: smunti, estenuati, stravolti, la voce stridula come quella degli uccelli morenti, essi vanno angosciosamente in cerca di cibo; e quando non vi sono pi animali da mangiare, si portano alla bocca, spinti dai morsi, carogne e altre lordure rivoltanti; infine giungono a divorare carne umana. "I viandanti venivano ghermiti da uomini pi forti di loro, squartati, cotti sul fuoco e divorati. Molti tra coloro che migravano da un luogo a un altro per sfuggire all'inedia, furono sgozzati di notte nelle case dove venivano accolti e diedero nutrimento ai loro ospiti. Moltissimi adescavano i bambini con un frutto o un uovo, li inducevano a seguirli in posti appartati, li trucidavano e li divoravano. In innumerevoli luoghi perfino i cadaveri furono dissepolti e usati per calmare la fame." Ed ancora: "Molti estraevano una sabbia bianca, simile ad argilla, e, mischiandola alla quantit allora disponibile di farina e crusca, ne ricavavano delle pagnotte, per cercare anche cos di scampare alla fame... Per l'estrema inedia, gli stessi affamati, anche se riuscivano a riempirsi di cibo, divenivano tutti gonfi e presto morivano. Altri, nell'atto di mettere le mani sul cibo per accostarlo alla bocca, si accasciavano e venivano meno, incapaci di soddisfare il loro desiderio". Le carestie, la fame provocano malattie, malformazioni, epidemie; e dunque indigenza, male fisico, squilibrio del comportamento vengono a formare una catena greve, dolorosa, dalla quale emergono teorie affollate e ripugnanti di ciechi, sordomuti, storpi, paralitici, ulcerosi, dementi, lunatici, che popolano le strade del medioevo e chiedono sollievo dalla sofferenza agli altari, alle reliquie, ai libri miracolosi. Anche Rodolfo descrive le epidemie come segno, al pari delle carestie, della giustizia divina: "Una febbre mortale divor un gran numero di vittime, fossero di condizione alta, media o bassa, risparmiandone solo alcuni, con mutilazioni in varie parti del corpo, ad ammonimento dei posteri". E il fuoco di sant'Antonio, "mondo dello squilibrio e della follia" (99).

Ma il male, il disordine non  solo cosmico, morale, fisico;  anche spirituale, nel duplice aspetto della corruzione della Chiesa, la simonia, e della perversione della verit, l'eresia. Una cieca e rovinosa avidit infierisce fra i prelati delle chiese; le cariche riposano non sui meriti ma sul denaro per acquistarle, quasi mercanzie offerte in vendita, in un'epoca nella quale - soprattutto in Francia, che  il teatro delle esperienze di Rodolfo - vanno costituendosi strutture frazionate, che, interferendo con i loro poteri locali, creano guasti negli ordini ecclesiastici. Al medesimo livello dei "capi", di coloro che guidano e comandano, Rodolfo pone i vescovi; e quando questi ultimi, l'occhio della fede cattolica, sono accecati dalla simonia,  inevitabile che anche il popolo sia trascinato nella rovina delle calamit collettive che la giustizia/vendetta di Dio esige ed invia. La diffusione del morbo simoniaco in Francia e in altri territori dell'Impero (Germania, soprattutto Italia) turba Rodolfo, che vede in Enrico terzo - grazie al concilio convocato da quest'ultimo, forse quello di Pavia del 1046, al fine di estirpare quel morbo - la speranza di restaurazione dell'ordine sul quale si regge la validit di qualsiasi esercizio di autorit, messo in discussione da una societ laico-ecclesiastica che si arroga la possibilit "di acquistare o costituire il potere attraverso la corruzione o il denaro" (100). Ma come nell'episodio dell'incoronazione di Enrico secondo Rodolfo non suppone una funzione di governo del papa, cos, ugualmente, nella severa iniziativa di Enrico terzo contro i vescovi simoniaci non  da vedere alcun presupposto di assoggettamento della Chiesa all'autorit imperiale (101). A Rodolfo interessa solo che il disordine spirituale venga colpito. Sull'altro versante di quel disordine v' l'eresia, o meglio le eresie, di solito di carattere dottrinale e intellettualistico, ma veloci nel diffondersi tra gli strati sociali inferiori (102). Rodolfo non ne coglie le cause e le implicazioni profonde, ma ne restituisce modi di rappresentazione significativi, in pratica modi comuni del configurarsi di quelle eresie agli occhi dell'uomo medievale. Il richiamarli pu riuscire istruttivo. A Ravenna l'amore smisurato per i classici, strumento del demonio, fa uscire dalla bocca del grammatico Vilgardo parole contrarie alla verit. Negli anni tra il 1020 e il 1025 ad Orlans un'eresia molto grave e insolente, diffusa da chierici corrotti, mette in dubbio l'autorit delle Scritture: eresia introdotta da una donna invasa dal maligno venuta dall'Italia (lo 'straniero' come portatore del male!). Intorno alla stessa epoca a Monforte un'altra dottrina, simile a quella d'Orlans, altrettanto diabolica e seducente, si mostra nelle sembianze di una donna, seguita da una turba di demoni vestiti di nero, al capezzale di un morente. E gi prima, verso la fine dell'anno Mille dall'incarnazione, nella contea di Chlons, Leutardo aveva trascinato nell'inganno dell'eresia il popolo del suo villaggio di Vertus: nella rappresentazione di Rodolfo, questo "folle" eretico, che afferra in chiesa il crocefisso e spezza con furia l'immagine di Cristo, ha una carica profondamente religiosa e violentemente dissacrante. Infine, insulto estremo alla cristianit tutta, gli infedeli devastano il Santo Sepolcro.
Irregolarit cosmiche, sovvertimento dei valori, sventure collettive, sofferenze fisiche, immoralit della Chiesa, perversioni dottrinali, distruzione del Tempio di Gerusalemme sono il male, anzi la conseguenza del male. Eppure, il male  necessario, voluto da Dio perch gli uomini siano avvertiti, perch riconoscano di volta in volta in eventi e prodigi - quali segni da interpretare - l'istanza di ravvedimento, l'invito ad interrompere con la penitenza e il sacrificio la spirale colpa/castigo, obbligata dalla giustizia immanente. Cristo s' incarnato per questo; e gli uomini di preghiera, i monaci, sono tenuti, nello schema trifunzionale della societ, ad interpretare eventi e prodigi, a cogliere i modi in cui Dio opera nella storia. Sono i monaci, i Cluniacensi, i vessilliferi della salvezza; e questa pu essere conquistata dal cristiano solo a prezzo di sacrifici: astinenze, mortificazioni, pratiche penitenziali collettive; ma anche estirpando il male alle radici: il che significa massacrare i servi di Satana, vengano essi identificati negli Ebrei o nei Saraceni, scomunicare i corrotti, condannare al rogo gli eretici. E quindi per assolvere meglio la loro funzione di guida verso la salvezza che i monaci svolgono anche il compito di procurare il sostentamento, come gli uomini che lavorano, o di combattere contro gli infedeli, come gli uomini di guerra (103). (E qui va ricordata la scena stupenda dei monaci caduti in combattimento e assunti tra i santi, quali appaiono nella luce lattiginosa dell'alba nel monastero di La Rome-en-Tardenois: la chiesa si riempie di figure vestite di bianco, ornate di stole rosse, guidate da un crucifero, officianti la liturgia dell'ottava di Pentecoste nel tripudio canoro di responsori.)

 tempo di penitenza, dunque, e di indeterminata attesa della parousia; ma anche di speranza. Rodolfo presenta gli avvenimenti anche secondo altri criteri, correlati alle concrete circostanze sociali, locali e personali entro cui si trova ad operare: atteggiamento insito, pi in generale, nella storiografia monastica della stessa epoca e soprattutto della successiva (104). Ed  proprio in certi squarci narrativi, osservazioni, meditazioni di Rodolfo che si coglie quanto dell'Occidente europeo si sta ridisegnando nel millenario della nascita/passione del Signore. Quando si dice che all'approssimarsi del terzo anno dopo il Mille, "nel mondo intero, ma specialmente in Italia e nelle Gallie... pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi della vecchiaia, si rivestisse tutta di un candido manto di chiese",  lecito rilevare precise circostanze di carattere economico. Siamo in un'epoca di crescita, che obbliga la Chiesa a mettere in circolazione le ricchezze a lungo variamente accumulate, costruendo (o ricostruendo) edifici sacri (105): gi qualche anno prima del Mille, del resto, il prodigio - narrato dallo stesso Rodolfo - del ritrovamento ad Orlans di una considerevole quantit di oro nello spazio destinato alla riedificazione di una chiesa, non pu che avere questo significato; n, al di l dell'aspetto miracolistico dell'episodio, si tace che quell'oro era pur sempre dovuto ad un pi antico processo di accumulo di risorse (106).  importante pure notare, tra quanto Rodolfo riferisce, che "la citt stessa di l a poco si riemp di costruzioni", segno di un pi generale progresso economico e di aumento demografico:  il timido annuncio di una ripresa della vita urbana. Nel medesimo senso di una economia in espansione orienta la scoperta massiccia di reliquie, non a caso messa da Rodolfo direttamente in relazione con la ricostruzione di edifici sacri: reliquie di santi offerte al culto dei fedeli significavano donazioni ed elemosine. Ancora: il resoconto dato da Rodolfo della stessa carestia del 1033 - una delle ultime - rivela "un sistema economico gi decongestionato. Gli atti di cannibalismo che egli biasima si produssero in un paese in cui viaggiatori si spostavano lungo strade commerciali e facevano soste in locande; in cui si vendeva abitualmente la carne al mercato; in cui era normale utilizzare il denaro per procurarsi del cibo...; in cui degli speculatori traevano profitto dalla miseria comune. Era un mondo in movimento e le calamit che lo affliggevano costituivano in realt il prezzo di un'espansione demografica forse troppo rapida e in ogni caso disordinata, ma che si pu ritenere uno dei primi frutti della crescita economica" (107). Anche le assemblee di pace, di cui parla Rodolfo, cos come l'impegno, pi vincolante, ad astenersi da qualsiasi ostilit durante determinati periodi del calendario liturgico - le cosiddette "tregue di Dio" - non nascono solo da certe preoccupazioni della Chiesa per la turbolenza dei bellatores e, in generale, dalla ripulsa, sempre pi diffusa, degli orrori delle guerre, delle rapine, delle violenze (108), ma anche dal desiderio di salvaguardare posizioni sociali raggiunte. Questo movimento per la pace, che impegna con giuramenti signori del potere laico e della preghiera, non  dettato dalla stanchezza di una societ stremata, ma dallo slancio di forze emergenti "che vogliono creare le condizioni pi favorevoli per lo sviluppo della loro crescente attivit economica" (109). E in queste forze emergenti - si pu aggiungere - che vanno identificati i mediocres di Rodolfo. A partire dal sinodo di Charroux del 989-991 circa, le assemblee di pace vennero a moltiplicarsi per tutta la Francia, e cos pure le "tregue di Dio"; e dopo la spaventosa carestia del 1033, si instaura la "pace di Dio", la nuova alleanza tra l'umanit e il suo Salvatore: "Tutti ne trassero un entusiasmo cos vivo da indurre i vescovi a levare al cielo il pastorale, e i fedeli, tendendo le palme a Dio, invocarono in coro: "Pace! pace! pace!", per significare il patto eterno che cos stringevano tra s e Dio". Le stesse eresie, pur sintomo di malessere, nella loro diffrazione dalle cerchie colte agli strati sociali inferiori, rivelano l'ansia di riscatto di queste, il rifiorire di "una vitalit conquistata attraverso l'ascesa affannosa degli individui in tutti i campi" (110). Infine, i pellegrinaggi, dapprima delle classi inferiori, poi del ceto medio, quindi dei grandi, e, cosa mai accaduta, di donne, dalle pi nobili alle pi misere - folle di pellegrini sciamanti verso la Terra Santa - indicano, al di l del significato escatologico di viaggio verso l'ultima frontiera, una mobilit di ricchezze e di genti, ma soprattutto quel nuovo slancio che pi tardi segner il trapasso da un cristianesimo statico a un cristianesimo dinamico, da una spiritualit della secessione e dell'attesa a una spiritualit dell'azione e della crociata (111).

FINE.


I curatori di questo volume si ritengono ugualmente responsabili per le sue diverse parti; ma una divisione dei compiti v' stata. Sono dovute a Guglielmo Cavallo l'introduzione e la nota al testo; ma quest'ultimo  frutto di una stretta collaborazione con Giovanni Orlandi, largamente testimoniata dall'apparato critico. Interamente allo stesso Orlandi si devono traduzione e commento. I curatori sentono di dover ringraziare, per una serie di suggerimenti, Girolamo Arnaldi, Gabriella Braga, Glauco Maria Cantarella, Vincenzo Fera, Andrea Giardina, Margherita Giordano Lokrantz, Michael Lapidge, Scevola Mariotti, Jean-Marie Olivier, Cosimo Palagiano, Armando Petrucci, Alessandro Pratesi, Silvia Rizzo, Giuseppe Scalia, Valeria Secol; infine, in particolare, Isabella Gualandri e Anna Maria Fagnoni per la correzione della versione italiana, e Clelia Gattagrisi per il faticoso e reiterato lavoro di controllo delle collazioni. Una revisione formale della traduzione  stata approntata a cura della redazione.
Per questa ristampa corretta, che si differenzia dalle precedenti soprattutto per un certo numero di mutamenti nel testo latino, si  potuto mettere a frutto il confronto con la parallela e contemporanea edizione dell'opera a cura di J. France (con contributi di M. Winterbottom) per cui ved. infra, p. 62, e inoltre l'articolo di B. Lfstedt cit. infra, p. LVI.
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RODOLFO IL GLABRO: STORIE.
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LIBRO PRIMO.
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Al pi ragguardevole degli uomini illustri, a Odilone abate del monastero di Cluny, Rodolfo il Glabro (119).
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1. Mi ha stimolato il giusto rammarico pi volte espresso da dotti confratelli, e talora da voi stesso (120), perch all'epoca nostra non si  trovato nessuno in grado di tramandare ai posteri, sotto qualunque veste formale, le varie vicende, degne di memoria, che riguardano sia le chiese di Dio sia i popoli; tanto pi perch, secondo le parole del Salvatore, insieme col Padre e coadiuvato dallo Spirito Santo Egli operer nel mondo cose nuove fino all'ultima ora dell'ultimo giorno (121).
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Da circa duecento anni, ossia dai tempi di Beda, prete in Britannia, e di Paolo in Italia, autori di storie del loro popolo e del loro paese (122), non c' stato nessuno che, animato dalle stesse intenzioni, mettesse per iscritto un'opera storica a beneficio della posterit; mentre  ben noto che nel mondo latino, cos come nelle regioni d'oltremare e in quelle barbariche, sono avvenuti tanti fatti che, se tramandati alla memoria, riuscirebbero assai utili all'umanit, principalmente suggerendo a ciascuno opportune precauzioni. E questi fatti non si diradarono, ma si moltiplicarono intorno all'anno mille dall'incarnazione di Cristo salvatore. Per questi motivi obbedir, come potr, al vostro comando e alla volont dei fratelli (123).
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E stabilir anzitutto - come sostengo con la massima sicurezza, bench la cronologia calcolata a partire dall'origine del mondo secondo le storie ebraiche discordi dalla versione dei Settanta (124) - che l'anno milledue dall'incarnazione del Verbo corrisponde al primo anno del regno di Enrico re di Sassonia (125), e che l'anno mille del Signore fu il tredicesimo del regno di Roberto re di Francia (126). Questi erano ritenuti allora i re pi cristiani e pi grandi del nostro mondo di qua dal mare; e il primo di essi, Enrico, ascese poi al soglio dell'Impero Romano (127). Cos abbiamo considerato il loro periodo come fondamento per la nostra cronologia. Inoltre, nell'apprestarci a narrare i fatti avvenuti nelle quattro regioni del mondo terreno (128), ci  parso opportuno - parlando a religiosi - introdurre all'inizio dell'opera, sotto la guida del Signore, una trattazione sull'essenza della divina e astratta quaternit e sulle sue precise corrispondenze (129).


1. La divina quaternit.

2. Dio, creatore di tutte le cose, ha dotato di molteplici figure e forme gli esseri da lui creati, per elevare l'uomo istruito, attraverso ci che scorgono gli occhi e intende la mente, a una visione elementare della Divinit. I primi che si distinsero, come notevoli filosofi, nell'indagare e sviscerare tali questioni furono i padri cattolici della Chiesa Greca. Tra i numerosi argomenti in cui misurarono il loro intelletto vi  l'osservazione di certe quaternit, che ci consente di comprendere il senso del mondo inferiore che abitiamo al presente e di quello superiore che ci attende. Queste quaternit, coi loro reciproci riflessi, se si comincer a distinguerne gli eterni valori, accresceranno l'acume intellettuale di quanti sapranno penetrarle. I Vangeli, che configurano nella nostra mente il mondo superiore, sono quattro; altrettanti, com' noto, sono gli elementi che compongono questo nostro mondo inferiore; quattro le virt che dominano su tutte, e che, riunite insieme, ci educano a conseguire anche le altre; quattro sono i sensi del corpo, se escludiamo il tatto che  subordinato alla maggiore finezza degli altri. Il posto che nel mondo sensibile occupa l'etere, elemento igneo,  lo stesso che occupa la saggezza nel mondo intellettuale, perch si eleva verso l'alto anelando impazientemente a trovarsi in presenza di Dio. E il luogo tenuto dall'aria nel mondo corporeo  lo stesso della fortezza in campo spirituale, giacch anima tutti gli esseri viventi e d loro forza nel perseguire qualsiasi azione. L'acqua fa nel mondo fisico quel che fa la temperanza in quello spirituale:  nutrice di ogni bene, produce innumerevoli fatti miracolosi, e aspirando all'amore di Dio tutela la fede. Cos in questo mondo inferiore la terra ha analogia con l'immagine della giustizia nel mondo spirituale, in quanto caratterizzata permanentemente e immutabilmente da una giusta distribuzione dello spazio. La conformazione intellettuale dei Vangeli si rivela in tutto simile. Il Vangelo di Matteo include in s la figura mistica della terra e della giustizia, perch pi apertamente degli altri mostra la sostanza corporea di Cristo uomo; quello secondo Marco riflette l'immagine della temperanza e dell'acqua, laddove, tramite il battesimo impartito da Giovanni, addita la penitenza accompagnata dalla temperanza; quello secondo Luca mostra affinit con l'aria e la fortezza, perch spazialmente molto esteso e sostenuto da un gran numero di racconti; quello secondo Giovanni esprime simbolicamente la forma dell'etere igneo e della saggezza, ossia di ci che sta pi in alto, poich fa penetrare direttamente in noi la cognizione di Dio e la fede. A queste connessioni speculative tra elementi, virt e Vangeli  opportuno collegare l'uomo, l'essere al servizio del quale  stato conferito tutto questo. La sostanza della sua vita  stata chiamata dai filosofi greci "microcosmo", ossia piccolo mondo. La vista e l'udito, strumenti dell'intelletto e della ragione, hanno la stessa posizione superiore dell'etere, che risulta il pi sottile tra gli elementi e che, quanto pi in alto sta rispetto agli altri, tanto  pi insigne e luminoso. Dopo di loro viene l'odorato, cui tocca esprimere i valori dell'aria e della fortezza. Il gusto mostra con efficace corrispondenza un significato pari a quello dell'acqua e della temperanza. Il tatto infine, il meno elevato tra tutti, data la sua maggior consistenza e solidit rispetto agli altri si rivela il pi adatto a simboleggiare la terra e la giustizia.

3. Da queste evidenti corrispondenze tra gli esseri, in maniera chiara e bella viene silenziosamente affermato Dio, giacch tutte quante, l'una rinviando all'altra con movimento incessante e cos affermando la fondamentale origine comune da cui sono mosse, tendono a riposare di nuovo in Lui (130). In base alle osservazioni fin qui formulate si pu, con l'opportuna prudenza, interpretare anche quel corso d'acqua che sgorga dall'Eden in oriente e si divide nei famosissimi quattro fiumi. Il primo, il Fison, cos detto nel senso di "apertura della bocca", rappresenta la saggezza, che  sempre molta ed efficace nei migliori: essa  necessaria per riguadagnare il Paradiso, che l'uomo ha perduto per la sua negligenza. Il secondo, il Geon, da intendersi come "fenditura della terra", simboleggia la temperanza, nutrice della castit, che  benefica estirpatrice di vizi. Il terzo  il Tigri, presso il quale abitano gli Assiri il cui nome significa "quelli che guidano":  dunque emblema della fortezza, che, respingendo il vizio e la trasgressione, con l'aiuto di Dio guida gli uomini verso la beatitudine del regno eterno. Il quarto, l'Eufrate, nome che suona come "abbondanza", indica chiaramente la giustizia, che nutre e ristora tutte le anime che l'amano e la desiderano. Poich dunque il senso insito in questi fiumi reca in s l'effigie di quelle virt, e insieme la figura (131) dei quattro Vangeli, in modo analogo le medesime virt sono figuralmente contenute nella storia di questo nostro mondo terreno, divisa in quattro periodi. Dall'inizio del mondo fino al castigo del diluvio prevalse la saggezza, almeno in quelli che per schietta e naturale bont seppero col loro amore riconoscere il loro Creatore, come Abele, Enoc, No e tutti gli altri, dotati di potenza razionale e quindi capaci di comprendere come convenisse agire. Da Abramo in poi, e con i patriarchi cui toccarono prodigi e visioni, come Isacco, Giacobbe, Giuseppe e altri, si vede prender forma la temperanza; essi amarono sopra ogni cosa, nelle avversit e nella buona sorte, il loro Creatore. Da Mos e dagli altri profeti, uomini di grande energia che si valsero dell'istituzione di precetti giuridici, viene fondata la fortezza: essi si impegnarono nel far rispettare le prescrizioni anche difficili della legge. Infine, tutta l'epoca seguita all'incarnazione del Verbo  pervasa, guidata, racchiusa dalla giustizia, in quanto fondamento e coronamento delle altre virt, come fu detto dalla Verit al Battista: "Bisogna che noi adempiamo ogni giustizia" (132).

4. Narreremo (133) di uomini che ebbero fama nel mondo latino come sostenitori della fede cattolica e della giustizia, e di diversi avvenimenti memorabili sia per le sante chiese sia per l'uno e l'altro popolo (134) - nel periodo dall'anno 900 dell'incarnazione del Verbo che tutto cre e a tutto d vita fino a noi -, come li abbiamo appresi da racconti attendibili o come li abbiamo visti noi stessi. Ci volgeremo dapprima a quell'impero che un tempo domin tutto il mondo, l'Impero Romano. Quando la virt di Cristo onnipotente ebbe piegato al suo dominio i principi d'ogni angolo della terra, i Cesari fecero sempre meno paura, poich era evidente che la loro autorit riposava pi sul terrore per la loro crudelt che sull'amore suscitato dalla loro benevola umanit (135). Cos la loro dinastia vide la progressiva disgregazione e vanificazione dell'organismo imperiale, al punto che la citt e il popolo di Roma, lungi dall'imporre leggi e forme di governo a paesi e cittadini stranieri come un tempo, avevano bisogno ormai di chi li guidasse. Molte popolazioni, prima soggette, si diedero ad opprimere Roma con scorrerie, e alcuni sovrani dei territori limitrofi cominciarono ad appropriarsi e fregiarsi del titolo d'imperatore. A quel tempo i valenti e potentissimi re del popolo franco si distinguevano per cristiana giustizia e superavano tutti gli altri in abilit bellica e forze militari: alla loro potenza trionfante fu per lunghi anni interamente legata l'autorit dell'Impero. Particolarmente si distinsero Carlo, detto Magno, e Ludovico, soprannominato il Pio, che sottomisero al loro dominio le bellicose popolazioni circonvicine con tale sagacia e valore, che l'intero mondo romano, come un'unica famiglia, li riconobbe propri imperatori, e lo stato, lungi dalla gloria vana d'essere protetto dal terrore che gli antichi imperatori ispiravano, pot godere la gioia di aver trovato dei padri. Ma poich non era nostro intento passare in rassegna, secondo i canoni della storia, la loro intera stirpe e le loro imprese, abbiamo deciso di narrare ora come quella casata di re e imperatori giunse alla fine.

5. Re e imperatori di questa stirpe, sia in Italia sia nelle Gallie, arrivarono dunque fino a re Carlo detto il Semplice, che fu l'ultimo (136). Tra i potenti del suo regno c'era un tale Erberto (137), di cui il re aveva tenuto a battesimo un figlio: ma la sua astuzia avrebbe dovuto senza dubbio suscitargli sospetti se una ben orchestrata messa in scena non lo avesse impedito. Volendo tendere una trappola al re, Erberto invent un affare su cui intavolare trattative, per attirarlo senza sospetti in uno dei suoi castelli, metterlo in catene e tenerlo prigioniero, come in seguito riusc a fare. Alcuni avevano per consigliato il re di essere molto prudente e di non lasciarsi irretire dalle astuzie di Erberto, ed egli, convinto da queste parole, aveva deciso di guardarsi bene da lui. Un giorno Erberto venne col figlio direttamente nel palazzo del re. Questi si alz per porgergli il bacio, e l'altro lo ricevette prosternandosi con tutto il corpo. Quando il re pass a baciare il figlio, il giovane - al corrente della trama, ma non ancora esperto nel simulare - rimase in piedi senza inchinarsi davanti al re. Il padre, che era l vicino, assest un gran ceffone al collo del ragazzo, dicendogli: "Impara una buona volta che non si deve ricevere in posizione eretta il bacio del tuo signore!". Vista la scena, da quel momento il re e tutti gli astanti non sospettarono pi Erberto di congiurare contro il re; accortosi della benevolenza del sovrano, egli allora riprese tanto pi insistentemente a pregarlo di andare da lui a discutere dell'affare per il quale da tempo l'aveva interpellato. Il re promise subito di recarsi dove l'altro desiderava. Il giorno stabilito arriv sul luogo indicato da Erberto con una scorta armata assai ridotta, in segno di amicizia. Dopo averlo ricevuto il primo giorno con grande fasto, l'indomani Erberto ordin a tutti quelli che erano giunti col re di tornare a casa, come se l'ordine venisse dal re stesso, lasciando intendere di poter bastare lui coi suoi uomini a servirlo. E quelli se ne andarono, senza capire di aver consegnato il re alla prigionia: giacch Erberto lo tenne prigioniero fino alla morte (138). Il re aveva un figlio di nome Ludovico, ancora fanciullo, il quale, quando venne a conoscenza di ci che era accaduto al padre, se ne fugg oltre il Reno, e vi rimase fino alla maggiore et (139).
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2. Re Rodolfo.
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6. Viveva allora Rodolfo, figlio di Riccardo duca di Borgogna, uomo di buone qualit fisiche e intellettuali (140). Aveva sposato Emma, notevole per indole e bellezza, sorella di quell'Ugo il Grande che col suo talento militare teneva le redini del regno di Francia (141). Constatando che il regno era rimasto privo di re e che la nomina di un sovrano dipendeva dalla sua volont, Ugo invi un messaggio alla sorella, interpellandola su chi dovesse cadere la scelta, se su lui stesso, suo fratello, oppure sul marito Rodolfo. Da donna bene accorta, Emma rispose saggiamente che preferiva baciare le ginocchia di un re che fosse suo marito piuttosto che fratello; Ugo ben volentieri consent a questo parere e concesse a Rodolfo di salire al trono di Francia. E Rodolfo si spense, privo di discendenza, dopo essere asceso, unico della sua stirpe, a dignit regale (142). L'Ugo di cui si diceva era figlio di Roberto conte di Parigi, che era stato re per un breve periodo e venne ucciso dall'esercito sassone (143); della sua stirpe non avevamo parlato perch in epoca precedente risulta ignota (144).
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3. Re Lotario.
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7. Frattanto i potenti dell'intero regno elessero Ludovico, figlio del suddetto re Carlo, ungendolo come loro re e conferendogli diritti ereditari (145). Erberto, infatti, era andato incontro a una fine crudele (146). Tormentato da una lunga malattia e ormai vicino a morte, mentre i suoi lo invitavano a provvedere alla salute della propria anima e alla sistemazione della sua casata, non seppe rispondere altro che quest'unica frase: "Siamo stati in dodici che abbiamo ordito una congiura per tradire Carlo" (147). E ripetendo pi volte queste parole, spir. Quanto a Ludovico, ebbe da Gerberga, vedova del duca Gisleberto (148), un figlio di nome Lotario (149), che, vivace e vigoroso com'era nel fisico oltrech di retto sentire, salito al trono si assunse il compito di restituire al regno i territori un tempo suoi: giacch la parte superiore, detta anche regno di Lotario, era stata inglobata nel regno di Sassonia (150) da Ottone, re dei Sassoni e imperatore dei Romani. Lotario cerc dunque una volta di catturare Ottone secondo, figlio di Ottone primo il Grande, mentre costui risiedeva nel suo palazzo di Aquisgrana (151). Ma qualcuno per tempo rivel segretamente il progetto a Ottone, che cerc scampo fuggendo di notte con la moglie (152) e a stento vi riusc. In seguito, raccolto un esercito di oltre sessantamila uomini, questi invase la Francia arrivando fino a Parigi; dopo esservisi trattenuto per tre giorni (153), part per rientrare in Sassonia. Lotario, raccolte a sua volta delle truppe dall'intera Francia e dalla Borgogna, incalz l'esercito di Ottone fin sulle rive della Mosa (154), sicch molti tra i fuggiaschi finirono annegati nella corrente. A questo punto ambedue si calmarono, senza che Lotario riuscisse a raggiungere i suoi scopi. Questi ebbe un figlio di nome Ludovico, che associ al trono come suo successore quando fu giunto a matura giovinezza (155). Gli diede anche una moglie di stirpe aquitana: donna di mente astuta, notando che il giovane era meno dotato del padre, decise di divorziare da lui e lo convinse con un inganno a seguirla nella sua terra natale, che doveva toccargli per diritto d'eredit. Non immaginando le trame della donna, egli intraprese il viaggio voluto da lei: giunti che furono sul posto, la donna lo lasci e si riun ai suoi (156). Quando la cosa gli fu riferita, il padre si mise sulle tracce del figlio e lo riport in patria; in seguito l'uno e l'altro, dopo aver vissuto insieme per qualche anno, morirono senza lasciare prole (157). Con questi due sovrani quella dinastia di re e imperatori giunse alla fine.


IV. I successivi imperatori romani.

8. Estintasi quella stirpe di re, l'Impero Romano pass ai re di Sassonia. Il primo fu Ottone, figlio di Enrico re di Sassonia (158), la cui sorella, Aduide, and sposa a Ugo duca di Francia, detto il Grande (159). Ottone, per gloria e per autorit di governo, non fu inferiore ai suoi predecessori; fu inoltre assai generoso con le chiese e nelle elemosine. Mentre era imperatore i Saraceni, spingendosi audacemente fuori dell'Africa, si attestarono in alcune forti posizioni sulla catena alpina, dove si trattennero per un certo periodo, depredando con incursioni le regioni confinanti (160).

9. Avvenne allora che il beato padre Maiolo, di ritorno dall'Italia (161), incontrasse questi Saraceni in una stretta gola delle Alpi. Essi lo catturarono e lo trascinarono via con tutto il suo seguito in una zona impervia; per giunta il Padre aveva una seria ferita a una mano per avere con questa fermato volontariamente un colpo di lancia diretto a uno dei suoi. Dopo essersi spartiti tutti i suoi averi, gli chiesero se in patria disponeva di ricchezze sufficienti per procurare a s e ai suoi il riscatto dalla prigionia. L'uomo di Dio, che con tutto il suo prestigio era persona di grande affabilit, rispose che, lui, non aveva nulla di suo a questo mondo, e non intendeva divenire proprietario di beni materiali; ma non neg che sotto di lui vi fossero parecchie persone che risultavano in possesso di vaste propriet e di molte ricchezze. Gli ingiunsero allora di mandare uno dei suoi compagni a ritirare il denaro per il suo riscatto; e ne stabilirono l'ammontare, precisandone il peso e la quantit: mille libbre d'argento, di modo che a ciascuno di loro sarebbe toccata nella divisione una libbra. Il sant'uomo allora tramite uno dei suoi invi una brevissima lettera al monastero di Cluny, di cui era a capo, col seguente messaggio (162): "Ai padri e ai confratelli di Cluny il misero fratello Maiolo fatto prigioniero. I torrenti di Belial mi hanno accerchiato; lacci mortali mi hanno stretto (163). Ora, vi prego, inviate un riscatto per me e per i miei compagni di prigionia". Quando la lettera fu recapitata ai monaci dell'abbazia, una costernazione senza fine, uno sconforto li colp nel profondo: era una notizia luttuosa per la patria intera. Spogliando anche gli arredi del monastero di tutti i pezzi ornamentali, con la massima celerit possibile misero insieme il riscatto fissato per il pio abate. Frattanto, anche nella prigionia in cui i Saraceni lo tenevano, le virt del santo finirono per rifulgere. Cos, quando all'ora del pasto gli offrirono le pietanze che essi usavano, carni e pane di pessima qualit, dicendogli: "Mangia", rispose: "Se mi verr fame, penser il Signore a nutrirmi; ma non manger questa roba perch non ne ho mai avuto l'abitudine". Comprendendo il rispetto dovuto all'uomo di Dio, uno di loro, mosso a compassione, si rimbocc le maniche, lav le mani e uno scudo, e su questo, sotto gli occhi del venerabile Maiolo, prepar con estrema pulizia una pagnotta, la fece immediatamente cuocere e rispettosamente gliela porse. Egli la prese e dopo aver recitato, secondo il solito, una preghiera, se ne nutr e rese grazie a Dio. Un altro di quei Saraceni, intento a levigare con un coltello una piccola asta di legno, inavvertitamente mise un piede sopra un libro che apparteneva all'uomo di Dio, una Bibbia che portava sempre con s. A quella vista il santo scoppi in singhiozzi, tanto che altri dei presenti, pi gentili, sgridarono il compagno, dicendo che non era giusto disprezzare i grandi profeti fino a calpestare le loro parole. I Saraceni infatti leggono i profeti ebrei e perfino quelli cristiani, sostenendo peraltro che tutte le profezie contenute nei testi sacri - che si riferiscono al Cristo signore dell'universo - avrebbero trovato compimento nell'opera di uno dei loro, che chiamano Maometto; e per giustificare questa erronea credenza hanno escogitato anch'essi una propria genealogia prendendo esempio dal Vangelo di Matteo, il quale, partendo da Abramo, fornisce un catalogo genealogico che attraverso Isacco e successori scende fino a Ges (164): in tale stirpe sarebbe stata promessa e profetizzata la benedizione di tutti loro col dire: "Ismaele gener Nabaiot" (165), e cos via, fino ad abbassarsi a invenzioni assurde, tanto lontane dalla verit quanto estranee alle sacre autorit del cattolicesimo. E perch la santit di Maiolo si rivelasse, l'uomo che aveva schiacciato il suo libro col piede, quello stesso giorno, per una ragione qualsiasi ma in realt per giudizio divino, fu aggredito dagli altri che, come furie, gli amputarono proprio quel piede. Cos molti di loro cominciarono a dimostrarsi pi umani e rispettosi verso il santo. Finalmente alcuni dei suoi monaci arrivarono in tutta fretta sul posto, e pagando ai Saraceni il denaro stabilito riportarono in patria l'abate e soltanto quelli che con lui erano stati fatti prigionieri. Poco dopo quegli stessi Saraceni furono circondati dalle truppe di Guglielmo duca d'Arles in localit detta Frassineto (166) e sterminati in breve tempo fino all'ultimo uomo, sicch neppure uno di loro pot riparare in patria.

10. A quell'epoca mor l'imperatore Ottone (167), e l'Impero pass nelle mani del figlio, Ottone II, il quale finch visse lo govern con grande vigore. Nel suo periodo di regno il venerabile vescovo Adalberto (168) lasci la regione chiamata in slavo Bethem (169), dove guidava a Praga la chiesa del santo martire Vitisclodo (170), per recarsi tra il popolo dei Prussiani e predicarvi la parola della salvezza. Durante la lunga missione, che ne convert molti alla fede cristiana, predisse ai suoi seguaci che in quella zona avrebbe riportato la corona del martirio; al tempo stesso, perch non si atterrissero, annunzi che oltre a lui nessuno di loro vi avrebbe trovato la morte. Un giorno, per iniziativa di questo vescovo, fu abbattuto e fatto a pezzi un empio albero che sorgeva presso un fiume ed era venerato con sacrifici superstiziosi dall'intera popolazione. Al suo posto egli fece costruire e consacrare un altare, e si apprest a dirvi la messa. Era impegnato nella celebrazione del rito, quando fu trafitto dalle lance scagliate dagl'infedeli, cosicch, nel conchiudere la sacra cerimonia, giunse anche alla fine della sua vita terrena. I suoi discepoli presero con s la salma del maestro e la riportarono in patria, dove a tutt'oggi, in virt dei suoi meriti, vengono concesse ai fedeli innumerevoli grazie (171).

11. Dopo molte gloriose gesta e un'eccellente amministrazione dello stato, Ottone mor, lasciando un figlio, Ottone terzo, un ragazzo di circa dodici anni (172) che, sebbene tanto giovane, raccolse l'eredit paterna governando l'Impero con grande energia e acume.

12. All'inizio del suo impero avvenne che la sede apostolica romana rimanesse vedova del suo pontefice. Immediatamente, con un editto imperiale, Ottone design un parente, figlio di un duca, e ordin secondo l'uso che venisse assunto al soglio pontificio (173). A quest'ordine, prontamente eseguito, segu una gravissima sciagura. Potentissimo tra i cittadini di Roma era un tal Crescenzio, che, secondo i costumi locali, pi denaro accumulava pi soggiaceva all'avarizia (174). Come i fatti dimostrarono, non era precisamente favorevole al partito di Ottone: proprio colui che, come dicevamo, Ottone aveva fatto ordinare pontefice, fu da Crescenzio spogliato d'ogni onore, cacciato dalla sua sede e sostituito in essa, senza vergogna, con altra persona (175). Quando il fatto gli venne riferito, pieno di collera Ottone mosse alla volta di Roma con un formidabile esercito (176). Informato che si stava avvicinando alla citt, Crescenzio si asserragli coi suoi seguaci in una torre situata fuori delle mura, oltre Tevere, e detta per la sua altezza "tra i cieli" (177); e vi si trincer, pronto a difendersi a oltranza. Quando l'imperatore giunse a Roma, ordin anzitutto di catturare quella scialba figura di pontefice creata dall'arroganza di Crescenzio (178); una volta preso, lo condann all'amputazione delle mani, in quanto sacrileghe, al taglio delle orecchie e all'estirpazione degli occhi. Poi, venuto a sapere che Crescenzio, come abbiamo detto, si era fortificato nella torre - che presto sarebbe stata per lui strumento d'una morte crudele -, comand al suo esercito di cingerla strettamente d'assedio, s che a Crescenzio non rimanesse scampo. Al tempo stesso per suo ordine vi furono innalzate attorno delle macchine costruite assai ingegnosamente (179) con enormi travi d'abete. Constatando che nessuna via di fuga gli era aperta, Crescenzio decise di pentirsi, ma troppo tardi: ormai per lui non c'era pi clemenza. Un giorno, con la complicit di alcuni uomini dell'esercito imperiale, avvolto in un mantello e incappucciato, usc segretamente dalla torre e si present d'improvviso davanti all'imperatore, gettandoglisi ai piedi e supplicandolo per piet di risparmiargli la vita. Vedendolo, l'imperatore, che era alquanto sarcastico, disse rivolto ai suoi: "Perch avete consentito a un principe dei Romani, che elegge imperatori, emana leggi e ordina pontefici, di entrare nelle misere tende dei Sassoni? Riportatelo subito sul trono della sua maest, in attesa che gli si appresti un'accoglienza adeguata all'onore che gli  dovuto". Essi lo presero e, secondo gli ordini ricevuti, senza fargli nulla lo riportarono all'ingresso della torre (180); una volta dentro, fece sapere ai compagni l rinchiusi che sarebbero sopravvissuti solo fin tanto che fossero riusciti a difendere la torre dall'assalto nemico: dopo non vi sarebbe stata nessuna speranza di salvezza. Intanto i soldati dell'imperatore, che premevano dall'esterno, spinsero avanti le macchine, che si spostarono lentamente fino ad accostarsi alla torre. Questo fu l'inizio della battaglia. Mentre alcuni cercavano di penetrare dall'alto, gli altri si precipitarono contro la porta della torre, la percossero, la sfondarono, e correndo a gara su per le scale giunsero ai piani superiori (181). Vedendoli, Crescenzio comprese di essere gi in mano loro, mentre ancora pensava di poter lottare e tenerli a distanza. Lo catturarono gravemente ferito, massacrando tutti coloro che trovarono con lui; e mandarono a chiedere all'imperatore che cosa intendesse fare del prigioniero. Rispose: "Gettatelo dal piano pi alto della fortezza, e bene in vista, perch i Romani non dicano che avete portato via il loro sovrano". Secondo l'ordine ricevuto lo scagliarono gi; poi lo legarono dietro a dei buoi e lo rivoltolarono pi volte nel fango delle strade; infine lo lasciarono penzolante dall'alto di una trave dinanzi agli occhi dell'intera popolazione (182).

13. Quindi l'imperatore chiam a s Gerberto, arcivescovo di Ravenna, facendo di lui il sommo pontefice dei Romani (183). Questo Gerberto era nativo della Gallia, di stirpe alquanto modesta ma di acutissimo ingegno, ed eccezionalmente istruito nelle arti liberali; perci era stato gi prima elevato alla cattedra episcopale di Reims da Ugo re di Francia. Ma, da uomo assai perspicace e previdente qual era, si rese conto che Arnolfo, l'arcivescovo della citt al quale egli era subentrato mentre l'altro era ancora in vita, stava manovrando, d'accordo col re stesso, per rientrare in possesso della sua sede precedente (184). Si mise allora segretamente in viaggio e giunse da Ottone, che l'accolse con grandi onori, elevandolo subito all'episcopato di Ravenna e poi, come si  visto, a quello stesso della citt di Roma.

14. Proprio in quel tempo l'imperatore, per suggerimento dello stesso pontefice e di quanti avevano a cuore le sorti della fede nella casa di Dio, si vide costretto a espellere dalla chiesa di San Paolo coloro che vi stavano - monaci di nome, furfanti nei fatti -, per insediarvi al loro posto a svolgere il servizio divino, come gli era stato suggerito, dei membri d'altra istituzione che chiamiamo canonici (185). Stava per attuare questa decisione, quando gli apparve in una visione notturna il beatissimo apostolo Paolo, che gli diede questi ammonimenti: "Se realmente hai desiderio di servire il Signore con un'opera meritoria, non devi permetterti di sostituire l'istituzione e la sua regola scacciando quei monaci. Perch non  opportuno abolire o mutare la regola propria di ciascun ordine ecclesiastico, anche se in parte corrotto. Ognuno sar giudicato all'interno dell'ordine nel quale all'inizio ha fatto voto di servire Dio; anche chi  tralignato deve potersi redimere mantenendo la stessa posizione alla quale era stato chiamato". Dopo questo avvertimento l'imperatore rifer ai suoi le parole dell'apostolo e si adoper perch quell'istituzione monastica venisse migliorata con riforme, non espulsa dalla sua sede n modificata (186).

15. Non fu altrettanto oculato quando, nel medesimo periodo, spos la vedova di Crescenzio (187), e poco dopo, con la stessa leggerezza con cui l'aveva sposata, la ripudi. Fu colto dalla morte in Italia, mentre si accingeva a rientrare in Sassonia (188). Le truppe al suo seguito, vedendosi senza guida, si strinsero insieme in una schiera compatta per non essere massacrate dagli Italiani che avevano tenuto in soggezione, e ponendo alla propria testa il corpo del defunto imperatore montato su un cavallo, giunsero senza danni in patria, dove egli fu solennemente seppellito nel monastero della Beata Maria sempre vergine in Aquisgrana.

16. Dopo Ottone terzo il regno di Sassonia pass nelle mani di un suo parente, Enrico, che nel nono anno del suo regno fu eletto anche imperatore dei Romani (189). Ora per preferisco raccontare una parte delle sciagure che, all'epoca dei re suddetti, colpirono di volta in volta il mondo latino sia dall'esterno sia dall'interno. Com' noto, quello che fu l'Impero universale del mondo era stato da tempo diviso, in modo che, come tutta la latinit ebbe la sua capitale in Roma, cosi tutti i Greci, compresi quelli dell'oriente oltremarino, ebbero una loro capitale a Costantinopoli (190). Ma, dopo essersi separate tra loro, le due parti si videro a poco a poco decadere come mai prima, finch l'una ebbe il suo territorio fortemente ridotto dalle guerre, mentre l'altra attir le brame di dominio dello straniero. E poich si tendeva a governare pi con tirannia che con umana generosit e col rispetto dei diritti ereditari, fu giusto che l'orgoglio di costoro venisse stroncato, insieme coi loro sudditi, da frequenti e rovinose invasioni (191).


V. Il flagello dei pagani.

17. Verso l'anno 900 dall'incarnazione del Verbo il re saraceno Algalif (192) mosse dalla Spagna e cal con un formidabile esercito in Italia, promettendo ai suoi di prendere come preda le ricchezze degli abitanti e di mettere a ferro e fuoco il resto. Egli si spinse fino a Benevento, facendo di tutta quella zona un deserto (193). I maggiorenti di alcune citt italiane raccolsero allora un esercito e cercarono di venire allo scontro con Algalif; ma, vedendosi molto inferiori di numero, com' frequente abitudine di questi Italiani d'oggigiorno, preferirono affidarsi alla fuga anzich al combattimento. I Saraceni rientrarono in Africa col loro capo e da allora non cessarono di attaccare il territorio italiano, sebbene tante volte affrontati in combattimento sia dagli imperatori sia dai duchi e dai marchesi locali, fino all'epoca del loro principe Almuzor e di Enrico imperatore dei Romani (194).

18. Nello stesso periodo i popoli della Gallia subirono sciagure non minori dalle incursioni delle bande normanne (195). Il nome Normanni deriva dal fatto che essi in origine erano venuti dal settentrione, dirigendosi arditamente, per desiderio di rapina, verso le zone occidentali. Giacch nella loro lingua nort significa settentrione, mentre il popolo  detto mint (196): sono quindi chiamati Normanni nel senso di "popolo settentrionale". Al tempo della prima migrazione vagarono a lungo per l'oceano contentandosi di magri guadagni, finch aumentarono di numero e divennero un popolo ragguardevole; allora si misero a percorrere con bande armate ampi tratti di terra e di mare, sottomettendo al loro dominio varie citt e regioni.

19. Pi tardi nacque nella regione di Troyes, d'umile stirpe contadina, un tale di nome Astingo: precisamente in un villaggio detto Trancault, a tre miglia da quella citt (197). Giovane di grande prestanza fisica ma di animo perverso, per superbia ripudi la condizione di povert dei suoi genitori e prefer allontanarsi dalla patria, tutto preso da cupidigia di potere; quindi, trasferitosi in segreto presso la gente normanna, fin dall'inizio fece lega solo con coloro che, dedicandosi continuamente alle rapine, procuravano di che vivere agli altri: quelli che comunemente essi chiamano "flotta" (198). Dopo un certo tempo in cui si dedic a queste inique attivit, tra i suoi compagni di malefatte crebbe tanto in popolarit quanto pi sciagurate erano le sue gesta: gradatamente super gli altri in potenza e ricchezze, finch tutti d'accordo lo proclamarono loro comandante sulla terra e sul mare. Divenuto tale, la sua violenza aument al punto di oscurare completamente la ferocia dei suoi predecessori; e il teatro delle sue sanguinose imprese si estese a regioni lontane. Allora, seguito da quasi tutto il popolo su cui dominava, salp per la zona settentrionale della Gallia, animato ahim dal desiderio di rivedere la terra nativa ma comparendovi come apportatore di distruzione. Quivi impervers a lungo senza incontrare resistenza, seminando stragi e incendi dovunque, pi di quanto avesse mai fatto qualsiasi nemico. Tutte le sedi ecclesiastiche della Gallia furono in ogni maniera profanate e date alle fiamme; si salvarono solo quelle protette dalle mura di citt o di castelli. Dopo avere percorso ogni territorio della Gallia, traendone ricco e vario bottino, ricondusse le sue schiere in patria. Cos, per circa un secolo, ad opera dello stesso Astingo e di altri che dopo di lui capeggiarono quella gente, i popoli delle Gallie furono afflitti in lungo e in largo da simili sciagure.

20. Fatti di questo genere si videro fin troppo spesso, in Italia e in Gallia, nell'intervallo di tempo tra la morte dei re e degli imperatori e l'avvento dei rispettivi successori. Ma una volta che l'esercito di quella gente stava dirigendosi al solito verso la Gallia, si fece loro incontro, quando ormai erano ben lontani dalla loro terra, l'illustre Riccardo duca di Borgogna - padre di re Rodolfo (199), come abbiamo detto -, che li affront in battaglia e ne fece una tale carneficina che pochissimi di loro poterono a stento fuggire e rientrare in patria.

21. E sebbene anche in seguito i Normanni abbiano devastato molte isole e regioni costiere, da allora si tennero lontani dalle zone che rientravano nella giurisdizione dei re di Francia, a meno che questi sovrani non ve li chiamassero. Anzi, poco tempo dopo, i Franchi e molti dei Borgognoni strinsero pacifici legami matrimoniali coi Normanni, divenuti ormai devoti alla religione cattolica, e concordarono insieme di far parte, di nome e di fatto, di un unico regno sotto un unico re (200). Ne sortirono grandi figure di duchi, come Guglielmo (201) e, dopo di lui, quelli che si trasmisero, dal padre al figlio al nipote, il nome Riccardo (202). Capitale del loro ducato fu la citt metropolitana di Rouen. Questi duchi ebbero preminenza su tutti, sia per la forza militare sia per la volont di una pace generale e per il dono della generosit. Ogni regione cui toccasse di trovarsi sotto di loro si manteneva incrollabilmente fedele e in buona armonia, quasi facesse parte di un'unica stirpe o di una famiglia unita dal sangue. Tra di loro, inoltre, chiunque sottraesse denaro ad altri negli affari, vendendo qualcosa a un prezzo maggiore del giusto o imbrogliando sulla qualit, era paragonato a un ladro o a un brigante. Curavano l'assistenza ai bisognosi, ai poveri, a tutti i pellegrini, con la stessa assiduit che mostrano i padri verso i figli. Inviavano doni ricchissimi ai santuari di quasi tutto il mondo, al punto che ogni anno arrivavano a Rouen perfino monaci orientali dal celeberrimo monte Sinai (203), e quando tornavano alla loro sede portavano sempre con s grandi quantit d'oro e d'argento come omaggio di quei principi. A Gerusalemme, presso il sepolcro del Salvatore, Riccardo secondo invi cento libbre d'oro, oltre ad aiutare con doni grandiosi quanti intendevano recarvisi come devoti pellegrini (204).

22. In un periodo successivo a questo, le colpe commesse dai peccatori causarono lo scatenarsi di una contesa tra due re - quello di Francia e quello di Sassonia - che divamp a lungo, per imperscrutabile decreto di Dio, tormentando come un nuovo orribile flagello le popolazioni della Gallia (205). Tanto pi che il capo degli Ungari, cogliendo l'occasione di questa sciagurata contesa per varcare i confini della Gallia con l'intero suo popolo in armi, ripetutamente devast quel disgraziato territorio senza incontrare resistenza, lo mise a sacco e fece prigionieri molti uomini e donne trascinandoli via con i loro averi (206). Quella rovina non cess d'imperversare finch, con l'aiuto di Dio, i capi dei due regni, franco e sassone, non strinsero legami formali d'amicizia e di parentela. Estintasi nel frattempo la stirpe dei re precedenti e svanite le animosit, il mondo riprese a fiorire nella pace e nell'armonia tra i nuovi sovrani, e il cristianesimo pot sottomettere con il santo battesimo i tiranni dei paesi confinanti. Lo stesso popolo degli Ungari, che aveva commesso tanti delitti e inferto tante devastazioni agli altri popoli, si convert col suo re al cattolicesimo (207); e dopo essere stato un tempo abituato a impadronirsi con la violenza delle cose altrui, ora per amore di Cristo dona spontaneamente ad altri le proprie. E coloro che una volta catturavano nelle loro razzie gli sventurati Cristiani dovunque li scovassero, e li conducevano via come schiavi, ora li accolgono a braccia aperte come fratelli o figli.

23. Estremamente opportuna, giusta ed efficace a mantenere la pace, appare la regola secondo cui nessun principe deve avere la pretesa d'impugnare prematuramente lo scettro dell'Impero Romano, n pu farsi chiamare o essere imperatore se non colui che il pontefice della sede romana abbia scelto, per probit di costumi, come adatto a reggere lo stato, affidandogli le insegne imperiali. Un tempo invece non ebbero ritegno di farsi avanti un po' dappertutto, e spesso di nominarsi imperatori, diversi tiranni, uomini tanto meno adatti al governo in quanto il loro potere era imposto con la forza anzich derivare da autorit morale. Ora, l'anno 710 dall'incarnazione del Signore (208), sebbene l'insegna dell'Impero (209) fosse gi stata rappresentata in varie fogge, il venerabile Benedetto, pontefice della sede apostolica, ne fece eseguire una in una forma densa di valori simbolici. Ordin di foggiare l'insegna con la forma di un pomo aureo, cinto ai quattro lati da file di pietre tra le pi preziose, e di piantarvi sopra una croce d'oro. Si riproduceva cos la figura del mondo - che si dice consista in una sorta di sfera - affinch, quando il capo dell'Impero terreno l'avesse rimirato, l'oggetto gli rammentasse il suo dovere di esercitare sulla terra il potere politico e militare in modo tale da mostrarsi degno della protezione che veniva dal vessillo salvifico della croce; la decorazione con gemme diverse indicava l'esigenza che un'autorit come quella dell'imperatore si adornasse d'ogni genere di virt (210). Quando il papa, circondato da innumerevoli rappresentanti dei due sacri ordini, secondo l'uso, si avvi incontro all'imperatore Enrico che arrivava a Roma proprio per quello scopo (211), e sotto gli occhi dell'intero popolo romano gli consegn l'insegna imperiale che abbiamo descritta, egli la ricevette con piacere, e, dopo averla osservata attentamente, da uomo assai perspicace comment rivolto al papa: "Hai fatto benissimo, padre, a far eseguire questo oggetto, che allude con chiarezza al senso del nostro potere monarchico: hai cos mostrato abilmente come esso debba essere gestito". Poi, prendendo in mano l'aureo pomo, soggiunse: "Il possesso e la contemplazione di questo dono spettano soprattutto a quanti, spregiando la gloria del mondo, preferiscono seguire la croce del Salvatore". E subito lo invi al monastero di Cluny, che anche allora godeva in Gallia della massima fama di religiosit e al quale aveva gi inviato in dono innumerevoli oggetti ornamentali (212).

24. C' un altro punto degno di considerazione (213). Mentre gli episodi che abbiamo riferito, di popoli infedeli che si convertono alla fede di Cristo, hanno avuto luogo molte volte sia nella parte settentrionale sia in quella occidentale del mondo, non  mai avvenuto di sentire notizie del genere per le regioni orientali e meridionali. Di questo fatto era stato indizio e presagio sicuro la posizione della croce del Signore, quando da essa sul Calvario pendeva il Salvatore. Mentre infatti dietro la testa del Crocifisso si trovava allora l'oriente con le sue genti crudeli, dinanzi ai suoi occhi stava l'occidente, destinato a illuminarsi con la luce della fede; il cenno della sua destra onnipotente, aperta alle opere di misericordia, fu accolto dal settentrione, addolcito dalla fede nella parola divina, mentre la sua sinistra tocc al mezzogiorno, ribollente di popoli barbarici. Ma, anche se abbiamo brevemente accennato a questa divina rivelazione, rimane pur sempre immutato e inattaccabile il sostegno che ci viene dalla fede cattolica: che in ogni luogo e in ogni popolo, senza eccezione, chiunque creda in egual misura nel Padre onnipotente, nel figlio suo Ges Cristo e nello Spirito Santo come unico e vero Dio, se la fede gli ispirer buone azioni sar ben accetto a Dio, e tutti coloro che tali resteranno vivranno in eterna beatitudine. Giacch solo a Dio spetta sapere perch l'umanit nelle diverse parti del mondo sia pi o meno in grado di accogliere dentro di s la propria salvezza. Noi intendevamo dimostrare che il Vangelo di Cristo signore, arrivando fino ai limiti estremi di due delle suddette parti del mondo, quella settentrionale e quella occidentale, pose nelle loro genti un eccellente fondamento di fede religiosa; penetr invece meno nelle altre due parti, orientale e meridionale, lasciando quei popoli pi a lungo in preda agli errori della propria barbarie (214).

25. Tuttavia, perch nessuno si permetta di fare offensive insinuazioni sull'efficacia della provvidenza del nostro Creatore, occorre esaminare con la dovuta attenzione il canone delle Sacre Scritture, dove si pu trovare chiarito oltre ogni dubbio ciascun aspetto della storia di questo mondo: cos la bont e la giustizia del suo Fattore verr inconfutabilmente dimostrata con gli esempi di coloro che si salvano e con quelli di coloro che sono condannati. Infatti, come in origine il capostipite di tutti gli uomini era stato reso arbitro della propria salvezza dall'autore di ogni bene, cos lo stesso Redentore offr universalmente la salvezza a chi desidera riceverla. Ma l'occulta provvidenza di Colui che ha sempre disposto di tutto ci che dev'essere e al quale nulla  mai sfuggito, dimostra nello spazio e nello scorrere del tempo la sua onnipotenza e la sua unica bont e veridicit, sia per opera della sua misericordia, sia con l'attribuzione di giuste pene. Perch la bont assoluta non manca talora di operare con misericordia; accoglie anzi moltissimi, tra la folla dei figli di Adamo il prevaricatore, nelle braccia del Figlio della sua Divinit. Se questo avviene nel mondo ogni giorno, che cos'altro sta a significare se non l'azione della bont dell'Onnipotente, immobilmente mutevole e mobilmente immutabile (215)? E quanto pi si avvicina la fine del mondo presente, tanto pi spesso accadranno fatti di questo genere.

26. E anche opportuno osservare come, fin dagli inizi del genere umano, si and a poco a poco manifestando la conoscenza del suo Fattore. Primo tra gli uomini, Adamo, con tutta la sua stirpe, proclama Dio proprio creatore, quando dichiara, piangendo, la sua infelicit per aver trasgredito colpevolmente il suo comando ed essere stato escluso dalle gioie del Paradiso e punito con l'esilio. D'altronde l'umanit, dopo essersi moltiplicata e diffusa per il mondo intero, sarebbe gi da tempo irreparabilmente perita, precipitando tutta intera nel baratro del proprio errore e della propria cecit, se la provvida bont del suo Fattore non l'avesse riaccolta tra le braccia della sua clemenza. Fin dal principio l'umanit benefici non solo di miracoli, prodigi, straordinarie manifestazioni della natura, che venivano dall'intervento divinamente buono del Creatore, ma anche delle profezie di persone di eccezionale acutezza, intese a infondere ora speranza ora timore. E come comp l'intera impresa della costruzione del mondo in sei giorni, e al termine ripos il settimo giorno, cos per seimila anni il Creatore ha operato per educare gli uomini, mostrando loro spesso significativi presagi. E nei secoli passati nessun tempo  stato privo di questi segni miracolosi che proclamavano Dio eterno, finch il sommo principio d'ogni cosa  apparso nel mondo rivestito di carne umana, nella sesta et che comprende il presente secolo; nella settima si pensa che avverr la fine dei molteplici travagli di questo edificio del mondo, sicch ogni cosa che ha cominciato ad esistere trover la pi degna conclusione e la propria quiete in Colui dal quale ha con certezza avuto inizio (216).
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Fine del primo libro.
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CAPITOLI DEL LIBRO SECONDO

1. Ugo eletto re.
2. La balena e le guerre in occidente.
3. Conano duca di Bretagna e Folco duca d'Angi.
4. Il monastero di Loches.
5. Eccezionale prodigio nella citt di Orlans.
6. Cariche ecclesiastiche carpite a fini d'illecito guadagno.
7. Incendi; morte di uomini illustri.
8. Morte del duca Enrico; saccheggio della Borgogna.
9. Terribile carestia; invasione dei Saraceni.
10. Una pioggia di pietre.
11. Il folle eretico Leutardo.
12. Eresia smascherata in Italia.
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LIBRO SECONDO.
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I. <Ugo eletto re>.
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1. Come avviene a chi, percorrendo un'amplissima zona di questa terra o inoltrandosi a forza di remi nel vasto mare, continuamente dirige lo sguardo verso le vette delle montagne o le cime degli alberi per riconoscerne da lontano i contorni e giungere senza perdersi a destinazione, cos succede anche a noi: mentre cerchiamo di tramandare alla posterit i fatti trascorsi, spesso nel raccontare dirigiamo l'attenzione e il discorso verso le figure dei grandi capi, perch per mezzo loro il racconto stesso venga illuminato e acquisti certezza (217). Giunta alla fine, come dicevamo, la stirpe dei grandi sovrani che avevano governato l'Italia e le Gallie come re e imperatori - Ludovico, Carlo e gli altri di quella dinastia -, subito dopo la guida dei due regni tocc a uomini stretti da legami di parentela (218). Abbiamo gi esposto in precedenza le vicende che misero l'Impero Romano nelle mani del primo, del secondo e del terzo Ottone, fino al periodo dell'impero di Enrico (219); resta da riferire quale fu d'allora in poi il destino del regno di Francia. Dopo la scomparsa dei re Lotario e Ludovico (220) le redini dell'intero regno passarono a Ugo, duca di Parigi (221), figlio del gi menzionato Ugo il Grande (222) e fratello del celeberrimo Enrico, duca di Borgogna (223). Quest'ultimo e con lui i maggiorenti di tutto il regno si adunarono e unsero re il suddetto Ugo (224). Come abbiamo gi osservato, la sua famiglia era congiunta da rapporti di parentela coi re sassoni, a partire da Ottone I, che era figlio di una sorella di Ugo il Grande (225). Non molto tempo dopo aver preso il timone del regno di Francia, Ugo si trov dunque a fronteggiare l'ostilit di molti tra i suoi, che pure in precedenza gli si erano sottomessi in tutto e per tutto. Ma poco alla volta, dato il suo vigore fisico e mentale, riusc a reprimere ogni ribellione (226). Aveva un figlio di grande saggezza, Roberto, assai ben istruito nelle arti della parola. Sentendosi gi mancare alquanto le forze, convoc nella citt regia di Orlans tutti i potenti dei regni di Francia e di Borgogna, e fece nominare re il figlio Roberto mentre egli era ancora in vita, precisamente l'anno tredicesimo prima del mille dopo l'incarnazione del Salvatore (227). Trascorsi alcuni anni, dopo aver ristabilito la pace nel suo regno, Ugo serenamente mor (228). Re Roberto era allora, come abbiamo detto, un giovane savio e istruito, gradevole nel parlare e noto per la sua devozione (229). Cos, provvedendo con divina clemenza, il Signore di tutti gli uomini si degn di collocare un simile personaggio, in quel preciso momento, alla guida del popolo cattolico; giacch sui giorni del suo regno, come certi presagi naturali facevano prevedere, si abbatterono gravi sciagure per la Chiesa di Cristo, e se questo re, aiutato da Dio, non vi si fosse opposto con la sua saggezza, la loro furia distruttrice sarebbe arrivata molto lontano.


II. La balena e le guerre in occidente.

2. L'anno quarto prima del 1000, in un luogo detto Bernevai (230), si vide una balena di straordinaria grandezza attraversare il mare: da settentrione andava verso occidente. Fu avvistata una mattina di novembre, al primo sorgere dell'aurora, simile a un'isola; il suo passaggio si protrasse fino alla terza ora del giorno, causando grandissimo sconcerto e meraviglia in coloro che la vedevano (231). Se a qualcuno venissero dubbi su quanto qui si racconta (sebbene molti vi abbiano assistito), sappia che un mostro come questo si trova descritto in un gran numero di testi (232). Cos nella biografia dell'illustre confessore Bendano, originario dell'Inghilterra orientale (233), si legge che questo sant'uomo, nel periodo in cui con parecchi monaci faceva la vita dell'eremita sul mare, tra le isole, incontr una volta la stessa bestia o una simile. Mentre stava aggirandosi a forza di remi tra varie isole sparse per il mare, al sopraggiungere del crepuscolo vide in lontananza come un'isola in mezzo alle acque, e fece rotta verso di essa con tutti i suoi compagni per trascorrervi la notte imminente. Appena vi giunsero, sbarcarono dai loro legni e si issarono sul dorso prominente della bestia, disponendosi a dimorarvi per una notte soltanto. Dopo una breve cena, quando tutti i confratelli concedevano riposo alle membra spossate, solo l'uomo di Dio, Bendano, vegliando come guardiano sull'ovile del Signore e intonando salmi di frequente, anzi senza posa (234), sagacemente interrogava la forza dei venti e il corso delle stelle. E mentre faceva ci con grande attenzione nel silenzio della notte, comprese d'un tratto che quel promontorio cui erano approdati per sostarvi, stava trasportandoli verso oriente. Il giorno dopo, al tornar della luce, sollecitamente chiam i compagni l presenti, spronandoli dolcemente e rincuorandoli con queste parole: "Miei cari fratelli, rendiamo sempre grazie a Dio, creatore e timoniere dell'universo, che con la sua provvidenza ha apprestato per noi in questi flutti marini un veicolo che non ha bisogno di rematori". Udendo il discorso dell'uomo di Dio e sentendosi l'animo invaso da stupore, i compagni si misero subito nelle mani della divina provvidenza, e fidando nella saggezza del santo, si rinfrancarono e attesero l'esito dell'avventura. Proseguendo in questa navigazione per molti giorni, notarono che procedevano sempre in direzione del sorger del sole. Giunsero infine a un'isola pi bella di tutte le altre e attraentissima per ogni genere di delizie. Anche l'aspetto dei suoi alberi e dei suoi uccelli era completamente diverso dall'usuale. Il santo, sbarcato su di essa, vi trov inoltre mirabili e varie comunit monastiche, o meglio anacoretiche, il cui tenore di vita rifulgeva come pi santo e pi nobile tra i costumi di tutti i mortali. Furono accolti da costoro con grande benevolenza e trascorsero l molti giorni; cos, diligentemente ammaestrati su tante nozioni riguardanti la vera salvezza, in seguito, quando furono di nuovo in patria, narrarono tutto ci che avevano appreso.

3. Dopo la comparsa del mostro oceanico di cui dicevamo (235), si lev un fragore di guerra in tutta la zona occidentale del mondo, sia nelle regioni galliche sia nelle isole di l dal mare sulle rive dell'oceano, dove abitano Angli, Bretoni e Scoti (236). Giacch spesso suole accadere che i loro sovrani e gli altri potenti, a causa dei misfatti della bassa plebe, d'un tratto entrano in conflitto, si scatenano seminando la distruzione tra i popoli loro soggetti, e arrivano a uccidersi tra loro. In quelle isole ci fu perpetrato a lungo, fino a quando uno dei loro re non si fu impadronito da solo, con la violenza, del dominio sulle altre. Nel regno di quelli che prendono il nome dalla Danimarca, dopo la morte del re Etelredo (237), che aveva sposato la sorella di Riccardo duca di Rouen (238), si ebbe l'invasione di Canuto, re degli Angli occidentali (239). Dopo frequenti incursioni e saccheggi in quella terra, questi stipul un patto con Riccardo, ne spos la sorella, vedova di Etelredo (240), e cos resse da monarca entrambi i regni (241). Poi Canuto, alla testa di un grande esercito, fece una spedizione per sottomettere il popolo degli Scoti, che avevano un re di nome Malcolm, assai forte in guerra e, ci che pi contava, cristianissimo per fede e opere (242). Quando questi venne a sapere che Canuto audacemente si apprestava a invadergli il regno, con tutte le forze che pot radunare tra la propria gente oppose al suo strapotere una strenua resistenza. Dopo avere persistito a lungo e testardamente nei suoi attacchi, alla fine Canuto, cedendo alle esortazioni del gi ricordato Riccardo duca di Rouen e di sua sorella, per amor di Dio abbandon tutta la sua ferocia, divenne mite e visse pacificamente; strinse anzi amicizia col re di Scozia, tanto da tenerne il figlio sul sacro fonte battesimale. Cos d'allora in poi, quando si fosse presentata qualche minaccia di guerra, il duca di Rouen riceveva l'aiuto di un forte esercito dalle isole di l dal mare. La gente normanna e gli abitanti di tali isole osservarono stabilmente la pace tra loro; tanto che intimorirono col terrore della propria potenza i popoli delle altre regioni, piuttosto che venire essi stessi intimoriti dagli altri. N deve far meraviglia se, dove era stata scacciata dal timor di Dio la discordia distruttrice di beni, col favore della pace cristiana un nobile regno pot mantenersi in condizioni pienamente felici.


III. <Conano duca di Bretagna e Folco duca d'Angi>.

4. Nello stesso periodo il fragore di una guerra intestina imperversava anche nel pi sperduto angolo della Gallia (243). Molti autori che trattano la conformazione del globo terrestre dicono che la zona dov' situata la Gallia si configura come un quadrato, sebbene essa, estendendosi dai monti Rifei (244) fino ai confini spagnoli e avendo a sinistra l'oceano e a destra per lungo tratto le catene alpine, per la sua lunghezza superi le dimensioni di un quadrato. Il suo lembo estremo, una terra di confine di scarsissima importanza,  detta Corno di Gallia (245); sua metropoli  la citt di Rennes (246). L'abita da lungo tempo il popolo dei Bretoni, le cui uniche ricchezze furono in origine l'esenzione dalle tasse e l'abbondanza di latte.  gente aliena da ogni civilt, di costumi rozzi, facile all'ira e a un vacuo cicaleccio. Tempo addietro era loro principe un certo Conano, il quale, unitosi in matrimonio con la sorella di Folco conte d'Angi, fin per diventare il principe pi insolente che il suo popolo avesse mai avuto (247): si fece incoronare col diadema alla maniera dei re e infier in vari modi sui pochi abitanti di quel lembo di terra con una stolta tirannide. Scoppi poi un insolubile diverbio tra Conano e Folco conte d'Angi: si provocarono a vicenda con continui saccheggi e spargimenti di sangue, e infine vennero a diretto conflitto, a una guerra civile che non fu possibile evitare. Dopo che, con lungo accanimento, si furono inferti i colpi peggiori che poterono, stabilirono di comune accordo di affrontarsi, ciascuno con le sue truppe, e di darsi battaglia un determinato giorno in un luogo detto Conquereuil (248). Ma l'esercito bretone riusc a eliminare slealmente parte di quello di Folco con un inganno. Molti bretoni si recarono in anticipo, di nascosto, sul luogo destinato allo scontro, e con grande accortezza vi scavarono un fossato profondo e assai lungo, vi intrecciarono sopra fittamente rami d'albero, preparando cos una trappola per il nemico, e si ritirarono. Il giorno stabilito, quando i due capi coi loro uomini giunsero sul posto secondo i patti, ed entrambi gli eserciti apparivano gi disposti in formazione di battaglia, gli astuti Bretoni, perseguendo il loro inganno, fecero mostra di mettersi in fuga, perch il nemico si precipitasse con pi foga nell'invisibile trappola. Vedendo la scena e cercando senza indugio di fare impeto su di loro, l'esercito di Folco piomb in non piccola parte dentro il fossato che era stato costruito dall'astuzia dei Bretoni. A questo punto i Bretoni, che prima avevano finto la fuga, si voltarono, e precipitandosi con veemenza sull'esercito di Folco ne distrussero gran parte con una terribile strage. Lo stesso Folco venne disarcionato e sbalzato a terra con la corazza. Si rialz furente; con le sue parole rinvigor e spron i suoi che, andando all'assalto come un turbine impetuoso nel folto delle messi, massacrarono spietatamente l'intero esercito bretone. Lo distrussero fin quasi all'ultimo uomo; catturarono vivo (249), con la mano destra mozzata, perfino il loro principe Conano, e lo portarono a Folco. Dopo la vittoria questi torn in patria e da allora non ebbe pi fastidi dai Bretoni.


IV. Il monastero di Loches.

5. Delle imprese di Folco si sarebbe potuto discorrere a lungo, ma per non riuscire noiosi l'abbiamo evitato. Resta per memorabile un episodio di cui ora diremo. Dopo aver provocato un po' dovunque, nel corso di varie battaglie, grandi spargimenti di sangue umano, preso dal terrore dell'inferno si rec al Santo Sepolcro di Gerusalemme (250). Da quello sfrontato che era, ne torn pieno d'esultanza, e per qualche tempo lasci la consueta ferocia divenendo pi umano. Progett allora di costruire una chiesa in uno tra i terreni migliori di sua propriet, e di sistemarvi una comunit di monaci che si adoprassero giorno e notte per la salvezza della sua anima. E poich non lasciava nulla al caso, cominci a interpellare un gran numero di religiosi sui santi alla cui memoria gli convenisse dedicare quella chiesa perch pregassero il Signore onnipotente per l'assoluzione della sua anima. Tra gli altri anche sua moglie, che era persona di grande saggezza (251), gli consigli di adempiere al voto fatto celebrando la memoria di quelle potenze celesti che l'autorit dei testi sacri colloca pi in alto: i cherubini e i serafini (252). Aderendo all'idea con entusiasmo, egli fece costruire una bellissima chiesa nel distretto di Tours a un miglio di distanza dal castello di Loches (253).

6. Conclusa presto la costruzione della basilica, invi subito un messaggio all'arcivescovo di Tours, Ugo (254), nella cui diocesi era stata fondata la chiesa, perch venisse a consacrarla com'egli aveva stabilito. Ma quello non si mosse, spiegando di non poter trasmettere al Signore, per mezzo di tale consacrazione, il voto di un uomo che si era impadronito di tanti beni e di tanti servi appartenenti alla chiesa madre della sua diocesi; gli sembrava opportuno che Folco restituisse prima quanto aveva ad altri sottratto ingiustamente, e solo dopo offrisse a Dio, giusto giudice, le propriet che intendeva consacrargli. Quando i messaggeri gli riferirono tutto questo, Folco, tornando alla solita ferocia, reag con grave collera alla risposta del vescovo, giunse ad aperte minacce contro di lui, e infine spinse i suoi calcoli pi in alto che pot: si caric di monete d'oro e d'argento e part alla volta di Roma. Qui rifer a papa Giovanni (255) la ragione del suo viaggio, espose le sue richieste e gli fece ricchissimi doni. L'altro mand senza indugio con Folco a consacrare la basilica uno di quelli che nella chiesa del Beato Pietro principe degli apostoli sono detti cardinali, di nome Pietro (256), e gli ordin di eseguire, senza lasciarsi intimorire, qualunque cosa Folco avesse reputato giusto, come se gliene venisse l'autorit dal pontefice romano. Quando la cosa si riseppe, tutti i vescovi della Gallia compresero che una tale sacrilega temerit era dipesa da cieca ingordigia, e che l'uno con le sue rapine e l'altro con l'accettarne il frutto avevano provocato un nuovo scisma nella Chiesa di Roma. La deprecazione fu universale, perch appariva del tutto inammissibile che il titolare della sede apostolica violasse per primo le disposizioni apostoliche e canoniche, soprattutto dopo che era stato ribadito da molte autorit, e fin dai tempi antichi, che nessun vescovo poteva esercitare un simile diritto nelle diocesi altrui, salvo che non lo ordinasse o non lo tollerasse il vescovo locale (257).

7. Un giorno di maggio (258) si radun una grandissima folla per assistere alla consacrazione della chiesa. La grande maggioranza dei presenti era l convenuta perch costretta col terrore da Folco a prender parte al trionfo del suo orgoglio; tra i vescovi intervennero per necessit soltanto quelli che erano oppressi sotto il suo potere (259). Il giorno stabilito fu iniziata con grande magnificenza la cerimonia della consacrazione; quando si concluse, e venne celebrato secondo l'uso il rito della messa, ciascuno torn a casa propria. Ma quello stesso giorno, verso l'ora nona, mentre il cielo, percorso da dolci venti, appariva da ogni parte sereno, d'un tratto sopraggiunse da mezzogiorno un terribile uragano, che si abbatt sulla chiesa, la riemp di un turbine di vento e la scosse a lungo con violenza, finch tutta la travatura cedette sfasciando i soffitti, e cos l'intera copertura della sommit occidentale del tempio (260) rovin a terra. Il fatto fu risaputo da molti in quella regione, e non vi furono dubbi che il voto (261) era stato reso vano dall'arroganza e dalla temerit; fu un chiaro segno per ognuno, al presente e in futuro, che cose del genere non si dovevano ripetere. Perch, se il pontefice della Chiesa di Roma  ritenuto degno di venerazione pi d'ogni altro in tutto il mondo per l'autorit della sede apostolica, non per questo gli  consentito di violare il tenore delle disposizioni canoniche. Ora, siccome ciascun vescovo della chiesa ortodossa, come sposo della propria diocesi, reca in s con pari diritto l'immagine del Salvatore, cos a nessuno di essi in generale  lecito intervenire nelle diocesi altrui con atti di prepotenza (262).


V. Eccezionale prodigio nella citt di Orlans.

8. Nell'anno 888 del Verbo incarnato (263) avvenne nella citt gallica di Orlans un prodigio davvero indimenticabile e tremendo. E risaputo che in questa citt si trova fin da tempi antichi un monastero dedicato al principe degli apostoli, dove in origine dimorava, servendo Dio onnipotente, una comunit di monache; ecco perch ancor oggi esso  noto con l'appellativo di Puellier (264). Piantato nel mezzo del monastero stava il venerabile vessillo della Croce, con l'immagine del Salvatore che patisce la morte per la salvezza dell'uomo. Dagli occhi di questa immagine per vari giorni sgorg senza interruzione, alla presenza di molti, un fiotto di lacrime; e, naturalmente, per assistere al terribile spettacolo giunse sul luogo una grandissima folla. Nell'osservare il fenomeno, moltissimi si convinsero che si trattava della premonizione divina di qualche sciagura che si sarebbe abbattuta sulla citt. E come si narra che lo stesso Salvatore abbia pianto sulla citt di Gerusalemme (265), di cui con la sua virt profetica prevedeva l'imminente distruzione, cos era chiaro che ora egli piangeva, con quel segno apparso dalla sua immagine, sulla citt di Orlans e sulla sventura che di l a poco l'avrebbe colpita. Dopo breve tempo avvenne in citt un altro episodio senza precedenti che, si suppone, aveva il medesimo significato. Una notte, quando i custodi della chiesa principale, ossia della cattedrale, si levarono come al solito e aprirono le porte del tempio ai fedeli che venivano per l'ufficio del mattutino, apparve d'improvviso un lupo, entr in chiesa, prese tra le fauci la fune di una campana e la scosse facendola suonare. I presenti lo guardarono presi da meraviglia, poi, disarmati com'erano, gridando e adoperandosi come potevano lo spinsero fuori, scacciandolo dalla chiesa. L'anno dopo l'intero abitato della citt, compresi gli edifici ecclesiastici, and in cenere per un terribile incendio; e nessuno dubit che quei due prodigi preludessero alla medesima disgrazia.

9. Era allora vescovo di quella citt il venerabile Arnolfo, nobile di stirpe, insigne per cultura e ricchissimo di rendite familiari (266). Considerando la devastazione abbattutasi sulla sua sede e lo sconforto del popolo affidato alle sue cure, egli prese la decisione pi saggia: procuratisi i materiali necessari, cominci immediatamente a ricostruire l'edificio della chiesa maggiore, dedicata un tempo alla Croce di Cristo. Iniziati con gran lena i lavori, mentre il vescovo e tutti i suoi si adoperavano per condurli a compimento nel modo pi rapido e decoroso, gli giunse con tutta evidenza l'aiuto del cielo. Un giorno che i muratori stavano verificando la saldezza del terreno dove s'intendeva gettare le fondazioni della basilica, avvenne loro di trovare una quantit d'oro sufficiente, secondo calcoli sicuri, alla ricostruzione della basilica intera per grande che fosse. Raccolsero dunque l'oro che avevano avuto la fortuna di trovare e lo portarono tutto al vescovo. Rendendo grazie a Dio onnipotente per il dono che gli aveva mandato, questi lo prese e lo trasmise agli amministratori della fabbrica, ordinando che l'intera somma fosse rigorosamente impiegata nel lavoro per la chiesa. Si dice che l'oro sia stato l sepolto, proprio per favorire quella ricostruzione, dalla sagacia del beato Evurzio (267), antico vescovo di quella sede, perch una volta, mentre il santo era impegnato a restaurare e a migliorare la chiesa, gli era accaduto di trovare nel medesimo luogo un dono simile, a lui riservato da Dio. Fu cos che l'edificio della chiesa dove aveva sede l'episcopato venne rifatto pi elegante del precedente; inoltre, per impulso del vescovo, gli edifici, andati distrutti, delle basiliche dedicate alla memoria di vari santi furono ricostruiti migliori di prima, e in quegli ambienti la cura della liturgia acquis loro una fama cospicua. La citt stessa di l a poco si riemp di costruzioni, e la cittadinanza, attenuando le sue tendenze peggiori, con l'aiuto della misericordia divina pot riprendersi avendo la sensibilit di accettare le sue sventure come punizione e ammonimento. Questa citt era stata in tempi antichi, com' tuttora, sede regia principale della monarchia franca, per la sua bellezza e popolosit, per la fertilit della sua terra e per la limpidezza del fiume che la bagna. E dal fiume Loira (Liger), in tutto degno di essa, la citt ha preso denominazione:  detta Aureliano, ossia Ore-Ligeriana, in quanto situata sulla riva di questo fiume. Non fu cos chiamata, quindi, dall'imperatore Aureliano che l'avrebbe fondata, come alcuni poco avveduti pensano, bens dal nome del fiume, come abbiamo detto; ipotesi che le si adatta in modo pi ragionevole e verosimile (268).


VI. Cariche ecclesiastiche carpite a fini d'illecito guadagno (269).

10. Dalle premonizioni della Sacra Scrittura risulta perfettamente chiaro che verso la fine dei tempi, quando negli uomini la carit andr intiepidendosi e l'iniquit dilagando, arriveranno momenti in cui le anime saranno messe alla prova (270). Cos molteplici testimonianze dei padri antichi affermano che, con l'imperversare dell'avidit, ci che per gli ordinamenti e le gerarchie delle passate religioni doveva essere fattore di progresso e di elevazione, divenne causa di corruzione e decadenza; e ci che ha rappresentato, per chi se n' servito nel modo giusto, un giovamento, per altri si  trasformato in un danno spirituale. In effetti, come dicevamo, quando prevale la sete d'illeciti guadagni, assai spesso ne viene soffocato il rigore della giustizia (271). Il fenomeno pu essere dimostrato nelle religioni di varie genti e paesi, ma  particolarmente evidente nel caso dei leviti e dei sacerdoti del popolo d'Israele: quanto pi prevalsero per ricchezze sugli altri, tanto pi diventarono in gran parte protervi per orgoglio e cupidigia, e quindi finirono per essere i peggiori di tutti. Ma le usanze dell'antica legge, circondate dai misteri di complesse simbologie (272), sono molto distanti dalla chiarezza e dalla spiritualit dei doni sacramentali offerti dalla nuova grazia. L i doni elargiti consistevano in vittime terrene, qui si riceve in premio Dio stesso; l ogni premio che si meritava era frutto di costrizione e schiavit, qui ciascuno viene reputato degno per quanto sinceramente vuole con retta coscienza.

11. Abbiamo fatto questa premessa perch, oggi che da un pezzo quasi tutti i principi si sono lasciati abbagliare dai doni pi futili, questo flagello infuria in lungo e in largo presso tutti i prelati della Chiesa sparsi in ogni angolo della terra. Sono giunti a trasformare in fonte di ghiotti guadagni, per accrescere la propria dannazione, perfino il dono gratuito e venerabile dell'onnipotente signore Ges Cristo.  dunque evidente che simili prelati tanto pi si rivelano inadatti a svolgere le loro mansioni spirituali, in quanto non vi sono arrivati attraverso la porta principale. E sebbene il testo delle Sacre Scritture si scagli spesso contro l'arroganza di questa gente, oggigiorno il fenomeno, in diverse categorie di ecclesiastici, sembra aggravarsi rispetto alle passate consuetudini. Perfino i sovrani, che avrebbero dovuto predisporre le persone pi idonee per le cariche della Chiesa, si lasciano corrompere da laute elargizioni e attribuiscono la qualifica di guida della Chiesa e delle anime a chiunque, preferendo chi promette loro pi ricchi donativi. Ecco il motivo principale per cui in tutte le cariche ecclesiastiche s'impongono facilmente persone proterve e gonfie d'orgoglio, che non si preoccupano d'incorrere nella colpa di trascurare il loro ministero perch confidano per intero e unicamente nel denaro che mettono in borsa, non gi nel dono della conseguita saggezza. Una volta occupato il posto, tanto pi coltivano la rapacit quanto pi sanno che attraverso di essa hanno potuto soddisfare le loro ambizioni: la servono come un idolo che adottano in luogo di Dio, perch, plasmati da essa, senza merito n fatica alcuna hanno carpito quel titolo. I pi ingenui sono poi trascinati da una insidiosa tendenza all'imitazione, che genera a sua volta un'insolente invidia: in tali frangenti, qualunque cosa l'uno a gara riesca a raccogliere, sembra all'altro che se ne sia appropriato per ostilit verso di lui; e come sempre fanno gli invidiosi, costoro tendono senza posa ad affliggersi per la fortuna degli altri. Ne derivano di continuo violente controversie, scoppiano frequenti gli scandali, e l'osservanza delle regole (273) ne esce violata e stravolta.

12. Dall'irreligiosit che imperversa nel clero consegue anche nel popolo una crescita di appetiti protervi e senza freni; ed ecco che menzogne, imbrogli, raggiri, omicidi fanno presa su tutti, portando a conseguenze pressoch letali. Siccome la peggior cecit ha obnubilato l'occhio del cattolicesimo, ossia le pi alte cariche della Chiesa, cos il popolo dei fedeli, che non conosce via di salvezza, precipita nel baratro della perdizione. Ed  giusto che ai prelati tocchi subire angherie da quelli stessi che dovrebbero obbedire loro: poich col proprio esempio li hanno sviati dal giusto sentiero, se li vedono rivoltare contro. N ci si deve meravigliare se, quando si trovano in difficolt, non ottengono l'aiuto invocato; perch essi stessi, eccedendo nell'avarizia, hanno chiuso dentro di s la porta a ogni compassione. Giacch inoltre si deve credere che una tale sequela di bassezze molto spesso si sconta con sciagure che ricadono sull'intera popolazione e su tutte le bestie, oltrech con flagelli per il raccolto provocati da perturbazioni del clima, il risultato  che proprio coloro ai quali sarebbe toccato dare aiuto e salvezza al gregge di Dio onnipotente affidato alle loro cure, hanno costituito un ostacolo alle grazie solitamente ad esso accordate. Ogniqualvolta si spegne la religiosit dei vescovi e s'attenua negli abati il rigore nell'osservanza della regola; ogniqualvolta la disciplina dei monaci perde vigore, e sul loro esempio il resto del popolo si fa trasgressore dei comandamenti di Dio; cos'altro rimane, se non che l'umanit tutta intera per sua spontanea volont di perdizione torni a precipitare nel baratro dell'antico caos? Certo dall'eventualit di fatti simili l'antico Leviatano aveva tratto un tempo la fiducia che avrebbe ingoiato con le sue fauci le acque del fiume Giordano: che cio una folla di battezzati, lasciando per sordida avarizia la via della verit, sarebbe sprofondata nella perdizione (274). Ed ecco avverarsi la predizione apostolica: con l'intiepidirsi della carit e il dilagare dell'iniquit negli uomini che amano s stessi pi del giusto, vicende come quelle da noi riferite si sono ripetute pi frequenti del consueto in tutte le zone del mondo a partire circa dall'anno mille dopo la nascita del Salvatore (275).


VII. Incendi; morte di uomini illustri.

13. Nel settimo anno prima del mille il monte Vesuvio, detto anche "la pentola di Vulcano" (276), aument il numero delle sue bocche e cominci a vomitare, insieme a fiamme sulfuree, una quantit di enormi massi, che venivano scagliati fino a tre miglia di distanza; e con i suoi miasmi fetidi rese inabitabile il territorio vicino. Qui reputo opportuno spiegare perch un fenomeno del genere abbia luogo solo nella regione africana. (277) Il motivo sta anzitutto nelle cavit del terreno, causate dalla violenza del calore solare; inoltre nel fatto che questa zona, subendo gli assalti dell'oceano da oriente, viene investita da ondate d'incredibile altezza, che ricadono sull'aria e la rinchiudono nelle viscere della terra, finch essa si sprigiona verso il cielo come pu, con un'esplosione. Giacch l'aria, come per le regole della sua costituzione s'insinua verso l'alto, cos per l'ambivalenza della sua natura, umida e calda allo stesso tempo, coi suoi frequenti spostamenti pu provocare nei terreni asciutti il fuoco, in quelli umidi il ghiaccio. A quasi tutte le citt d'Italia e di Gallia accadde frattanto di essere divorate da incendi; Roma stessa fu per la maggior parte distrutta dal fuoco. In quell'occasione l'incendio attacc le travature della basilica di San Pietro, cominciando a lambire e a divorare il legno sotto la copertura di rame. Presenti in massa, i fedeli se ne accorsero e, non trovando altro mezzo per arginare l'incombente disastro, si precipitarono tutti insieme con grida di disperazione verso il sepolcro (278) stesso del principe degli apostoli, scongiurandolo a lungo perch, se non avesse immediatamente provveduto alla difesa della sua chiesa, molta gente in tutto il mondo avrebbe rinnegato la fede cattolica. Subito il fuoco lasci le travi d'abete che stava divorando e scomparve.

14. In quel tempo vennero a mancare importanti personaggi, vescovi duchi e conti, in Italia e nelle Gallie: anzitutto il papa Giovanni (279), poi l'ottimo marchese Ugo (280) e molti nobili in Italia; nelle Gallie Oddone ed Eriberto, l'uno conte di Tours e Chartres, l'altro di Meaux e Troyes (281). Mor nello stesso periodo anche Riccardo duca di Rouen, che aveva fatto erigere uno splendido monastero nella localit di Fcamp, dove ora  sepolto (282). Cos pure giunse alla fine della vita Guglielmo duca di Poitiers (283). Morirono i migliori vescovi della Gallia: Manasse di Troyes, uomo pieno di santit (284), Gilberto di Parigi (285), Geboino di Chlons (286) e molti altri; tra questi, nel monastero di Souvigny, il santo Maiolo (287) di venerata memoria, la cui vita irreprensibile fu confermata da una morte esemplare. La fama della sua santit ha richiamato da tutto il mondo latino un numero grandissimo di persone, d'ambo i sessi e gli ordini (288), che ottennero da lui la grazia di guarire da ogni sorta d'infermit. Era l'epoca in cui infuriava nella popolazione un male tremendo, un fuoco invisibile che bruciava e staccava dal corpo ogni membro che giungesse ad aggredire; moltissimi ne furono annientati anche in una sola nottata (289). Tra gl'innumerevoli sepolcri di santi dove fu trovata salvezza da questo orribile male, la maggiore affluenza s'indirizz alle chiese di tre santi confessori: Martino di Tours, Ulrico di Baviera (290) e il venerabile padre Maiolo (291); cos si ebbe la sospirata guarigione.


VIII. Morte del duca Enrico; saccheggio della Borgogna.

15. L'anno terzo prima del mille mor in Borgogna, a Pouilly sulla Saona, il duca Enrico (292), ed ebbe sepoltura nel mese di ottobre vicino all'illustre confessore Germano ad Auxerre. Nel successivo mese di dicembre, la sera del sabato che precedeva il Natale, avvenne in cielo una straordinaria apparizione: la sembianza o il corpo reale di un drago gigantesco che, arrivando da settentrione, si dirigeva verso mezzogiorno con una fortissima luce. A questo prodigio assistettero con terrore quasi tutti gli abitanti della Gallia. L'anno dopo la Borgogna fu invasa da un grande esercito in armi guidato da re Roberto (293), che aveva con s anche Riccardo conte di Rouen (294) con trentamila normanni; giacch i Borgognoni erano insorti contro di lui, rifiutandosi di aprirgli le porte di citt e castelli che erano appartenuti al duca Enrico, suo zio (295), e che essi avevano deciso di dividersi tra loro. Con l'intero esercito, il re raggiunse per prima Auxerre e la cinse d'assedio. Ma alle lunghe, dopo essersi logorato con frequenti attacchi, dovette arrestarsi senza riuscire a piegare la citt, che ha fama di non essere stata mai presa, n per stratagemma n per assalto. Abbandonatala, il re si rivolse con tutto il suo apparato d'assedio a investire il castello di San Germano, che svetta ai margini della citt col suo ben munito bastione. La fortificazione era stata approntata dalle truppe del conte Landrico (296) e da uomini di quella comunit monastica (297), nel timore che le devastazioni nemiche si abbattessero sul sacro gregge. A quel punto l'inasprito sovrano ricevette la visita di Odilone, venerato abate del monastero di Cluny, che intendeva porsi come mediatore tra le due parti, per far rendere al re i dovuti onori, stringere un accordo tra i principi, consolidare la pace nel paese. Disperando per di poter condurre a termine quella missione, raccomand agli otto monaci che rimanevano a guardia dell'abbazia - gli altri con l'abate Ilderico (298) avevano obbedito all'ordine del re di lasciare quel luogo - di pregare senza posa nella speranza che la misericordia divina si degnasse di liberare loro stessi e quel luogo da un cos gravoso assedio.

16. Era l'alba del sesto giorno d'assedio quando il re, al colmo della collera, munito di corazza e di elmo arringava le truppe al completo, accompagnato da Ugo, vescovo di quella citt (299), l'unico in tutta la Borgogna che avesse preso le sue parti. Mentre era gi in assetto da battaglia, lo raggiunse l'abate Odilone, redarguendo aspramente lui e i potenti al suo seguito per aver intrapreso un'azione militare contro un vescovo dell'autorit di Germano, che, come risulta dalla sua biografia (300), con l'aiuto del Signore era solito sedare innumerevoli conflitti e rintuzzare la tracotanza dei re. Senza dargli ascolto, giunsero l dove erano diretti; e dopo aver cinto quel castello come d'una corona, iniziarono a gara l'assalto per espugnarlo. Da lungo tempo si combatteva accanitamente, quando all'improvviso si manifest l'aiuto di Dio in favore della propria casa: nell'ora del combattimento, il castello si riemp di una nebbia tanto oscura, che nessuno degli assediami riusciva a prendere la mira, mentre si vedevano massacrare dal tiro degli assediati. Dovettero cos abbandonare incolume il castello con la perdita di molti uomini, soprattutto normanni; e si pentirono, sebbene tardi, d'aver preso le armi contro un luogo di tanto prestigio. Accadde inoltre che nell'ora in cui l'esercito del re aveva dato inizio all'assalto contro il monastero, un religioso, Gisleberto, monaco del luogo, cominci a celebrare la messa all'altare della beata Maria sempre vergine, situato in posizione eminente all'estremit della chiesa, all'ora terza com'era solito fare ogni giorno: e questo coincise in pieno con la vittoria venuta dal cielo. Il giorno seguente il re si ritir, e appiccando incendi a ogni cosa, tranne alle citt e ai castelli meglio difesi, arriv nell'alta Borgogna, da dove rientr in Francia. In seguito, sia pur tardivamente, i Borgognoni tornarono dalla sua parte, e il re ottenne felicemente il possesso dell'intera regione (301).


IX. Terribile carestia; invasione dei Saraceni.

17. Nello stesso periodo si ebbe una gravissima carestia, che dur cinque anni in tutto il mondo latino (302): non c'era paese della cui indigenza e mancanza di pane non si sentisse parlare; gran parte del popolo mor consunta dall'inedia. Era una fame orrenda che induceva a nutrirsi non solo con le carni di animali schifosi e di rettili, ma perfino di uomini, donne, bambini, senza riguardo neppure per i pi stretti legami di sangue. Giacch la violenza della carestia giunse al punto che i figli adulti mangiavano le loro madri, e queste, dimentiche dell'amore materno, facevano lo stesso coi propri bambini.

18. Pi tardi (303) il popolo saraceno, comandato da un re di nome Almuzor, si spinse fuori dell'Africa, conquistando quasi l'intero territorio spagnolo e arrivando alla zona meridionale della Gallia fra grandi stragi di Cristiani (304): Ma contro di esso, sebbene dotato di forze inferiori, pi volte impegn battaglia il duca di Navarra, Guglielmo detto il Santo (305); anzi, a causa della scarsit di soldati i monaci stessi di quel paese dovettero prendere le armi. Si ebbero gravi perdite dall'una e dall'altra parte, finch in ultimo la vittoria tocc ai Cristiani, e i resti dell'esercito saraceno, fortemente decimato, ripararono in Africa. In quel lungo conflitto trovarono la morte, tra i Cristiani, molti religiosi, che si erano indotti a combattere pi per amore verso i loro fratelli che per sete di gloria o vanteria mondana (306).

19. A quel tempo, nel monastero detto della Rome, situato nella zona di Tonnerre (307), viveva un monaco di nome Vulferio, assai mite di costumi e di vita: una domenica questi ebbe una visione alla quale non  difficile credere. Ultimato l'ufficio del mattutino (308) si era raccolto per pregare in silenzio nel monastero, mentre i suoi confratelli erano tornati un po' a riposare, quando tutto lo spazio della chiesa improvvisamente apparve affollato da uomini coperti di vesti bianche (309) e adorni di stole purpuree. La solennit del portamento diceva molto su di loro a chi li avesse osservati; colui che li guidava, recando in mano una croce, disse di essere vescovo di molte comunit, e aggiunse di dover celebrare in quel luogo e in quel giorno la santa messa. Sia lui sia gli altri personaggi affermavano di aver preso parte la notte stessa alla cerimonia del mattutino insieme coi monaci del luogo, e osservarono che l'ufficio delle lodi che avevano ascoltato era ben appropriato a quel giorno. Era infatti l'ottava domenica di Pentecoste, quando, ad esprimere la gioia per la resurrezione del Signore, per la sua ascensione e per l'avvento dello Spirito Santo, in moltissimi luoghi di varie regioni usano eseguire canti in forma responsoriale, composti con nobilissime parole e musica soave, e adeguati, per quanto possa la mente umana, alla divina Trinit (310). Il vescovo che guidava quella schiera cominci dunque a celebrare la messa sull'altare di san Maurizio martire (311), intonando l'antifona della Trinit (312). Frattanto il monaco di cui si diceva domand loro chi fossero, da dove venissero, e per quale motivo erano arrivati l. Con grande dolcezza gli risposero: "Noi professiamo il cristianesimo; ma per aver difeso la patria e protetto il popolo cattolico, le armi saracene, nel corso di una guerra, ci hanno separato dalla nostra dimora del corpo; ora il richiamo del Signore ci trasferisce tutti nella sede dei beati. Il motivo per cui ci accade di passare per questa regione  che vi si trovano molte persone destinate tra breve a entrare nel nostro consorzio" (313). Poi, conclusa la preghiera del Signore (314), il celebrante, nel dare la pace a tutti, incaric uno dei suoi di recare al monaco il bacio della pace. Quello, eseguito l'ordine, gli fece segno di seguirlo. Mentre il monaco, a quella vista, si disponeva a seguirli, essi scomparvero; ed egli comprese di essere destinato a lasciare presto il mondo, come appunto avvenne.

20. Difatti, nel quinto mese dopo la visione di cui si  parlato, in dicembre, per ordine del suo abate egli si rec a Auxerre per curare alcuni monaci ammalati nel monastero intitolato al beato confessore di Cristo Germano: giacch aveva coltivato lo studio dell'arte medica. Giunto sul luogo, sapendo che la sua fine era ormai vicina, avvert i confratelli per i quali si era mosso che sarebbe stato opportuno prendere al pi presto i provvedimenti necessari per la loro guarigione. Gli risposero: "Per oggi riposati dalle fatiche del viaggio, in modo da ritrovarti pi in forze domani". Ribatt: "Se non mi riesce d'impiegare come meglio posso quanto mi resta di questa giornata, vedrete che gi domani non potr farne pi nulla". Ma quelli pensarono che stesse scherzando, dato che era sempre stato allegro e imperturbabile, e non tennero conto dell'avvertimento. All'alba del giorno seguente, bench colto da un violento dolore, riusc a giungere all'altare della beata Maria sempre vergine per celebrarvi la messa. Quando ebbe finito, si ritir nell'infermeria del monastero, e l si distese nel letto con le membra gi gravemente dolenti. Come avviene di solito agli ammalati, tra le sofferenze gli si chiusero gli occhi per il sonno. D'un tratto gli apparve davanti una splendida fanciulla, che emanava una luce straordinaria (315) e domand quale dubbio gli tormentasse l'animo. "Se i tuoi timori riguardano il viaggio" aggiunse, com'egli l'ebbe scorta, "non ti devi spaventare, perch io veglier su di te." Rinfrancato da questa apparizione, fece chiamare a s il priore del luogo, un uomo assai colto di nome Acardo che poi sarebbe divenuto abate di quel monastero (316), e gli raccont per filo e per segno non solo la visione avuta ora, ma anche quella precedente. L'altro gli disse: "Fratello, abbi conforto in Dio; ma poich raramente  dato ad essere umano di vedere ci che hai veduto,  inevitabile che tu affronti il destino di ogni carne, che ti riunir a quegli uomini che hai avuto innanzi a te". Egli chiam poi gli altri confratelli, che gli fecero visita secondo le consuetudini. Alla fine del terzo giorno, sul far della notte pass ad altra vita (317). Mentre tutti i monaci, come era costume, si apprestavano a lavarlo e a rivestirlo, suonando tutte le campane del monastero, un abitante del luogo, laico ma devoto, che non sapeva della morte di quel monaco, pensando che i rintocchi annunziassero il mattutino, si lev, com'era solito fare, per andare in chiesa. Giunto che fu a un ponte di legno situato circa a met strada, molti nelle vicinanze udirono delle voci che venivano da un lato del monastero e gridavano: "Tira, tira! portalo subito qui da noi!". A queste voci segu la risposta: "Con questo adesso non ci riesco; se potr, te ne porter un altro". D'improvviso l'uomo che andava verso la chiesa si vide davanti, sul ponte, quello che pareva uno dei suoi vicini, in realt un diavolo, che si dirigeva verso di lui, senza che egli ne avesse il minimo sospetto, tanto che lo chiam per nome avvertendolo di stare attento nel passare il ponte. D'un tratto lo spirito maligno si allung verso l'alto come una torre: cercava di trarre l'uomo in inganno attirandone la vista sulle proprie illusorie apparenze. Cos l'uomo, mentre lo guardava, mise un piede in fallo e ruzzol pesantemente sul ponte (318). Rialzatosi in tutta fretta e facendosi il segno della croce - giacch aveva inteso il diabolico inganno del maligno - torn a casa e divenne pi prudente; ed egli pure poco pi tardi mor in pace.


X. Una pioggia di pietre.

21. Nello stesso periodo avvenne un fatto assolutamente straordinario, di valore profetico, in casa di un nobile di nome Arlebaudo, presso il castello di Joigny in Borgogna (319). Per un triennio, quasi senza interruzione, in tutta la casa di costui caddero come pioggia pietre grandi e piccole, non si pu dire se dal cielo o dal soffitto, tanto che ancor oggi si possono osservare intorno alla casa i mucchi delle pietre che ne furono gettate fuori. Ma, bench piovessero in ogni angolo sia di notte sia di giorno, nessuno ne fu colpito, anzi non venne rotto un solo vaso. Tra di esse molti riconobbero i segni di confine dei propri terreni, quelli che altri chiamano "bornie" (320); si trov inoltre che erano giunte l pietre provenienti da strade, abitazioni e edifici diversi in posizione vicina e lontana. Anche questo era un presagio della rovina destinata ad abbattersi sulla famiglia che vi abitava, come i fatti dimostrarono. L'uomo ora nominato, come sua moglie, era di stirpe assai nobile; e i suoi figli e nipoti si misero in gravi liti coi proprietari confinanti riguardo ai terreni paterni. Non molto tempo dopo, infatti, per elargizione dei reggitori del monastero di Santa Colomba vergine venne in loro possesso un villaggio del territorio di Sens, detto Aillant (321), ma fu poi tolto loro, con un atto di violenza, da certi cavalieri della citt di Auxerre; essi allora fecero ogni sforzo per riprenderlo. Quando la lite durava ormai da vari anni, un giorno, nel periodo della vendemmia, le due opposte parti si affrontarono in armi presso quello stesso villaggio. Nella battaglia furono uccisi molti dell'uno e dell'altro campo: nella famiglia che si diceva, tra figli e nipoti ne rimasero undici sul terreno. Col passare del tempo la contesa s'acu, le discordie s'ingigantirono, e le perdite in questa famiglia, cos come le uccisioni dei suoi nemici, continuarono in gran numero per trent'anni e pi.


XI. Il folle eretico Leutardo.

22. Sul finire dell'anno mille apparve in Gallia, presso il villaggio di Vertus nel territorio di Chlons (322), un plebeo di nome Leutardo, che, come prov l'esito di questa storia, poteva ben dirsi un emissario di Satana. La sua inguaribile follia si manifest cos. Una volta che si tratteneva da solo nei campi per compiervi qualche lavoro agricolo, colto dal sonno per la fatica, gli sembr che un enorme sciame d'api entrasse in lui per una parte riposta del suo corpo, gli prorompesse fuori attraverso la bocca con grande fragore, lo tormentasse intensamente e a lungo con fitte punture, e infine gli parlasse, ordinandogli di eseguire varie azioni impossibili ad un essere umano (323). Rialzatosi tutto spossato, torn a casa e si liber della moglie, adducendo le prescrizioni del Vangelo per giustificare il divorzio (324). Poi usc, e, entrato in chiesa come per pregare, afferr la croce e calpest l'immagine del Salvatore (325). Presi da terrore, gli astanti pensarono che fosse impazzito, com'era in effetti; ma egli li convinse - tale  l'incostanza mentale dei contadini - che faceva tutto ci per un'eccezionale rivelazione divina. Era dotato di grande parlantina, priva per altro d'ogni senso di convenienza e di verit; e pur atteggiandosi a insegnante, contraddiceva il vero insegnamento della fede (326). Affermava che era del tutto inutile e ozioso pagare le decime (327); e come le altre eresie, per ingannare pi sottilmente, si ammantano dell'autorit delle Sacre Scritture con cui in realt contrastano, cosi anch'egli sosteneva che i profeti avevano detto cose in parte giuste, in parte da non credersi. La sua reputazione d'uomo in apparenza devoto e assennato gli guadagn in breve una parte non piccola della bassa plebe. Ma il vescovo Geboino alla cui diocesi apparteneva, un vecchio di grande dottrina (328), informato di tutto questo se lo fece condurre davanti. Interrogato sulle parole e sulle azioni che di lui si erano venute a sapere, l'uomo cerc di coprire il veleno della sua perfidia facendo ricorso alla testimonianza delle Sacre Scritture che non conosceva a fondo. Alla perspicacia del vescovo queste idee apparvero inammissibili, anzi disoneste e da condannarsi; e dimostrando che costui era divenuto un pazzo eretico, richiam quella parte del popolo che era stata ingannata dalla sua follia e la ricondusse alla piena osservanza del cattolicesimo. Riconoscendosi ormai battuto e privo dell'appoggio popolare, Leutardo si tolse la vita gettandosi in un pozzo (329).


XII. Eresia smascherata in Italia.

23. In questo periodo (330) un male non dissimile si manifest a Ravenna. Un certo Vilgardo, cultore diligente, anzi appassionato, dello studio della grammatica (331) - giacch  sempre stata abitudine tipica degli Italiani coltivare quest'arte tralasciando le altre (332) - cominci a insuperbire per la conoscenza che aveva della sua arte, e a mostrarsi sempre pi insensato. Un giorno certi diavoli presero l'aspetto dei poeti Virgilio, Orazio e Giovenale, e, comparendogli innanzi, gli dimostrarono perfidamente grande riconoscenza perch con tanto zelo e amore si dedicava ai libri contenenti le loro opere e se ne faceva fortunato annunziatore presso la posterit; gli promisero quindi che lo avrebbero reso partecipe della loro gloria. Corrotto dall'inganno dei diavoli, si mise allora presuntuosamente a sostenere varie dottrine contrarie alla fede cattolica, asserendo che bisognava credere in tutto e per tutto alle parole dei poeti. Infine fu smascherato come eretico, e venne condannato da Pietro, vescovo di quella citt (333). Furono scoperti in Italia altri sostenitori di queste perniciose teorie; ed essi pure vennero giustiziati con la spada o sul rogo. Anche dalla Sardegna, isola dove gli eretici sempre abbondano, in quel tempo uscirono alcuni che andarono a traviare in parte la popolazione della Spagna: e finirono massacrati (334) dai cattolici. Tutto ci costituisce un presagio che ben si accorda con la profezia di Giovanni, l dove dice che Satana verr liberato, e al termine di mille anni... (335). Ma di questo tratteremo pi diffusamente nel libro terzo.

Fine del secondo libro.




LIBRO TERZO

1. A questo punto, dopo aver dato qualche ragguaglio sui fatti del periodo precedente, accingiamoci a redigere il terzo libro di quest'opera, che narra, come si era promesso (336), gli eventi successivi, dall'anno millesimo dopo la nascita del Verbo che d vita a ogni essere. Abbiamo gi detto (337) che nell'imminenza di tale data il mondo era rimasto quasi del tutto spoglio di personaggi di spicco tra i religiosi e tra i nobili. Ma da quell'anno in poi emersero, in Italia e nelle Gallie, uomini dell'una e dell'altra categoria, la cui vita e il cui comportamento possono ben additarsi alla posterit come modelli da imitare. Giacch a volte, come i malvagi vengono onorati per paura, cos i buoni incutono timore per il rispetto di cui godono (338). Sotto il regno di due sovrani cristianissimi, Enrico re di Sassonia e Roberto re di Francia (339), i loro paesi furono lasciati in pace dalle genti straniere, ma vennero di continuo tormentati da conflitti interni. Quando a Roma, per intervento del santo papa Benedetto, l'intero popolo chiam al soglio imperiale Enrico, la gente longobarda, con la sua ben nota perfidia, si ribell, elevando al trono e ungendo come proprio re un certo Arduino (340). In seguito, per, pur avendo resistito a lungo e con tutte le forze, subirono gravissime perdite di uomini e dovettero sottomettersi agli ordini dell'imperatore. Arrivato a Pavia, questi si fece costruire proprio dai Longobardi un palazzo di straordinaria fattura e, stabilita la propria autorit come si conveniva, associ al regno come consorte la figlia del duca sassone Sigefredo (341). E, pur constatando che da lei non poteva avere figli, non per questo la ripudi, ma fece dono alla Chiesa di tutto il patrimonio che aveva destinato alla sua prole (342). Fece inoltre costruire un monastero in Sassonia, in localit detta Bavoberch, ossia "monte di Bavone", perch in lingua teutonica berch significa montagna (343). Questo monastero, che egli arricch di moltissime donazioni, volle che fosse dedicato dal papa romano, il gi ricordato Benedetto, in onore del principe degli apostoli; su consiglio del medesimo pontefice innalz la chiesa locale a sede di episcopato, e, installatovi un vescovo, la dot riccamente con le rendite di vastissime propriet (344).


I. Stefano re d'Ungheria.
La guerra nel Beneventano.

2. Nello stesso periodo di tempo il popolo ungherese, che dimorava nella valle del Danubio, si convert insieme col proprio re alla fede cristiana. A questo re, che fu battezzato col nome di Stefano e divenne un ottimo cristiano (345), il suddetto imperatore Enrico diede in moglie la sorella (346). Allora quasi tutti quelli che, partendo dall'Italia o dalle Gallie, si dirigevano verso Gerusalemme per visitarvi il Sepolcro del Signore, cominciarono a tralasciare il consueto itinerario marittimo e a passare per i territori di questo re. Ed egli procurava a tutti un transito perfettamente sicuro; accoglieva fraternamente quanti vedeva arrivare, e li colmava di ricchissimi doni. Attratta da ci, si mosse alla volta di Gerusalemme una massa innumerevole di persone, sia nobili sia popolani. Nello stesso periodo l'imperatore Basilio, titolare del sacro soglio di Costantinopoli (347), diede ordine a un suo governatore, colui che viene detto "catapontino" perch risiede presso il mare (348), di recarsi nelle citt d'oltremare per esigerne i tributi spettanti all'Impero Romano; e quello, eseguendo sollecitamente l'ordine, invi una flotta greca per sottrarre ricchezze all'Italia. Il tentativo si prolung per due anni di seguito; e una parte notevole del territorio beneventano pass sotto il dominio dei Greci (349).

3. Avvenne in quel tempo che un normanno chiamato Rodolfo (350), uomo di grande coraggio che era caduto in disgrazia presso il conte Riccardo (351), temendone l'ira si recasse a Roma con quanti uomini pot condurre con s e perorasse la propria causa davanti al sommo pontefice Benedetto. Questi, comprendendo che era versatissimo nelle arti belliche, volle rivelargli la sua contrariet per l'attacco dei Greci all'Impero Romano, e il suo grave disappunto perch non si trovava nessuno dei suoi che potesse scacciare le truppe straniere. A queste parole, Rodolfo promise che avrebbe mosso guerra a quegli uomini venuti d'oltremare, purch gli venisse dato qualche appoggio almeno da parte di coloro la cui patria era pi direttamente minacciata. Allora il papa lo invi coi suoi compagni dai maggiorenti di Benevento, invitandoli ad accoglierlo amichevolmente, a prepararsi a combattere sempre sotto il suo comando e a obbedire unanimi ai suoi ordini: egli si rec a Benevento, dove fu ricevuto secondo i desideri del papa. Subito Rodolfo assal gli uomini dell'amministrazione greca che esigevano balzelli dalla popolazione, spogliandoli d'ogni cosa e trucidandoli (352). Quando ne ebbero notizia, i loro compagni, che avevano gi posto sotto il proprio dominio varie citt e castelli, riunirono gli uomini in un solo esercito e attaccarono battaglia con Rodolfo e i suoi sostenitori. Nello scontro rimase sul terreno la maggior parte dei Greci, che per giunta lasciarono sguarniti alcuni castelli di cui l'esercito di Rodolfo, immediatamente dopo la vittoria, s'impadron (353). In seguito a questa sconfitta, i Greci inviarono un dispaccio a Costantinopoli per ottenere aiuto al pi presto da chi li aveva mandati; subito fu ricostituita una flotta e vennero inviati molti pi combattenti di quanti ve n'erano stati prima. Nel frattempo, essendosi dovunque sparsa la voce che a pochi normanni era toccata la vittoria contro la superbia dei Greci, dalla terra donde era venuto Rodolfo giunse per unirsi a lui una folla innumerevole, che comprendeva anche donne e bambini, alla quale il conte Riccardo aveva dato non solo il suo assenso, ma anzi l'ordine esplicito di andare. Messisi in marcia con grande coraggio, si spinsero fino alla catena alpina, in luogo detto "monte di Giove" (354), dove gli avidi signorotti locali avevano fatto applicare ai sentieri pi angusti chiusure con spranghe e gabellieri per spillare ricchezze a chi passava. Quando si vide negare da costoro il passaggio, dopo la consueta richiesta iniziale di denaro, l'esercito normanno s'infuri, infranse i chiavistelli, massacr i gabellieri e prosegu il suo cammino; diede cos a Rodolfo un aiuto non indifferente. Le due parti in lotta, ingrossate le proprie file, per la seconda volta vennero a battaglia con gravi perdite per gli uni e per gli altri; ma la vittoria tocc all'esercito normanno. In un terzo scontro, impegnato poco tempo dopo, ambedue le parti, ormai stremate, finirono per ritirarsi (355). Rodolfo allora, constatando che i suoi erano decimati e che i combattenti locali erano poco abili alla guerra, si rec con pochi compagni dall'imperatore Enrico per esporgli tutta la faccenda. Questi l'accolse con favore e lo gratific di vari doni, perch la fama che di lui gli era giunta lo aveva reso desideroso di conoscerlo.

4. Immediatamente l'imperatore radun numerose truppe, preparandosi a partire per difendere lo stato. In seguito i Greci, supponendo che Rodolfo avesse abbandonato il paese, si gettarono sui castelli che egli, nel momento della vittoria, aveva strappato loro; ma invano. Cinsero di mura, in gran fretta, anche l'antica citt di Troia, popolandola d'una moltitudine di uomini e donne (356). Nel frattempo l'imperatore, partito alla volta della regione beneventana, conquist e assoggett tutte le citt e i castelli che i Greci avevano sottratto alla sua autorit (357). Quando fu giunto dinanzi alla suddetta citt di Troia, i ribelli che vi si erano arroccati gli opposero una lunga e accanita resistenza, sperando che per l'estate successiva, secondo le promesse fatte dai Greci, giungesse loro l'aiuto di Basilio (358); si spinsero anzi a dire che Enrico sarebbe stato a tal punto umiliato da abbracciare, pieno di terrore, i piedi di Basilio. Ma l'imperatore, cinta d'assedio la citt col suo esercito, apprest delle macchine per poterla prendere d'assalto. Gli assediati allora fecero una sortita notturna recando fiaccole cosparse di pece, le accesero, e dall'esterno appiccarono fuoco alle macchine, distruggendole. L'imperatore se ne accorse e pieno di collera fece costruire nuove macchine ancora pi potenti, ricoperte di cuoio non conciato, e comand di tenerle sotto stretta sorveglianza. Quando era ormai trascorso il terzo mese d'assedio e le stragi reciprocamente inferte avevano fiaccata l'una e l'altra parte - per giunta il morbo della dissenteria s'era abbattuto con violenza sull'esercito imperiale -, alla fine gli assediati, appigliandosi a un partito pi conveniente, escogitarono un modo per uscire dalle difficolt. Un giorno presero un eremita vestito di panni monastici - gente di cui l'Italia  piena -, gli diedero una croce da portare e gli misero al seguito tutti i fanciulli dell'et pi tenera che fossero in citt; in questa maniera si present alla tenda dell'imperatore, al grido di: "Kyrie eleison!". Come l'ud, l'imperatore fece chiedere che cosa volessero. Quando gli fu risposto che imploravano da lui misericordia per la disgraziata citt, egli replic: "Colui che conosce i cuori (359) sa perfettamente che la minaccia per la vita di questi fanciulli viene dai loro padri pi che da me". E, commosso fino al pianto, ordin di lasciarli tornare illesi in citt. L'ordine dell'imperatore fu eseguito. L'indomani mattina uscirono di nuovo dalla citt in processione invocando come la prima volta "Kyrie eleison", finch il suono delle loro voci colp l'orecchio dell'imperatore. Uscito dalla tenda, alla vista di tutti quei fanciulli egli s'impietos e, da uomo coltissimo quale era, fece ricorso alle parole del Signore: "Provo piet per questa gente" (360). Giacch in precedenza aveva dichiarato che, se si fosse impadronito della citt, avrebbe fatto impiccare sul patibolo ogni essere di sesso maschile che fosse stato trovato, avrebbe fatto bruciare quanto vi fosse rimasto e radere al suolo le mura. Ora l'imperatore fece sapere ai capi degli assediati che, se aspiravano alla sua piet e volevano placare la sua collera, dovevano abbattere essi stessi quella parte delle mura cittadine che si ergevano in atto di ribellione contro le sue macchine d'assedio. A quelle parole, si precipitarono a eseguire quanto era stato loro comandato. Poi, l'imperatore ordin che venissero da lui in pace e ricostruissero il muro della citt; prese degli ostaggi di pace da tutte le province della regione e se ne torn in Sassonia (361). I Normanni dal canto loro, con Rodolfo in testa, tornarono in patria, dove furono ricevuti festosamente dal proprio principe Riccardo. L'anno seguente, in luglio, mor in Sassonia l'imperatore Enrico (362), e fu sepolto con tutti gli onori in quel monastero che aveva fatto costruire a Bavoberch in onore del principe degli apostoli.


II. Roberto re di Francia.

5. All'epoca dei fatti ora narrati, re Roberto, che regnava sui Franchi, sub ogni sorta di affronti proprio da quelli che, provenendo da media o bassa estrazione, erano stati elevati ad altissimi ranghi da lui stesso ovvero dall'uno o dall'altro Ugo, suo padre e suo nonno (363). In queste rivolte si distinse tra tutti Oddone (364), figlio di Tebaldo di Chartres detto l'Ingannatore; ma ve ne furono molti, di minore potenza, che, mentre pi degli altri avrebbero dovuto mostrarsi sottomessi, tanto pi gli furono ribelli. Non diversamente si comport Oddone II, figlio di Oddone I, tanto pi malfido quanto pi forte degli altri (365). Quando mor senza prole il conte di Troyes e Meaux, Stefano figlio di Erberto, cugino dello stesso re (366), questo Oddone contro il volere del sovrano s'impadron di tutti i latifondi che dovevano, secondo la legge, passare sotto il dominio reale.

6. Interminabili controversie e frequenti atti ostili si ebbero tra Oddone e Folco conte d'Angi (367), perch ognuno dei due, gonfio com'era di orgoglio, rifiutava di venire a patti. Anche Guglielmo, figliastro del duca Enrico e figlio di Adalberto duca dei Longobardi (368), una volta si ribell al re, col favore di Landrico conte di Nevers, che aveva sposato sua figlia (369), e di Bruno vescovo di Langres, di cui aveva sposato la sorella (370) - ne ebbe figli d'ambo i sessi, e la figlia maggiore and sposa a Landrico, le altre due a Guglielmo di Poitiers e Guglielmo di Arles (371), mentre uno dei maschi, Rainaldo, spos Adelaide figlia di Riccardo duca di Rouen (372). Costui (373), sebbene di origini straniere (era stato anzi fatto fuggire di nascosto dalla terra dei Longobardi e reso poi alla madre da un monaco in modo assai abile), in Borgogna riusc ad affermarsi a tal punto che in quel paese non si trov secondo a nessuno n in ricchezza n nelle arti belliche. Ebbe tuttavia un tenace avversario in Ugo, figlio di Lamberto conte di Chalon, uomo (374) di grande virt che, tra molte azioni lodevoli, fece edificare in localit Paray, nel distretto di Autun (375), un monastero in onore di santa Maria e san Giovanni Battista, dove riposa in una degna sepoltura. Ugo era vescovo di Auxerre e al tempo stesso amministrava la contea paterna per ordine del re, perch il padre non aveva avuto altri figli maschi che lui: era dunque, in quanto fedelissimo e obbedientissimo al re, avverso ai suoi nemici (376).

7. Il re di cui parliamo spos una parente di lui (377), Costanza di nome e d'animo, regina insigne, figlia del primo Guglielmo, duca d'Aquitania (378), dalla quale ebbe quattro figli e due figlie. Ma si fece avanti un uomo, detto Ugo di Beauvais, che cominci a spargere il seme maligno dell'odio tra il re e la consorte, riuscendo per proprio tornaconto a rendere la regina odiosa al marito; ottenne inoltre tanto favore da quest'ultimo che fu nominato conte palatino. Un giorno che il re andava a caccia in un bosco, e Ugo come sempre era con lui, sopraggiunsero dodici valentissimi cavalieri inviati da Folco conte d'Angi, parente della regina (379), che assassinarono Ugo davanti al re (380). Questi, sebbene per un certo periodo manifestasse dispiacere per l'episodio, in seguito, come conveniva, si riappacific con la regina. Da vero saggio e devoto a Dio (381), fu un re sempre amante degli umili e, quanto pi pot, avverso ai superbi. Se nel suo regno una sede episcopale perdeva il suo titolare, egli usava ogni cura perch a capo di quella chiesa fosse rimesso un pastore valente, sebbene di bassa estrazione, piuttosto che favorire una figura della nobilt dedita ai fasti mondani. Ecco perch fu oggetto di tante ribellioni anche da parte dei grandi del regno: costoro, disprezzando gli umili, favorivano i superbi simili a loro.

8. I suoi rapporti coi sovrani dei territori confinanti col suo regno furono pacifici: specialmente con l'imperatore Enrico, gi ricordato (382). Una volta che essi si diedero convegno (383) presso il fiume Mosa, confine tra i due regni, molti del loro seguito borbottavano che era sconveniente per l'uno o per l'altro, re di tanto prestigio, umiliarsi ad attraversare il fiume quasi prestando un servizio al collega, e che sarebbe stato pi opportuno farsi portare su barche fino al centro del fiume e l venire a colloquio. Ma quei due uomini sapientissimi avevano ben presente il detto: "Quanto pi sei grande, tanto pi devi umiliarti in ogni cosa (384)". Perci l'imperatore, levatosi di prima mattina, con un piccolo seguito pass dalla parte del re francese; i due si abbracciarono con calore e si baciarono, assistettero alla messa solennemente celebrata dai vescovi e reputarono opportuno pranzare insieme. Dopo il pranzo Roberto fece a Enrico un'eccezionale donazione in oro, argento e pietre preziose, oltre a cento cavalli splendidamente ricoperti ciascuno di corazza e casco (385), e gli fece sapere che quanto egli avesse lasciato l di tutti quei doni, altrettanto sarebbe diminuita la loro amicizia. Ma Enrico, constatando nell'amico tanta generosit, port via di quei doni solo un evangeliario ricoperto d'oro e di gemme e un reliquiario di consimile fattura che conteneva un dente di san Vincenzo diacono e martire (386); sua moglie si limit a prendere un paio di turiboli d'oro (387). Tutto il resto fu lasciato l al momento della partenza in segno di gentilezza. Il giorno seguente tocc a re Roberto, accompagnato dai vescovi, recarsi dall'altra parte presso la tenda dell'imperatore. Dopo avergli fatto una splendida accoglienza, alla fine del pranzo che consumarono insieme, questi gli offr cento libbre d'oro puro; ma anche il re si accontent di accettare da lui due turiboli d'oro. Infine i due, stipulato un patto d'amicizia, tornarono ognuno nel suo paese. Roberto fu sempre trattato con grandi onori anche da altri re - Etelredo d'Inghilterra (388), Rodolfo d'Austrasia (389) e Sancio di Navarra (390) in Spagna - i quali gli inviarono doni e richiesero il suo aiuto.


III. L'apparizione di una stella cometa,
fonte di molti presagi (391).

9. All'epoca di questo re, nel mese di settembre, all'inizio di una notte, apparve nella zona occidentale del cielo una stella detta cometa, che vi rimase per un periodo di quasi tre mesi. Rifulgendo con grandissimo splendore, dominava con la propria luce la maggior parte della volta celeste, finch scompariva al canto del gallo. Se poi si tratti di una nuova stella mandata da Dio, oppure della luce di qualche stella che venga da Dio amplificata molte volte per una rivelazione prodigiosa, pu conoscerlo soltanto Colui che governa tutte le altre cose nel segreto insondabile della sua saggezza. Un fatto per  dimostrato con sicurezza: tutte le volte che un fenomeno del genere appare ad occhio umano, esso annunzia per l'immediato futuro, con chiara evidenza, qualche avvenimento straordinario e terribile.

10. Poco tempo dopo accadde che finisse bruciata da un incendio la chiesa del Beato Michele arcangelo: quella che  situata sopra un promontorio della costa oceanica e viene a tutt'oggi venerata dal mondo intero (392). In quel luogo, attorno al promontorio, si pu chiaramente osservare il fenomeno della marea nell'oceano, col suo straordinario spostamento avanti e indietro secondo il crescere e il calare della luna - l'innalzamento del mare viene chiamato malinae, l'abbassamento ledones - (393); e soprattutto per questo motivo la localit  tanto spesso visitata da gente di ogni paese. Vi  vicino al promontorio un torrente chiamato Ardre, il quale, dopo quell'avvenimento, si gonfi alquanto, diventando per qualche tempo inaccessibile al guado e costituendo quindi un notevole impedimento per chi intendesse far visita alla chiesa. L'ostacolo alla strada dur per un certo numero di giorni; poi il torrente rientr nel suo letto, lasciando la spiaggia profondamente solcata dal proprio corso.

11. Dopo questi eventi, il venerabile Abbone, abate del monastero di San Benedetto che porta il nome di Fleury (394), per estendere l'osservanza monastica pass nella provincia meridionale di Guascogna. Giunto sul luogo, si trattenne in un monastero, e l, circondato dall'affetto e dalla venerazione di tutti, secondo il consueto esercitava con zelo i suoi doveri verso Dio. Ma avvenne un giorno che, per l'esplodere degli istinti di violenza in certa gente irascibile, si scatenasse una lite feroce nell'atrio del monastero. Colui di cui parliamo, il molto venerabile Abbone, se ne avvide e intervenne per sedare il tumulto tenendo ancora in mano le tavolette cerate e lo stilo (395); spinto da un impulso diabolico, un uomo del volgo si precipit su di lui e trafiggendogli il fianco con una lancia ne fece un martire di Cristo. Si narra che lo stesso individuo, poco pi tardi, divenne preda del demonio e trov cos una fine miserabile. Le spoglie dell'abate ebbero sepoltura sul luogo con tutti gli onori da parte dei suoi compagni e degli altri fedeli della zona; e proprio l, ad esaltazione del suo nome, il Signore concesse in seguito alla gente abbondanti grazie.

12. Nello stesso periodo si tenne in Italia e nelle Gallie un buon numero di concili, con la partecipazione di molti vescovi, per definire tra loro varie questioni. Riguardo ai digiuni cui molti fedeli si attengono nel periodo tra Ascensione e Pentecoste (396), fu stabilito che non potessero essere imposti dal clero, ad eccezione di quello del sabato di Pentecoste, ma che quanti intendessero osservarli non ne fossero impediti. Fu inoltre discussa la ragione per cui, contro le consuetudini della Chiesa di Roma, i monaci solevano intonare l'inno Te Deum lauamus per tre o quattro domeniche prima di Natale e nel periodo della Quaresima (397). Di fronte a questo problema, sia gli abati sia i monaci replicarono che lo facevano per il solo fine di ottemperare all'insegnamento del celeberrimo ed eccellentissimo padre Benedetto, i cui atti e detti sono del resto narrati e pienamente approvati dal sommo pontefice romano Gregorio (398). Quando i vescovi furono informati di questo, l'autentica consuetudine monastica fu definitivamente confermata. Altra questione importante affrontata dai medesimi vescovi concerneva il giorno dell'Annunciazione, che si celebra il 25 marzo: se cio non fosse pi conveniente onorarla in qualche altra data fuori della Quaresima. Giacch a parere di alcuni la data esatta in cui celebrare l'Annunciazione sarebbe stata il 18 dicembre, secondo l'uso spagnolo (399). In un periodo successivo, quando mi trovavo con altri confratelli nell'abbazia di Cluny (400), vi giunse dalla Spagna un buon gruppo di monaci dalla vita austera che conservavano tuttora le consuetudini della loro patria. All'approssimarsi del giorno di Natale quei monaci chiesero all'abate del luogo, il venerabile Odilone, il permesso di celebrare l'Annunciazione secondo la tradizione loro propria. Dopo che lo ebbero fatto separati dagli altri, la notte stessa parve a due tra i pi anziani monaci del luogo di vedere uno di quegli spagnoli afferrare da sopra l'altare, con una forca da camino, un fanciullo e metterlo in una casseruola piena di braci, mentre questi gridava: "Padre! Padre! costoro sottraggono ci che tu hai dato!". In breve, l'antica usanza, com'era giusto, da noi ebbe la meglio.


IV. Si ricostruiscono basiliche in ogni parte del mondo.

13. Si era gi quasi all'anno terzo dopo il mille (401) quando nel mondo intero, ma specialmente in Italia e nelle Gallie, si ebbe un rinnovamento delle chiese basilicali: sebbene molte fossero ben sistemate e non ne avessero bisogno, tuttavia ogni popolo della cristianit faceva a gara con gli altri per averne una pi bella. Pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi della vecchiaia, si rivestisse tutta di un fulgido manto di chiese. In quel tempo i fedeli sostituirono con edifici migliori quasi tutte le chiese delle sedi episcopali, tutti i monasteri dedicati ai vari santi e anche i pi piccoli oratori di campagna.

14. Splendido fra tutti fu il monastero del Beato Martino a Tours, fatto demolire dal venerabile Erveo (402), tesoriere del luogo, e ricostruito prima della sua morte con un lavoro eccezionale. Se mai fosse possibile descrivere la sua vita e i suoi costumi (403), quali essi furono dalla fanciullezza alla fine della sua vicenda terrena, certo si rivelerebbe al mondo l'uomo pi straordinario di quest'epoca. Nacque da nobile stirpe franca, ma pi nobile era d'animo: come un giglio o una rosa tra le spine, per sangue egli apparteneva a una famiglia tra le pi feroci della sua patria. Dopo una nobile educazione, quale si conviene alle stirpi pi illustri, fu mandato a una scuola di arti liberali (404); ma, comprendendo come di l si uscisse pi gonfi d'orgoglio che obbedienti ai comandi di Dio, pens di ricavarne solo quel tanto che gli serviva alla salvezza dell'anima. In seguito, abbandonando lo studio di quelle scienze illusorie, si rec di nascosto in un monastero (405), supplicando con grande devozione di divenire monaco. Poich, come dicevamo, era d'illustre casata, i monaci locali, temendo l'ira dei suoi genitori, rifiutarono di accogliere quella domanda. Lo trattennero per tra loro, assicurandogli che, se i genitori non l'avessero impedito con la violenza, ben volentieri avrebbero fatto ci che voleva. Si ferm dunque l, dando un saggio di quel che sarebbe stata la sua santit e mostrando a tutti i monaci presenti una condotta esemplare. Ma il padre, venendo a sapere della faccenda, mont in collera e si present al monastero per strapparne il figlio, che inseguiva ben altri e superiori guadagni; lo invest con rimproveri, poi con la forza lo tolse di l e lo trascin fino alla corte del re, supplicando quest'ultimo di far recedere l'animo del giovane da quell'intento, con la promessa di cariche ambite. Come lo vide, re Roberto, da uomo devoto e religioso, lo spinse a cercar di mantenere con purezza di cuore i suoi buoni propositi, offrendogli subito il posto di tesoriere della chiesa di San Martino e meditando di fare poi di lui un vescovo che fosse per tutti un esempio. La proposta fu ripetuta pi volte, ma invano: egli declin. Quasi a forza, accett di reggere una chiesa (406); ma, pur vestendosi di tanto in tanto di bianco al modo dei canonici, mostr tuttavia animo e condotta da perfetto monaco. Indossando sempre un cilicio sulla nuda pelle e macerando inflessibilmente il corpo con digiuni, rigidamente frugale con s stesso e generoso verso i poveri, non cessava un istante di vegliare e pregare.

15. Quest'uomo ispirato da Dio progett poi di elevare e ampliare l'intero edificio della chiesa affidata alla sua custodia. Istruito dallo Spirito Santo, diede ordine ai muratori di gettare le fondamenta dell'opera incomparabile, che fu condotta a compimento secondo i suoi desideri. Ultimato il lavoro e invitati i vescovi di molte citt, fece consacrare a Dio la costruzione e lo stesso giorno fece deporre al suo interno, come si conveniva, il corpo del santo confessore Martino. Era il quattro di luglio, anniversario della consacrazione della precedente basilica (407). Si narra che, qualche giorno prima di questa traslazione, l'uomo di Dio, Erveo, abbia pregato il Signore di manifestare la propria predilezione per la Chiesa sua sposa con la rivelazione di qualche miracolo operato dal beato Martino, come gi era avvenuto in passato. Mentre era cos assorto in preghiera gli apparve il santo confessore (408), che con dolci parole gli disse: "Rispetto a quello che chiedi, figlio carissimo, sappi che puoi ottenere da Dio anche di pi; ma per ora debbono bastare i miracoli operati in passato, perch tra breve si potranno raccogliere i prodotti della semina gi eseguita (409). La sola guarigione per la quale sia opportuna la preghiera di tutti  quella che vale a elevare le anime (410): per esse non smetto mai d'invocare la piet di Dio. E sappi che intercedo presso il Signore soprattutto a favore di quelli che oggigiorno lo servono instancabilmente all'interno della Chiesa, alcuni dei quali, implicati oltre il dovuto nelle cure di questo mondo, sono giunti a militare sotto le armi e a morire uccisi in combattimento (411). Per questi ultimi,  bene tu sappia che solo con difficolt ho potuto ottenere dalla clemenza di Cristo che venissero strappati dalle mani dei servi delle tenebre e condotti a dimorare nella sede della beatitudine e della luce (412). Quanto a te, vedi di condurre a compimento, come hai cominciato a fare, la tua promessa ben accetta al Signore". Come fu giunto il giorno stabilito, riuniti i vescovi e gli abati alla presenza di una folla strabocchevole di fedeli d'ambo i sessi e gli stati (413), prima dell'inizio della cerimonia il reverendissimo Erveo si preoccup di rendere partecipi di quanto gli era stato rivelato i venerabili ecclesiastici che erano presenti. Dopo che il rito di consacrazione fu compiuto, secondo la tradizione, e l'apparato del culto fu rimesso a posto come si conveniva, egli cominci ad imporsi una vita di mortificazioni ancora pi rigide, confinandosi a vivere in solitudine in una celletta attigua alla chiesa (414), tutto dedito al canto dei salmi e alla preghiera. Quattro anni pi tardi (415), comprendendo di essere vicino al distacco dal mondo terreno, mentre venivano in tanti a fargli visita, attendendo di assistere a qualche miracolo nel momento del trapasso di un uomo di cui intuivano la grandezza, con acuta preveggenza li consigli di badare piuttosto ad altro: non aspettassero prodigi che non sarebbero mai avvenuti, ma pregassero piuttosto per lui, con grande intensit, la misericordia di Dio. Apprestandosi ormai all'ora del trapasso (416), lev al cielo le mani e lo sguardo esclamando senza posa: "Signore, piet! Signore, piet!". E in questo dire esal l'ultimo respiro. Fu tumulato in quella stessa chiesa, nel luogo in cui gi riposava sepolto il beato Martino.


V. L'abate Guglielmo,
riedificatore e fondatore di monasteri.

16. In quest'opera di rifacimento degli edifici di culto si distinse in quel tempo il venerabile abate Guglielmo (417), che il beato Maiolo aveva chiamato a reggere la chiesa del Santo martire Benigno (418): chiesa che egli fece ricostruire subito (419) in forme cos magnifiche che difficilmente si pu vedere altrove qualcosa del genere (420). In non minore evidenza si mise per il rigore nell'osservare la regola, e fu in quell'epoca insuperato come diffusore di quest'ordine (421). Ma per la stessa ragione che lo faceva amare dagli uomini devoti e religiosi, dovette subire le calunnie e le malignit dei disonesti e degli scellerati. Era originario dell'Italia, nato da genitori di nobile stirpe, ma reso pi nobile dalla fama che acquis per la sua sapienza. In quella terra, in un podere che gli apparteneva per diritto ereditario, detto originariamente di Volpiano (422), costru un monastero pieno di ogni ben di Dio, che in seguito fece chiamare col nuovo nome di Fruttuaria (423). Dopo averlo arricchito con molteplici donazioni, prepose ai monaci come abate un certo Giovanni, uomo in tutto simile a lui (424). Il nostro Guglielmo era dotato di acuto ingegno e straordinaria saggezza, e come tale era tenuto in gran conto nei palazzi dei re e degli altri principi. Quando un monastero perdeva il proprio pastore, subito re, conti o vescovi chiedevano a lui di assumerne la guida per migliorarne lo stato; giacch i monasteri che egli prendeva sotto la sua protezione sovrastavano chiaramente tutti gli altri per ricchezze e virt (425). Egli stesso affermava che ovunque le consuetudini di quest'ordine fossero state osservate dai monaci, non sarebbe toccato loro di mancare assolutamente di nulla. Che ci fosse vero, fu provato nelle sedi da lui governate.

17. Questa istituzione e le relative consuetudini ebbero origine, com' noto, dai monasteri e dalla regola del santo padre Benedetto, e furono importate nei nostri paesi, in Gallia, da un suo discepolo, il beato Mauro (426). Secondo l'attendibile racconto che in proposito si conserva, nell'epoca successiva alla morte del beato Mauro i monaci, a causa delle incursioni nemiche, vennero cacciati dal monastero detto di Glanfeuil, quello che egli, come  detto nella sua biografia, aveva fondato nel territorio angioino (427); si trasferirono allora presso il monastero del santo confessore Savino nel Poitou (428), recando con s tutti gli arredi di culto che poterono, e qui attesero per un certo periodo alle attivit loro consuete. Dopo che il rigore nell'osservanza della regola si fu anche l attenuato, si sa che essa trov nuovo albergo nel monastero di San Martino a Autun (429), dove fu per un certo tempo in vigore. E ancora, trasferendosi per la terza volta, raggiunse il monastero di Baume nell'alta Borgogna (430).

18. Da ultimo questa istituzione, giunta quasi a esaurirsi, per volere di Dio scelse per s la sede della saggezza nel monastero detto di Cluny, dove avrebbe ripreso vigore e ricominciato con copiosa semenza a dare frutti. Questo luogo deriva il suo nome dalla posizione bassa e declinante; oppure - spiegazione che meglio si conf al caso - fu cos detto da cluere, che equivale a crescere, perch fin dalla sua fondazione conobbe una crescita continua tramite donazioni diverse (431). Il cenobio fu fatto costruire in origine dall'abate del suddetto monastero di Baume, chiamato Bernone (432), per incarico del devotissimo duca d'Aquitania Guglielmo (433), sul torrente Grosne nel territorio di Mcon. Si racconta che inizialmente il cenobio ebbe in dote non pi di quindici appezzamenti di terra e che, d'altra parte, vennero a viverci dodici monaci in tutto. Ma dal loro seme eccellente si diffuse innumerevole la stirpe del Dio degli eserciti occupando, com' noto, una gran parte del mondo intero. Poich instancabilmente si dedicarono alle cose del Signore, ossia a opere di giustizia e di piet, in premio furono riempiti d'ogni sorta di beni, e in pi lasciarono ai posteri un modello da imitare. Dopo Bernone la guida dei monaci fu assunta dal saggio abate Oddone (434), in precedenza preposito della chiesa di San Martino di Tours, uomo di grandissima religiosit e santit di costumi e di vita. Fu un eccezionale diffusore di questa istituzione, al punto che tutti i pi insigni monasteri, dal territorio beneventano in Italia fino ai confini dell'oceano in Gallia, si onorarono di sottoporsi alla sua giurisdizione. Alla sua morte gli subentr Aimardo (435), uomo semplice che, sebbene non altrettanto celebre, fu non meno abile nel mantenere l'osservanza della regola. Dopo di lui venne eletto il santo e venerabile Maiolo (436), gi ricordato: questi design suo successore come abate del monastero Odilone, che  stato, dunque, a partire dal primo abate Bernone, il quinto tra gli abati del cenobio cluniacense. Da questa sede vari monaci vennero richiesti e spesso nominati abati di monasteri in diversi territori, acquistando molteplici meriti presso Dio. Ma proprio l'abate Guglielmo, dal quale il nostro discorso ha preso le mosse, si  rivelato, tra tutti, il pi infaticabile e fecondo predicatore (437).


VI. Si scoprono dappertutto reliquie di santi.

19. Quando gi tutto il mondo, come abbiamo detto, era divenuto fulgido a causa delle rinnovate basiliche (438), successivamente, nell'anno millesimo ottavo del Salvatore fatto uomo, grazie a segnali di varia natura furono ritrovate le reliquie di moltissimi santi nei luoghi in cui da lungo tempo giacevano nascoste. Quasi si tenessero pronte per la gloria della resurrezione, esse si rivelarono per volont di Dio allo sguardo dei fedeli, empiendo il loro animo di una grandissima gioia. Sappiamo che l'inizio di queste scoperte si ebbe in Gallia, nella citt di Sens, presso la chiesa del Beato martire Stefano (439). La reggeva l'arcivescovo Leoterico (440), che vi trov i resti di antichi oggetti di culto, incredibili a dirsi: si narra perfino che tra vari altri materiali che giacevano nascosti egli abbia scoperto un pezzo della verga di Mos. La fama dell'avvenimento attir una massa di fedeli non solo dalle province della Gallia, ma anche da quasi tutta l'Italia e da paesi d'oltremare, e tra loro non pochi infermi, che per l'intervento dei santi ne uscirono guariti. Ma, come succede assai spesso, proprio quello che  all'origine di un bene per l'uomo, sotto la spinta del vizio della cupidigia pu ben provocarne la caduta: poich questa citt, come si diceva, per l'arrivo in essa di tanta gente a scopo di devozione, era divenuta molto ricca, toccati da una cos grande fortuna i suoi abitanti concepirono smisurato orgoglio.

20. Dopo la morte del conte della citt, chiamato Frotmundo (441), uomo di specchiata onest, il potere fu assunto da suo figlio (442), che avrebbe assai mal governato la cosa pubblica. Divenne infatti schiavo dei vizi, e per di pi non perdeva occasione per infamare il buon nome della Chiesa. A tal punto prediligeva i perversi costumi dei Giudei che ordin a tutti i sudditi di usare per lui, prima del suo nome (si chiamava Rainardo), il titolo di re dei Giudei. Bugiardo su ogni cosa, si rivel anche pericoloso detrattore del cristianesimo; e colpiva i poveri con condanne spietate senza la minima umanit. Di ci che sto per narrare furono testimoni quanti vivevano allora in quella citt.

21. Gli fu portato davanti, una volta, un malandrino sorpreso nell'atto di commettere un furto, perch egli ascoltasse il caso e decidesse il suo destino; e lui, immediatamente, mettendo da parte ogni piet, lo condann al patibolo per impiccagione. Il prigioniero cominci a piangere e a pregare Rainardo che gli facesse grazia della vita, con la promessa che in futuro non avrebbe pi commesso quel reato; ma inutilmente. L'altro s'inaspr ancor di pi, anzi s'impegn con giuramenti a non lasciare oltre in vita l'infelice che lo stava supplicando. Comprendendo di non potergli far mutare la sentenza ormai pronunciata, costui ottenne almeno di poter rendere confessione dei propri delitti al vescovo di cui dicevo, perch nell'imminenza della morte gliene concedesse benignamente remissione, come spettava al suo ministero. Appena finito, subito le guardie crudeli lo spinsero verso il supplizio; e mentre veniva condotto al patibolo, ripeteva di continuo queste parole: "Signore Ges, che in questo giorno pendesti dalla croce per la salvezza dell'umanit, perdonami!". Era venerd (443), giorno che proprio per questa ragione  oggetto di speciale devozione per tutti i fedeli. Lo legano, lo sollevano, lo appendono stretto per la gola. Quando tutti ebbero lasciato il luogo dell'esecuzione, che reputarono mortale, egli rimase impiccato e come privo di vita fino al giorno seguente. Allora per volont del Signore i nodi si spezzarono, e cos quell'uomo che si voleva far morire sollevato a mezz'aria cadde a terra libero e salvo (444). Uscito dalla citt, fu per tutti uno spettacolo degno di stupore. Ma poi, purtroppo, fin col ricadere nelle antiche scelleratezze.

22. Un episodio simile si narra sia avvenuto non molto tempo addietro nella citt di Troyes. Certi ladri che stavano spingendo dei buoi davanti a s, accortisi di essere inseguiti dai padroni delle bestie, le affidarono a un vecchio ignaro della faccenda, fingendo di allontanarsi in cerca di cibo ma in realt fuggendo per salvare la pelle. Ci riuscirono, e subito fu scoperto il vecchio coi buoi: venne trascinato, battuto e legato come un colpevole. Portato davanti al signore della citt, il conte Eriberto, cerc di perorare la propria causa. Non fu ascoltato: anzi, come se la sua ancor verde vecchiaia (445) fosse una colpa, il conte lo condann a morte per impiccagione; condanna eseguita senza indugio. Ma, subito dopo l'esecuzione, una giovenca dalla corporatura grande e robusta, ergendosi col corpo in modo straordinario, mise le corna sotto i piedi dell'uomo appeso e cos lo sostenne vivo e senza alcuna sofferenza per tre giorni, al termine dei quali l'impiccato ud gente che passava da quelle parti conversando. Alzando la voce quanto pi poteva, li supplic di intervenire al pi presto per farlo scendere, ma quelli, nell'udirlo, attribuirono la cosa a un inganno del diavolo. Solo quando si fece sentire pi forte, affermando di essere in vita, accorsero, lo sciolsero e lo deposero a terra. Portato in citt, e interrogato come si fosse sentito mentre penzolava dal patibolo, rispose: "Quando ero pi giovane, ma gi sposato, un tale offr a me e a mia moglie un figlioccio da tenere a battesimo; accettammo e decidemmo anche, con atto di generosit, di assegnare al bambino, tra i nostri modesti averi, un vitello, l'unico che la madre ci avesse partorito. Quando poi fui lasciato penzolare dall'alto di una trave, mi apparve una giovenca di proporzioni pi grandi del comune, la quale, ergendosi e allungando il collo, dolcemente mise le sue corna sotto i miei piedi (446) e mi sostenne cos per tutto il tempo che rimasi appeso". In seguito a questo racconto dell'uomo scampato alla morte, un'infinita quantit di vitelli fu donata da quelle parti, sul suo esempio, ai bambini tenuti come figliocci a battesimo.

23. A causa delle tendenze giudaizzanti, o, meglio, delle follie di quel Rainardo, fu consigliato al re, che l'aveva spesso biasimato per le sue malefatte, di sottomettere al proprio dominio il governo di quell'importante citt; altrimenti, a lungo andare, lo scandalo religioso avrebbe assunto proporzioni intollerabili. Persuaso da questi argomenti, il sovrano mand un esercito a espellere Rainardo dalla citt e a serbarla sotto il suo patronato (447). Giunti sul luogo, gli uomini del re s'impadronirono della citt con un grave saccheggio; ne distrussero perfino non piccola parte con un incendio. Cos l'enormit di questa sciagura, causata dalla malvagit, soverchi la misura della sua prosperit d'un tempo.


VII. Distruzione del tempio di Gerusalemme
e massacro dei Giudei.

24. In quel periodo, precisamente nell'anno nono dopo il mille (448), la chiesa di Gerusalemme, che conteneva il sepolcro del Signore e Salvatore nostro, per ordine del principe di Babilonia (449) venne interamente rasa al suolo. La distruzione pare sia stata originata dalle cause che ora narreremo. Dato che quell'insigne opera in memoria del Signore richiamava a visitare Gerusalemme un'infinita massa di fedeli da tutto il mondo, il demonio, pieno d'invidia, riprese a spargere il veleno del suo odio contro i cultori della vera fede tramite i suoi accoliti, gli Ebrei. In Gallia, nella citt regia di Orlans, c'erano numerosi rappresentanti di questa gente, che si rivelarono ancor pi arroganti, invidiosi, impudenti degli altri della loro razza. Seguendo un piano malvagio, costoro corruppero col denaro un tal Roberto, un servo fuggito dal monastero della Beata Maria a Melleraye (450), che andava girovagando (451) in abito di pellegrino. Si incontrarono con lui e segretamente lo inviarono al principe di Babilonia con un messaggio scritto in lettere ebraiche e applicato a un bastone mediante bande metalliche (452), affinch in nessun modo gli potesse essere strappato. L'uomo part e recapit al principe quella lettera infarcita di inganni e perfidie <...> e doveva sapere che, se non si fosse affrettato a distruggere il venerabile tempio dei Cristiani, ben presto questi avrebbero invaso il suo regno ed egli si sarebbe trovato privo di ogni autorit. A queste parole il principe, preso da subitanea collera, invi suoi uomini a Gerusalemme per radere al suolo il tempio. Giunti l eseguirono l'ordine; ma, quando cercarono di fracassare con martelli di ferro la Rotonda contenente il sepolcro, non vi riuscirono (453). Distrussero anche, a Ramla (454), la chiesa del Beato martire Giorgio, la cui potenza aveva fatto grande impressione sui Saraceni: si dice che, spesso, chi tra loro cercava di entrarvi diventava di colpo cieco. Poco dopo la distruzione del tempio, di cui s' detto, risult evidente che l'odioso crimine era stato perpetrato a causa della malvagit giudaica. La voce corse per il mondo intero; e per consenso unanime i Cristiani decisero di liberare radicalmente dai Giudei le loro terre e le loro citt. Cos essi vennero tutti quanti presi in odio, espulsi dalle citt, talora trafitti con la spada, talaltra affogati nei fiumi o uccisi in diverse maniere; alcuni giunsero a togliersi la vita con vari mezzi: dopo quella giusta vendetta ben pochi ne rimasero nel mondo latino (455). Inoltre, per decreto dei vescovi fu proibito a ogni cristiano di associarsi a loro in qualsiasi genere di affari. Si decise tuttavia di accogliere esclusivamente quelli tra loro che fossero stati disposti a convertirsi e a ricevere il battesimo, rinnegando ogni tradizione e costume giudaico. Moltissimi lo fecero, indotti pi dall'amore di questa vita e dal timore della morte che dalle gioie della vita eterna. Sicch di l a poco quelli che in malafede avevano chiesto di farsi cristiani, sfacciatamente ripresero gli antichi costumi.

25. Dopo questi avvenimenti, colui che aveva recapitato la lettera torn pieno di timore alla terra nativa; e cominci sollecitamente a indagare se per caso ancora vi si trovasse qualcuno di quelli che erano stati complici della sua macchinazione. Ne trov pochissimi che ancora vivevano, in preda al terrore, nella citt di Orlans; e riprese a intrattenere con loro stretti rapporti. Ma accadde che giungesse da quelle parti un pellegrino, che era stato suo compagno nel viaggio oltremare ed era quindi assai ben informato su quel che era stato fatto nell'occasione; vide che costui continuava a coltivare amicizie giudaiche, e procur allora di rivelare pubblicamente a tutti di quante disgrazie fosse colpevole quel verme e in che modo si fosse arricchito col denaro dei Giudei. Subito catturato e sottoposto a una dura fustigazione, il reo confess il tradimento commesso; immediatamente, sotto gli occhi dell'intera popolazione, le guardie del re lo condussero fuori della citt e lo bruciarono sul rogo. Gli Ebrei, che erano sopravvissuti a quel massacro celandosi in luoghi appartati, in capo a un quinquennio dalla distruzione del tempio, dopo aver vagabondato esuli, ricominciarono in esiguo numero a farsi vedere nelle citt.  opportuno, infatti, che alcuni di loro sopravvivano anche in futuro, anche se a proprio smacco, per dare prova della loro malvagit e per attestare di avere sparso il sangue di Cristo: per questo - supponiamo - la divina provvidenza ha fatto s che l'ostilit dei Cristiani verso di loro momentaneamente si attenuasse. In quello stesso anno, ispirata dalla divina misericordia, la madre del suddetto principe, l'emiro di Babilonia, una donna cristianissima di nome Maria (456), inizi la ricostruzione del tempio, che suo figlio aveva distrutto, con pietre levigate e squadrate. Anche il marito, ossia il padre dell'uomo di cui parliamo, si narra sia stato segretamente cristiano, quasi un nuovo Nicodemo (457). Allora una moltitudine straordinaria di pellegrini entusiasti si diresse da ogni angolo della terra a Gerusalemme (458), recandovi innumerevoli oblazioni per il restauro della casa del Signore.


VIII, eretici smascherati a Orlans.

26. L'anno diciassettesimo dopo il mille (459), nella citt di Orlans venne smascherata un'eresia quanto mai rozza e tracotante (460), che, dopo aver allignato per lungo tempo nascosta, venne alla luce provocando la perdizione di molta gente trascinata nella trappola della propria cecit. Pare che questa folle eresia sia stata portata nelle Gallie, in origine, da una donna che veniva dall'Italia; posseduta com'era dal demonio, costei seduceva tutti quelli che poteva, non solo gli inesperti o gli ingenui, ma anche moltissimi di condizione clericale, in apparenza assai istruiti. Arrivata dunque nella citt di Orlans, vi si trattenne per un certo periodo contaminando parecchia gente col veleno della sua perversione; e coloro che ne avevano accolto il seme funesto si sforzavano in ogni modo di diffonderlo tra i pi. Tale nefasta dottrina ebbe due eresiarchi, uomini che, per disgrazia, avevano una posizione eminente nel clero cittadino per famiglia e cultura: l'uno si chiamava Eriberto, l'altro Lisoio (461). Finch l'affare rimase nascosto, costoro mantennero rapporti di grande familiarit sia col re sia coi dignitari del palazzo; ecco perch ebbero tanta facilit nel traviare quelle menti che erano meno legate all'amore per la fede cattolica. Tentarono poi di propagare la mala dottrina non solo in questa citt, ma anche in quelle vicine, finch, nell'intento di associare alla propria follia un savio prete della citt di Rouen, gli inviarono dei messaggeri per istruirlo e spiegargli ogni mistero di quella dottrina insensata, annunziando che in braccio ad essa sarebbe tra breve finita l'intera popolazione. Udito ci, il prete si affrett a recarsi presso il cristianissimo Riccardo, conte di quella citt (462), riferendogli l'intera vicenda cos come l'aveva appresa. Con prontezza e rapidit il conte invi un messaggio al re, svelandogli l'esistenza di quel male nascosto che appestava nel suo regno le pecorelle di Dio. A quella notizia il re Roberto, da uomo assai istruito e perfetto cristiano, fu preso da grave tristezza e dolore, perch temeva che ne seguisse la rovina certa per la patria e la perdizione per tante anime. Recatosi quindi con la massima sollecitudine a Orlans dopo avervi convocato un gran numero di vescovi e abati, oltrech di laici devoti alla religione (463), condusse accuratissime indagini su chi fossero i promotori di quella assurda dottrina e su chi si fosse lasciato ingannare e fosse gi entrato nelle loro file. Nel corso dell'inchiesta fatta tra i chierici - su quel che ciascuno intuiva o credeva in merito a quanto la fede cattolica immutabilmente tramanda e insegna attraverso la dottrina degli apostoli -, i due di cui si diceva, Lisoio e Eriberto, rivelarono subito le proprie tendenze, rimaste a lungo segrete, ammettendo di pensarla diversamente. Parecchi altri dichiararono poi di aderire allo stesso partito, aggiungendo che non intendevano per alcun motivo rompere l'unione con loro.

27. Il re e i vescovi, assai rattristati da queste notizie, riservarono ai due un interrogatorio a porte chiuse, trattandosi di uomini fin allora moralmente irreprensibili: uno, Lisoio, era il pi popolare tra i chierici del monastero di Santa Croce (464), l'altro, Eriberto, era al vertice della scuola nella chiesa di San Pietro detta Puellier (465). Interrogati da chi e come avessero appreso quelle idee arrischiate, risposero: " un bel pezzo che abbiamo aderito alla setta che ora voi, per quanto in ritardo, giungete a riconoscere; in realt attendevamo che anche voi, come tanti altri d'ogni legge e condizione, ne veniste attratti, e pensiamo che questo possa ancora succedere". Subito dopo, descrissero francamente quell'eresia - la pi stolta e meschina di quante se ne fossero viste in passato - dalla quale si erano lasciati attrarre. Le argomentazioni proprie di essa non solo si fondavano su discorsi privi di senso, ma chiaramente si opponevano alla verit. Essi sostenevano che erano tutte follie ci che l'autorit delle Sacre Scritture, nel Vecchio e Nuovo Testamento, afferma circa l'unit e trinit di Dio in base a indizi sicuri, miracoli e altre testimonianze. Asserivano che il cielo e la terra erano sempre stati cos come ora li vediamo, senza che nessuno avesse dato loro inizio. E sebbene quei pazzi, latrando come cani, <accogliessero> i tratti peggiori di tutte le eresie, si accostavano peraltro a quella degli Epicurei nel credere che le turpitudini del piacere non si dovessero scontare con alcuna punizione. Quanto alle opere di piet e di giustizia, che per i Cristiani costituiscono il prezzo per meritare l'eterno premio, erano per loro tutte fatiche inutili (466). Mentre costoro manifestavano senza vergogna queste e molte altre follie, non mancavano uomini che, attestando fedelmente e rettamente il vero, sarebbero stati in grado di opporre alle loro cieche ed erronee affermazioni adeguate risposte, se soltanto quelli avessero acconsentito a piegarsi alla verit e a salvare s stessi.

28. Anche noi, per quanto lo consente la pochezza della nostra mente, abbiamo deciso di controbattere, sia pur molto in breve, ai loro gi menzionati errori. Ma prima invitiamo tutti i fedeli a rasserenare l'animo con la profezia dell'Apostolo, il quale, nella sua preveggenza, ad ammonimento dei posteri cos affermava: "Occorre che vi siano eresie, affinch si dimostri chi  dalla parte della fede (467)". L'argomento che sopra ogni altro rivela la stoltezza di costoro, e li dimostra privi di qualsiasi sapere e saggezza,  che essi rifiutano Dio come autore di tutte le creature: giacch risulta chiaro che ogni cosa, qualunque ne sia il peso e la grandezza, poich viene sempre superata in grandezza da un'altra, deve procedere da un essere pi grande di tutti. Il ragionamento vale egualmente sia per il mondo corporeo sia per quello incorporeo (468). Bisogna altres comprendere che ogni cosa, corporea o incorporea, la quale per qualunque accidente, movimento o alterazione diviene diversa, di certo procede da Colui che immobilmente detta legge a tutti gli esseri e nel quale, se potr mai aver quiete, essa attende la propria fine. Infatti, poich Colui che ha dato origine a ogni creatura  per propria essenza immobile, per propria essenza buono e verace al tempo stesso, e in virt della sua onnipotenza assegna e dispone imperscrutabilmente i caratteri di tutte le specie naturali, non v' altro luogo dove esse possano ricercare la propria quiete se non in Lui, se non ritornando l donde erano venute. Ed  evidente che tra tutti gli esseri nessuno  mai stato abbandonato dal Creatore, tranne quello che con la sua protervia ha trasgredito l'ordine da Lui fissato alla natura (469); ogni cosa, dunque, tanto pi perfettamente e veracemente realizza la propria essenza quanto pi salda e netta  la sua adesione all'ordine assegnato alla propria natura (470). Ecco perch tutti gli esseri che senza deviazioni ottemperano al suo comando, servendolo continuamente, celebrano il loro Creatore. Se invece ve n' uno che, protervamente staccandosi da Lui, finisce per perdersi, costituisce un monito per quelli che restano obbedienti alla legge. In questo quadro del creato il genere umano ha un posto intermedio, al di sopra di tutti gli animali e al di sotto degli spiriti celesti. Essendo, come ho detto, a met strada tra le creature superiori e le inferiori, se si accosta maggiormente a una di queste due parti tender a conformarsi ad essa; e quindi diviene di tanto preferibile e migliore rispetto alle nature inferiori, quanto pi imita i caratteri degli spiriti superiori. Solo all'uomo, diversamente dagli altri esseri animati, fu dato accrescere la propria beatitudine, proprio perch solo lui  condannato, qualora non vi riesca, a divenire il pi infelice di tutti. La bont del creatore onnipotente, che fin da principio aveva saggiamente predisposto una tale gerarchia di nature, osservando che troppo spesso l'uomo non si curava di quelle superiori e si imbrancava tra le inferiori, per illuminarlo e risollevarlo oper in determinate occasioni vari miracoli (471).

29. Ad attestare e dimostrare tutto questo vale ogni libro, anzi ogni pagina della Sacra Scrittura: uno scritto che, ricolmo della dottrina stessa dell'Onnipotente, recando su di Lui in particolare molteplici testimonianze pu elevare la mente e l'intelletto di chi lo studia verso la reverenza alla quale induce la cognizione del proprio Creatore; e, essendo stato preparato per l'uomo stesso, nel rivelargli quali esseri si trovino al di sotto di lui e quali al di sopra gli ispira desideri inestinguibili, perch egli comincer a disprezzare tutto ci di cui dispone e, in egual misura, ad amare ci che non ha, e diverr tanto pi buono e pi perfetto quanto pi strettamente si accoster col proprio amore a questi ideali, sicch, migliorandosi, tanto pi verr a somigliare a Colui che  la bont somma, il Creatore. Di qui  lecito comprendere con tutta chiarezza che qualunque uomo sia affatto privo del desiderio ispirato da questo amore diverr sicuramente pi meschino e ignobile di ogni bestia: poich solo l'uomo tra tutti gli esseri animati ha potuto attingere la beatitudine eterna, cos solo lui, e non gli animali bruti, subir la punizione eterna per i propri errori e i propri crimini. Se invece l'anima di un uomo aspira a riconoscere il proprio Creatore, occorre anzitutto che si sforzi di comprendere s stessa, in che senso cio abbia acquisito una superiorit; giacch, come testimonia un autore importante, l'uomo reca l'immagine del Creatore soprattutto in quella parte di s che, grazie al dono e alla potenza della ragione, lo pone al di sopra degli altri esseri animati (472). Tuttavia il tesoro di una tale razionalit, come viene preservato dal dominio di s e dall'amore per il Creatore, cio dalla vera umilt e dalla perfetta carit, cos viene vanificato nella sua efficacia dai vizi della concupiscenza e dell'ira. Se non reprime questi, l'uomo diviene simile alle bestie; se si pone al servizio di quelle, si plasma a immagine e somiglianza del Creatore, sicch comprender la propria essenza tramite l'umilt, e giunger a essere conforme al suo buon Creatore tramite l'amore. E il motivo per cui solo gli uomini tributano a Lui preghiere e offerte  quello d'indurre la bont del Creatore a conservare loro intatta la dote della ragione, o ad aumentarla se  meno valida e a correggerla se  distorta. Lodi e benedizioni si tributano al Creatore anche perch valgano a testimoniare la conoscenza di Lui negli uomini dotati di mente retta e di ragione. E quanto pi ci avverr di progredire nella conoscenza del Creatore, tanto pi noi stessi riconosceremo di esserci arricchiti e migliorati, grazie a quella conoscenza. Se dunque in virt di essa saremo divenuti sotto ogni rispetto migliori di prima, non potremo pronunciare imprecazioni contro alcun'opera del nostro Creatore; ecco perch, com' evidente, chiunque imprechi contro l'opera di Lui si mostra privo della sua conoscenza. Ne risulta dimostrato con certezza che, come la conoscenza del Creatore guida ogni uomo verso il sommo bene, cos l'ignorarlo ci precipita nel fondo di tutti i mali. Parecchi infatti, irriconoscenti per ignoranza verso i benefici di Lui, scettici e pieni di disprezzo per le opere di misericordia, sono diventati peggio delle bestie e sono sprofondati per sempre nelle tenebre della propria cecit. Cos quella stessa dote, che per molti diviene principale fattore di salvezza, ad altri, per loro colpa, provoca la perpetua dannazione.

30. Tutto ci risulta nel modo pi preciso e chiaro da quella singolare grazia che il Padre onnipotente spontaneamente invi agli uomini dal cielo sulla terra nel figlio coeterno della propria maest e divinit, Ges Cristo. Questi, che  col Padre egualmente la fonte di ogni vita, verit e bont, a tutti coloro che volevano credergli rivel con evidenza, tramite la testimonianza che di Lui davano le Scritture, un insegnamento da seguire, ignoto da secoli e avviluppato da inspiegabili enigmi. In esso con accenti di verit e con miracoli mostr che Egli, il Padre e il loro Spirito sono un unico e medesimo essere in tre persone nettamente distinte - ossia con una stessa eternit, potenza, volont, azione e, ci che poi significa lo stesso, con una stessa bont e un'essenza affatto eguale -, dal quale, tramite il quale e nel quale trae vita tutto ci che ha reale esistenza; che come principio delle cose sussiste, sempre perfetto e identico, prima di ogni determinazione di tempo; che ha una pienezza assoluta e totale ed  il fine di ogni cosa. Ma dopo che l'Onnipotente ha improntato della propria immagine il centro, per dir cos, delle creature, l'uomo, e lo ha lasciato arbitro di s, sottomettendo per giunta al suo volere tutte le pi grandi ricchezze della terra, l'uomo ha scordato i limiti costitutivi del proprio stato, ha pensato di essere qualcosa di pi o di diverso da quel che la volont del suo Fattore aveva stabilito, e ben presto  divenuto tanto peggiore quanto pi era superbo. Per correggerlo e migliorarlo, lo stesso Creatore ha inviato nel mondo la persona del Figlio della propria divinit perch vi assumesse l'immagine di s che Egli aveva prestabilita: missione utile e opportuna, ma anche difficile a intendersi e sorprendente. Gli uomini per lo pi non poterono o non vollero accordarle quella fiducia e quell'amore che avrebbero consentito loro di comprendere in essa ci che sarebbe bastato alla salvezza; rimasero invischiati in vari errori, e si pu dimostrare che furono riottosi verso la verit proprio in quanto erano privi di tale comprensione. Appartengono per certo a questa categoria tutte le eresie e le sette di ogni parte del mondo, qualunque errore seguano. Per tutti costoro, se non si convertono e non seguono Ges facendo penitenza, sarebbe stato meglio non venire mai al mondo. Ma quelli che con l'anima piena di fede Gli obbediscono, amandolo e credendo in Lui, Egli rende tanto migliori quanto pi compiutamente si sono accostati a Lui, inizio e compimento di ogni bene. Di persone come queste  composta per intero la gloriosa schiera dei beati, la cui venerata memoria  vanto di ogni epoca; ad essi  stato concesso di stare e vivere in eterna felicit col creatore di ogni cosa, sempre accrescendo la propria beatitudine nel conoscerlo e nel vederlo. Quanto a noi, siamo fiduciosi di avere replicato a sufficienza, come promesso, con queste brevi considerazioni alla follia di quegli sciagurati.

31. Dopo che molti ebbero impegnato tutto il loro acume perch costoro si liberassero dalle perversioni della propria mente e accogliessero la fede vera e universale, ricevendone un totale rifiuto, si fece sapere che, se non fossero rientrati al pi presto nell'ambito di una sana dottrina, per ordine del re e col plauso dell'intera popolazione sarebbero stati mandati al rogo. Ma, stoltamente fidandosi delle proprie ubbie, essi vantavano di non temere nulla e proclamavano che sarebbero usciti sani e salvi dalle fiamme; anzi, disprezzavano e schernivano quanti cercavano di indurli a migliore consiglio. Allora il re, constatando insieme con tutti i presenti che era impossibile dissuaderli da quelle storture, fece accendere un gigantesco rogo non lontano dalla citt, sperando che almeno da quello si lasciassero intimorire e rinunciassero alle loro idee malvagie. Quando vi furono portati davanti, presi da furiosa esaltazione dichiararono che volevano proprio questo, e spontaneamente si lasciarono condurre verso il fuoco. Dati alle fiamme - erano tredici di numero -, nel momento in cui cominciarono atrocemente a bruciare si misero a gridare l dal rogo, con quanto fiato avevano, che si erano sbagliati riguardo a Dio signore dell'universo, che erano stati subdolamente ingannati dalle arti del diavolo, e che ora venivano tormentati da una punizione sia temporale sia eterna per aver offeso Dio con le loro bestemmie. Udendo queste parole molti tra i presenti, presi da umana compassione, si avvicinarono per strapparli, anche se in parte bruciati, al rogo, ma non vi riuscirono, perch la fiamma vendicatrice li aveva gi ghermiti e ridotti presto in cenere (473). In seguito, dovunque si scoprirono seguaci di quelle idee mostruose, vennero eliminati con analoghi procedimenti di esecuzione. Cosi, una volta estirpata quella folle razza di sciagurati dementi, pi luminosa rifulse in tutta la terra l'osservanza della santa dottrina cattolica.


IX. I figli del suddetto re.

32. Il re di cui abbiamo parlato ebbe dalla moglie, gi menzionata, quattro figli (474); e per provvedere alla successione del regno stabil che dopo di lui il trono sarebbe toccato al primogenito tra loro, di nome Ugo, ancora ragazzo, ben noto per l'eccellenza del suo carattere. Sull'opportunit di consacrarne l'elevazione al trono si consigli coi pi saggi tra i potenti del regno, che gli diedero questo responso: "Ti preghiamo, re, di lasciarlo crescere fino agli anni della virilit, in modo da non addossargli il peso di un regno cos grande, come  accaduto a te, quando  ancora in tenera et". Era in effetti un fanciullo di una decina d'anni. Ma, anzich ascoltare i loro suggerimenti, cedendo soprattutto alle pressioni della madre (475) di lui, il re convoc i maggiori notabili del regno nel palazzo reale di Compigne, dove, secondo i suoi progetti, fece incoronare il ragazzo dai vescovi com'era consuetudine (476). Col passare del tempo questi cominci a farsi adulto, e, constatando di non poter decidere da padrone sul patrimonio del regno di cui aveva pur cinto la corona, tranne che su quanto gli serviva per nutrirsi e vestirsi, prese a rattristarsene dentro di s e a lagnarsi col padre perch gli accordasse una parte del potere. La madre, che era assai avara e teneva in pugno il marito, se ne accorse, e non solo si oppose, ma invest il giovane con invettive e contumelie; perch, come ha detto un tale, "si sa come sono le donne: se vuoi una cosa, la rifiutano, se non la vuoi, spontaneamente la desiderano" (477). Proprio lei, infatti, che prima, nel timore che un'eventuale disgrazia del marito la privasse della dignit regale, aveva fatto elevare al trono il ragazzo, sola contro il parere di tutti, ora si diede con tutta l'anima a infamarlo con parole e azioni, quasi fosse un nemico appartenente ad altra stirpe.

33. Quanto a lui, non avendo pi la pazienza di subire in pace queste angherie, si un ad altri giovani suoi coetanei e cominci ad attaccare e rapinare a suo piacere le propriet dei genitori. Poco pi tardi, per, come Dio volle rientr in s, torn presso i genitori, e scusandosi umilmente riconquist il loro affetto. Allora finalmente essi gli concessero, come si conveniva a un eccellente figliuolo, di disporre di potere e autorit in ogni parte del regno. Potr mai questa penna descrivere le qualit e la grandezza che in seguito raggiunse? Quale cronista potr mai descrivere la sua umilt, la mitezza del suo parlare, la sua obbedienza verso il padre e la madre, superiore a quella dei servi, la sua grande generosit verso i poveri, il conforto che dava a monaci e chierici, la sua premura nell'intercedere presso il padre per chiunque lo supplicasse, la sua bont che superava quella di tutti gli uomini migliori? Per questa sua fama era invocato e prediletto in ogni provincia, e molti, specialmente in Italia, volevano che fosse elevato al trono imperiale per averlo proprio signore (478); tutti, dal soprannome del bisnonno (479), lo chiamavano Ugo il Grande. E proprio quando fu al culmine di una perfezione incomparabile d'animo e di corpo, a causa dei misfatti commessi dai suoi antenati (480) la morte invidiosa lo rap d'un tratto a questo mondo (481).  impossibile trovare parole per descrivere il lutto che scese su tutti gli uomini. Ho cantato la sua scomparsa, su richiesta dei confratelli (482), nei seguenti versi giambici (483):

O Creatore, abbi piet degl'infelici mortali;
il pianto dia sollievo all'intimo cordoglio,
gemiti e singulti sazino i dolenti,
giacch la morte rapisce il vanto di tutti gli uomini.

Fioriva al mondo in et giovanile
- era giunto a due anni meno di trenta - (484)
Ugo, luce d'ogni regno, grandissimo tra i re;
e ora una morte crudele l'ha tolto agli uomini.

Nessun altro rifulge sui nostri tempi come lui,
ottimo tra i re, desiderato come imperatore,
n altri potrebbe fregiarsi di tante vittorie in guerra
o essergli pari in vigore fisico.

Con lui il popolo franco era prospero e felice
e cos l'intera Gallia, nella pace e nella fedelt;
inchinandosi a lui, tutta l'Italia gli chiedeva
di esercitare l'autorit suprema come imperatore.

Ma per disgrazia, o bellissimo giovane,
i nostri tempi non ti meritavano:
tempi sommersi da sciagure e miserie,
in cui le forze del bene continuamente rovinano.

Tu causi dolore a tua madre, sventura a tuo padre,
ricordo straziante ai fratelli,
pianto diffuso per tutta la corte,
lutto per il pi minuto popolo (485).

Sconfiggendo il Leone, la Vergine si era congiunta al Sole (486),
quando un mortale pallore si sparse sulle tue membra.
Il destino volle che fosse il giorno diciassette (487)
quando la fama annunzi a tuo padre la tua perdita.

Ora, ottimo reggitore del mondo, scegli un uomo
che sia la guida pi sicura per il popolo franco
e abbia le forze per respingere i crudeli nemici:
a lui (488) concedi il premio di un'eterna pace.

Fu sepolto presso il palazzo reale di Compigne, nella chiesa del Beato martire Cornelio (489), la stessa dove un tempo era stato incoronato.

34. Dopo la sua morte il re ricominci a dibattere quale tra i figli che gli rimanevano fosse da preferire come proprio successore al trono. Aveva elevato al ducato di Borgogna un altro figlio, di nome Enrico (490), secondo nato dopo Ugo; e decise di farlo incoronare re al posto del fratello. Ma di nuovo la madre, spinta da femminile violenza, si schier sia contro il padre sia contro gli altri che ne prendevano le parti, dicendo che per il governo del regno sarebbe stato pi adatto il terzo figlio, denominato Roberto come il padre. Fu questa l'origine della discordia tra i fratelli. Alla fine, convocati i grandi del regno nella sede metropolitana di Reims, il re fece cingere la corona a colui che aveva scelto, Enrico (491).

35. Qualche tempo dopo, i due fratelli strinsero tra loro un patto d'amicizia e, indotti soprattutto dalla tracotanza della madre, s'impadronirono con la violenza di borghi e castelli appartenenti al padre, saccheggiando dappertutto quelli dei suoi beni che capitavano a tiro. Il figlio che era stato fatto re gli sottrasse il castello di Dreux; l'altro quelli di Avallon e Beaune in Borgogna (492). Gravemente turbato e addolorato, il re riun un esercito e cal in Borgogna; si scaten cos una guerra pi che civile (493). Fu allora che il re, nel castello di Digione, interrog il venerabile abate Guglielmo (494) su quel che dovesse fare in tali circostanze e, da uomo mite e devoto qual era, lo supplic di pregare Dio sia per s sia per loro. Ne ebbe questa risposta: " opportuno, o re, che tu rammenti i torti e le offese che arrecasti in giovent a tuo padre e a tua madre, perch ora, col permesso della giustizia divina, i tuoi figli ti fanno subire ci che tu stesso hai inflitto ai tuoi genitori". Il re accolse assai docilmente queste parole, e non neg, anzi ammise spontaneamente, la sua colpa. Infine, dopo assedi e devastazioni in entrambe le province, tornarono a fare pace e per un po' stettero tranquilli.

36. L'anno dopo, in luglio, nel castello di Melun, re Roberto mor (495); il suo corpo fu portato nella chiesa di San Dionigi martire e l seppellito. Risorse allora intatta la lite crudele tra la madre e i figli; l'odio da tanto accumulato scaten le ire d'un tempo. A lungo imperversarono ferocemente rovinandosi a vicenda le propriet, finch Folco conte d'Angi, loro consanguineo, redarguendo la madre per la furia bestiale con cui provocava i figli, riconcili i suoi due parenti (496). L'anno seguente, nello stesso mese e nello stesso castello dove era morto il re, mor anch'ella, e di l fu portata nella basilica di San Dionigi e sepolta accanto aire (497).

37. Venuto in possesso dei beni del padre, re Enrico elev il fratello Roberto al ducato di Borgogna. Poi, mentre stava prendendo le redini del regno con prontezza ed energia, avvenne la morte di Leoterico arcivescovo di Sens (498). Subito il re ordin di far consacrare e mettere al suo posto un nobile della sua gente (499). Ma Oddone, che era tanto ricco quanto poco fedele (500), aveva scelto un altro candidato da contrapporgli, perch non venissero per intero riconosciuti i diritti del re su questo punto. Dopo aver sottratto con la violenza o con l'astuzia molti possedimenti a re Roberto quando era in vita, intendeva ora con metodi analoghi fare lo stesso ai figli. Cos, avendogli gi strappato a suo tempo le citt di Troyes e Meaux con un gran numero di castelli (501), dopo la sua morte sottrasse alla moglie e ai figli la citt di Sens, che per giunta l'usurpatore fece cingere di fortificazioni per difenderla da loro. Per questo Enrico, con furore e accanimento, lo sconfisse pi volte, e non gli diede tregua finch non gli si arrese in ginocchio e si mostr in tutto obbediente al suo dominio. Questo Oddone era nato da una figlia di Corrado re d'Austrasia, chiamata Berta (502), ma la linea dinastica cui risalivano gli avi di suo padre era oscura (503). E dato che re Rodolfo, suo zio materno (504), non aveva prole cui trasmettere il regno in eredit, egli pens di poter mettere le mani sul governo del regno, quando il re era ancora in vita, usando la forza anzich ingraziandoselo, e distribuendo ricchi donativi ai grandi del paese perch lo appoggiassero; ma non riusc. Giacch "il regno appartiene al Signore, ed Egli lo dar a chi vorr" (505); e si rammenti il proverbio: "Di un uomo egli sar amico a seconda della sua fedelt" (506). In realt, la gente di questo regno ha per lo pi scarsa considerazione per i giuramenti e non tiene in nessun conto i patti.

38. Dopo la morte dell'imperatore Enrico, nipote del re Rodolfo (507), gli successe Corrado - di cui diremo in seguito -, che aveva sposato una nipote di Rodolfo (508), e che, proprio per questo motivo, contrastava Oddone tenendogli validamente testa. La loro aspra contesa provoc gravissime distruzioni nell'uno e nell'altro regno. Quando all'occhio di Dio parve che il male avesse ormai passato il segno, Oddone, radunato da ogni parte un gigantesco esercito, cal sulla zona di Toul, da lui gi pi volte depredata, e l prese d'assalto il castello di Bar (509), non senza aver devastato in lungo e in largo l'intera provincia; colloc poi nel castello una guarnigione di circa cinquecento armati per tornare al pi presto nel suo paese, essendo preso da molteplici occupazioni. Lo attendevano ambasciatori provenienti dall'Italia, che gli avevano recato - dicevano - la promessa di conferirgli la signoria dell'intero territorio italiano. I Milanesi, infatti, si erano ribellati contro il loro signore - il suddetto Corrado -, facendo lega con tutte le citt vicine con cui avevano potuto accordarsi e credevano che Oddone stesse per diventare re di Austrasia e potesse quindi passare da loro e divenirne signore (510). Ma accadde ci che dice l'uomo dalla mano forte, il glorioso cantore delle guerre del Signore (511): "Mentre trionfavano, li hai abbattuti" (512). D'improvviso Gozilone, duca dell'intera prima regione della Rezia di qua dal Reno (513), assal Oddone con un grande esercito e mise in fuga tutte le sue truppe, non senza un'immane carneficina da ambedue le parti; lo stesso Oddone vi trov una misera fine (514). Il suo cadavere sventrato fu raccolto dopo la strage e reso alla vedova da Ruggero, vescovo di Chlons, che era accompagnato dal venerabile abate Riccardo (515). Ella lo prese e lo fece trasferire a Tours, dove lo seppell vicino al padre nell'atrio del monastero di San Martino superiore (516). Questa fu la fine di Oddone; abbiamo voluto inserirla nel nostro racconto per far prontamente comprendere come il giustissimo creatore del mondo nella sua potenza abbia adempiuto ci che una volta aveva promesso al suo legislatore Mos: "Io sono il Signore, e punisco le colpe dei padri nelle persone dei figli fino alla terza e quarta generazione" (517).

39. Questo terzo Oddone (518), di cui finora s' parlato, era infatti nipote di quel Tebaldo conte di Chartres che fu detto l'Ingannatore (519). Costui una volta, insieme con Arnolfo conte di Fiandra (520), tramite ambasciatori invit Guglielmo duca di Rouen (521) a quello che pareva un colloquio pacifico fra amici, facendogli sapere di avere interessanti comunicazioni per lui da parte del re di Francia ovvero di Ugo il Grande (522), figlio di quel re Roberto che fu ucciso a Soissons da Ottone, duca di Sassonia e poi imperatore romano (523). L'altro, uomo ingenuo nonostante tutta la sua potenza, si rec immediatamente sul luogo dell'incontro, arrivando in barca sul fiume Senna. S'incontrarono dunque e si abbracciarono, l'uno con totale sincerit, gli altri due perseguendo un inganno e intrecciando per finta colloqui in apparenza pacifici e amichevoli. Conclusi quei discorsi ingannevoli, si misero sulla via del ritorno; ma quando Guglielmo aveva gi percorso un po' di strada, Tebaldo lo richiam, come volesse confidargli a voce qualcosa in segreto oppure dargli un pi affettuoso saluto. Egli ordin che nessuno dei suoi sbarcasse e lo seguisse; e, appoggiandosi a un remo con la destra, salt sulla riva. Tebaldo gli si accost come per dirgli qualcosa, sguain d'improvviso una spada che si era portata sotto il mantello e d'un sol colpo gli stacc il capo dal tronco. I compagni di Guglielmo a quella vista fuggirono a forza di remi, e raccontarono a Rouen quanto era avvenuto. Guglielmo aveva un figlio natogli da una concubina, di nome Riccardo, ancora molto giovane (524): i suoi fidi lo chiamarono e lo misero a capo del regno in luogo del padre. Tebaldo intanto, consumato l'assassinio, si rec in gran fretta da Eriberto conte di Troyes (525) a chiedergli in sposa la sorella (526), che era poi la moglie di quel Guglielmo che aveva ucciso. L'altro promise senza indugio di concedergliela; chiam a colloquio la donna, che non aveva ancora figli, e, quasi a consolarla per quanto era accaduto al marito, la diede a Tebaldo, con un matrimonio davvero indegno. Ella gli gener Oddone, padre di colui del quale abbiamo pi sopra raccontato la tristissima fine. Cos, in chiusura del terzo libro (527), ho giudicato opportuno ricordare come, anche ai nostri tempi, la potenza vindice di Dio, che guida sempre al bene, pun l'umana tracotanza.

40. Tempo addietro, verso l'anno mille dall'incarnazione del Verbo, quando re Roberto fece sua sposa la regina Costanza, che veniva dall'Aquitania, al seguito di lei arrivarono in massa in Francia e in Borgogna dall'Alvernia e dall'Aquitania dei tipi assai stolti e vani, bizzarri negli usi e nel vestire, eccentrici nelle fogge delle armature e dei finimenti dei cavalli, con i capelli tagliati a met del capo, con la barba rasata come saltimbanchi, con orribili calzature e gambali, privi d'ogni senso di lealt e d'ogni rispetto per i patti. L'esempio riprovevole che rappresentavano fu, per grave disgrazia, seguito con entusiasmo dall'intero popolo di Francia - fin allora pi virtuoso d'ogni altro - e di Borgogna, che si conformarono in tutto e per tutto alla loro perversione e immoralit. Chiunque cercava, per religiosit e timore di Dio, di porre un freno a quanti praticavano queste usanze, veniva bollato di demenza. Ma quell'uomo dalla fede e dalla costanza indefettibile che abbiamo gi ricordato, il padre Guglielmo (528), mettendo da parte ogni soggezione e ricorrendo all'invettiva dettata dallo Spirito, biasim gravemente sia il re sia la regina perch tolleravano che cose del genere avvenissero nel loro regno: un regno che da lungo tempo per l'onorabilit e la fede si distingueva tra tutti come il pi illustre. Rimproverava e minacciava ugualmente ogni altro personaggio di minore ordine e rango, cosicch molti di loro, spinti dai suoi moniti, si staccarono da quelle superstiziose vanit e si riadattarono alle antiche abitudini. Egli sosteneva che tutti questi apparati erano come le impronte di Satana; e se qualcuno fosse uscito da questa vita portandone il marchio, difficilmente si sarebbe potuto sottrarre agli artigli del diavolo. Malgrado ci, parecchia gente mantenne quei costumi perversi, in odio ai quali ho composto questa breve esortazione in versi eroici: (529)

L'anno millesimo dalla venuta in terra del Signore nato dalla Vergine, gli uomini sono stati indotti in gravi errori.
Mentre cerchiamo di ampliare le nostre conoscenze delle cose del mondo,
e amiamo confrontare le nostre abitudini con le tendenze del passato,
viene fuori un'incauta novit, esposta a molti pericoli.
Badate: quando gli uomini d'oggi si fanno beffe dei tempi passati,
confondono i loro passatempi con pratiche indegne, che entrano nel costume;
non respingono dentro di s le turpitudini, ma conculcano la seriet
che regolava la vita dei giusti, rifiutano l'onest. 
Una tale condotta genera dei prepotenti, pervertiti nell'aspetto:
gente con gli abiti dimezzati, frivola, senza rispetto per i patti.
Queste tendenze effeminate danneggiano e infiacchiscono la societ:
in tutto il mondo dominano l'imbroglio, la rapina, ogni sorta di delitti;
non si onorano pi i santi, non si rispettano le cose sacre.
Ecco perch da ogni parte imperversano guerre, pestilenze, carestie;
ma l'empiet umana non si ravvede n si trattiene,
Se nella sua grande misericordia il Signore non sospendesse la propria collera,
l'inferno gi inghiottirebbe tutti costoro spalancando le fauci della terra.
L'abitudine sciagurata di peccare ha questa conseguenza:
che chi pecca di pi, meno teme di peccare,
e chi pecca di meno, ne ha maggior timore.




LIBRO QUARTO

1. Dopo i molteplici prodigi che ebbero luogo in tutto il mondo intorno all'anno millesimo di Cristo signore - in parte prima e in parte dopo - (530), vi furono, com' noto, diversi uomini dall'ingegno sagace e accorto che predissero l'accadere di fatti non meno importanti, all'approssimarsi del millennio dalla passione dello stesso Signore (531); e ci avvenne con assoluta chiarezza. Alla morte del devotissimo imperatore Enrico, di cui si  detto (532), data la mancanza di un erede che gli potesse succedere sul trono, parecchi tra i potenti del regno si fecero avanti (533), ma pi per fregiarsi della corona di re che per provvedere al bene del paese e all'amministrazione della giustizia. Si distinse tra tutti Corrado, gi nominato (534), uomo di notevole baldanza e forza fisica ma di lealt non troppo salda. Quando si fu discusso ampiamente e a lungo, specialmente tra i prelati, su chi dovesse essere collocato alla guida del regno, la scelta cadde su Corrado: l'unico punto a suo sfavore, che gli aveva causato la forte avversione dello stesso Enrico, era che sua moglie era legata a lui da vincoli di parentela, essendo stata in precedenza sposata a un suo congiunto (535). I vescovi gli notificarono allora la necessit di scegliere se mantenere quel legame matrimoniale, che nel modo pi netto contraddiceva i testi canonici, o liberarsene per cingere la corona imperiale: egli promise al momento di troncare l'unione incestuosa, dicendosi disposto a obbedire alle loro parole e ad ascoltare i loro consigli. Scrissero poi al pontefice romano per avere il suo assenso; questi lo accord di buon grado, aggiungendo l'esortazione a raggiungere Roma al pi presto, dopo aver ottenuto lo scettro della Germania, per cingere la corona regale dell'Italia intera. Ricevute le insegne di re (536), Corrado si diresse in Italia portando con s quella moglie che aveva sposato in modo illecito. Immediatamente, presso le pendici delle Alpi - zona chiamata, sia pure in forma corrotta, Curia dei Galli -, nella citt di Como (537) gli venne incontro con un gran seguito, come aveva promesso, il pontefice romano (538). Non mancarono tra i marchesi italiani coloro che gli negarono il proprio appoggio: questo  il loro modo di comportarsi quando muore un imperatore, come gi si  osservato (539). Pi superbi di tutti, i Pavesi demolirono fino alle fondamenta il palazzo regio che era stato costruito nella loro citt con tante fatiche e spese (540). Non appena lo seppe, egli intervenne con grande irruenza: prese d'assalto Ivrea (541), sottomise le altre citt con ogni loro castello, e giunse a Roma, dove secondo l'usanza cinse la corona imperiale (542). Quando i vescovi lo invitarono a far annullare il suo matrimonio irregolare ricorrendo all'autorit del pontefice romano, come aveva promesso, mal toller la cosa e rispose che, divenuto ormai imperatore, non era obbligato a rinunciare alla moglie (543); e cos la tenne con s, come sconvenientemente aveva fatto fin dall'inizio.


I. Ingiuste pretese di universalit
accampate dalla Chiesa bizantina.

2. Intorno all'anno 1024 del Signore, il patriarca di Costantinopoli (544) col suo sovrano Basilio (545) e altri Greci stabilirono che fosse lecito alla Chiesa costantinopolitana, col consenso del pontefice di Roma, qualificarsi e farsi valere come universale nella propria sfera (546), cos come Roma lo era nel mondo intero. Immediatamente mandarono a Roma una legazione (547), con numerosi e svariati donativi per il papa e per chiunque si fosse rivelato favorevole al loro partito. Gli inviati s'incontrarono col pontefice e gli esposero la richiesta che aveva motivato quel viaggio. Fin dove non si spinge la cieca avidit (548)? Dice il proverbio: con una manciata d'oro si sfonda un muro di ferro (549). E, sebbene in certi momenti l'amore del denaro possa dirsi il sovrano del mondo, a Roma questo vizio implacabile ha messo radici (550). Ben presto, quando si videro sfilare dinanzi le abbaglianti ricchezze dei Greci, i Romani piegarono il proprio animo alle tortuosit dell'inganno, cercando un modo per poter eventualmente accordare, senza dare nell'occhio, quel che si richiedeva loro; ma inutilmente. Giacch non si pu trarre in inganno quella suprema Verit che ha promesso: "Le porte dell'inferno non prevarranno su di lei" (551). Mentre ancora quei faccendieri pensavano di avere concluso gli accordi senza clamori, entro quattro mura, la voce corse in un lampo per l'Italia intera.  impossibile descrivere lo scandalo, la violenta ribellione di tutti coloro che ne ebbero notizia.

3. Un uomo di grande saggezza, il gi nominato abate Guglielmo (552), invi al pontefice romano una lettera, breve ma importante per il contenuto e sferzante nella forma, che diceva cos (553): "A papa Giovanni (554), titolare della sede che, per grazia di Dio e per la venerazione dovuta a san Pietro principe degli apostoli,  la pi alta di tutta la terra, Guglielmo, servo della croce di Cristo, augura di assidersi tra gli apostoli il giorno del giudizio e di cingere la corona del Regno. Le parole dell'apostolo delle genti ci insegnano a non biasimare chi  pi grande di noi (555); ma in altra occasione dice: "Sono divenuto stolto, e voi mi ci avete costretto" (556). Perci con affetto filiale invitiamo la vostra benigna paternit a seguire in un punto l'esempio del Dio salvatore che conosce i pensieri degli uomini: rivolgete a qualcuno di vostra piena fiducia le parole che Egli rivolse a Pietro: "Che dice di me la gente?" (557). Se la sua risposta sar sincera (558), fate attenzione al suono: se sar chiaro, badate che non si offuschi; se sar cupo, dovete supplicare la Luce del mondo di farvi risplendere in maniera tale da illuminare tutti coloro che sono nel seno della Chiesa, affinch camminino sulla via voluta dal Signore (559). Ora corre voce di un fatto, recentemente accaduto presso di voi, che deve costituire motivo di scandalo per chiunque non voglia essere le mille miglia distante dall'amore divino. Giacch, sebbene il potere dell'Impero Romano, che un tempo regnava da solo su tutta la terra, venga oggi esercitato da moltissimi sovrani sparsi per vari territori, l'autorit di legare e sciogliere in terra e in cielo spetta per concessione inviolabile alla cattedra di Pietro. Abbiamo detto tutto ci per farvi comprendere come queste richieste, avanzate dai Greci, di cui abbiamo avuto notizia, siano frutto di pura vanagloria. E in generale auspichiamo che voi, come si conviene a un'autorit universale, usiate maggior rigore nel correggere e nel disciplinare la vita della santa Chiesa apostolica, e godiate in Cristo di eterna felicit".

4. Questo Giovanni, che si chiamava Romano, era fratello di quel Benedetto, nel cui seggio episcopale era subentrato mediante elargizione di denaro; cos un neofita di condizione laicale fu eletto vescovo (560). Ma l'impudenza di questi Romani ha escogitato un ridicolo sistema per mascherare la loro perfidia: chiunque eleggono di punto in bianco, secondo il proprio capriccio, alla carica di pontefice, gli cambiano nome e stabiliscono di designarlo con quello di qualche pontefice illustre (561), certo nell'idea che riesca nobilitato, se non dalla correttezza dell'operazione, per lo meno dal nome acquisito. Alla fine gli inviati di Costantinopoli se ne tornarono a casa; e quella loro esagerata pretesa, da tutti respinta, fu messa a tacere.


II. Scoperta di un'eresia in Italia.

5. Esisteva a quel tempo in Longobardia un castello che veniva chiamato, ed era, Monte Forte (562) l'occupavano molti fra i pi nobili di quella gente. Essi erano a tal punto contagiati da una perversa eresia, che avrebbero preferito andare incontro a una fine atroce piuttosto che staccarsene per tornare alla salvezza della fede in Cristo signore. Adoravano degli idoli alla maniera dei pagani, e celebravano vani sacrifici similmente ai Giudei (563). Sia Manfredi, il pi saggio dei marchesi, sia suo fratello Alrico, vescovo di Asti (564), nella cui diocesi era situato quel castello, sia gli altri marchesi e vescovi del territorio, condussero frequenti e ripetuti attacchi contro di loro, ne catturarono alcuni e, non essendo riusciti a farli ravvedere da quella follia, li mandarono al rogo. Una volta, in un castello sito nelle vicinanze e abitato da fedeli cattolici, c'era un cavaliere che, colpito da una malattia, era quasi in fin di vita. Dal castello degli eretici venne come al solito a fargli visita una donna tra le pi insigni di quella gente, e cos facendo fin per rivelare la natura perversa della sua setta. Mentre ella stava entrando nella casa dove giaceva l'infermo, d'un tratto, levando gli occhi, l'ammalato vide venire verso di s insieme con la donna una schiera innumerevole di esseri dagli abiti nerissimi e dai volti ripugnanti. Una volta entrata, esamin col tocco della mano la fronte del malato, il battito del cuore e tutto il resto, come si usa fare, e dichiar che in breve tempo sarebbe guarito; poi usc dalla casa, e con lei si ritir tutta la servit (565), lasciando solo l'infermo. Subito lo stuolo vestito di nero che era gi apparso alla sua vista gli fu accanto, e quello che pareva il capo cos gli parl: "Ugo, mi riconosci?" (questo era il nome del malato). E alla domanda: "Chi sei?", disse: "Hai davanti a te il pi potente fra i potenti, il pi ricco fra i ricchi. Se soltanto tu mi credessi capace di strapparti alla morte che ora t'incombe, potresti vivere a lungo. E perch tu presti piena fede a quanto ti prometto, sappi che in epoca recente Corrado  stato eletto imperatore (566) col mio appoggio, anzi per opera mia. Tu sai bene che nessun imperatore  mai riuscito a piegare altrettanto presto alla sua autorit l'intera Germania e l'Italia". "Lo so" rispose l'infermo, "e la cosa da gran tempo suscita meraviglia in me e in altri." Qui l'autore del primo inganno (567) soggiunse: "Non  forse vero che anche oltremare ho consegnato il regno dei Greci, dopo la morte di Basilio, al mio seguace Michele? Dunque" concluse "abbi fede in me, e, oltre a ridarti la salute, ti far dei favori molto pi grandi di quel che tu possa sperare". Correva voce in quel tempo che Michele fosse stato cubiculario di Basilio e l'avesse assassinato di nascosto avvelenandogli una bevanda; certo  che, dopo la morte di lui, cinse la corona imperiale e, com'era giusto, il suo regno fu tutt'altro che prospero (568). Frattanto Ugo, tornato in s, tent di farsi con la destra il segno della santa croce dicendo: "Affermo che Ges  il figlio di Dio; Lo adoro, credo in Lui, Lo confesso. Quanto a te, devo pensare che tu non sia altro che il demonio ingannatore, come sei sempre stato". Subito il diavolo esclam: "Ti scongiuro, non levare il braccio contro di me!". E d'un tratto tutta la schiera si dilegu come fumo. L'uomo allora chiam con quanta voce aveva, accorsero i servi, ed egli narr loro per filo e per segno ci che aveva visto e sentito. Mor quel giorno stesso prima del calar del sole. Nessuno dubit che la sua visione fosse rivolta tanto a lui quanto a tutti noi (569).


III. Talvolta gli spiriti del male, col permesso di Dio, operano miracoli per punire le colpe dell'umanit.

6. Rivolgendosi per bocca di Mos ai Giudei, l'autorit divina cos li ammon: "Se tra voi ci sar un profeta che, parlando in nome di un qualche dio dei gentili, predir un fatto che poi casualmente dovesse avvenire, non prestategli fede, perch  il signore Dio vostro che vi tenta per sapere se lo amate o no" (570). Ecco ora, ad altro proposito, un caso analogo. Nel periodo anzidetto circolava un personaggio di bassa estrazione, imbroglione consumato, del quale non si conoscevano il nome e la patria, perch, secondo i luoghi dove andava a rifugiarsi, mentiva sulla propria identit per non far sapere neppure il suo paese d'origine. Scavava nei sepolcri, estraendo di nascosto le ossa dai resti di persone morte da poco (571), le sistemava in vari cofanetti e le vendeva a moltissima gente spacciandole per reliquie di santi martiri e confessori. Dopo avere compiuto in Gallia innumerevoli inganni di questo genere, dovette emigrare nella zona delle Alpi, dove sono frequenti gli stanziamenti di popolazioni primitive, per lo pi in luoghi impervi. L si fece chiamare Stefano, mentre prima era stato di volta in volta Pietro o Giovanni. Quindi, secondo le sue abitudini, raccolse di notte da sepolture di bassissimo rango le ossa di uno sconosciuto, le colloc in una teca o in un'urna, e finse di aver avuto da un angelo la rivelazione che si trattava di un santo martire di nome Giusto (572). Come suole fare per l'inerzia mentale tipica della gente di campagna, udendo questa storia il volgo si precipit in massa; c'era perfino chi si lagnava di non avere una malattia di cui invocare la guarigione. Gli portarono invalidi; gli fecero doni; vegliarono la notte in attesa di miracoli improvvisi che, come dicevamo,  consentito talvolta agli spiriti maligni di operare per mettere alla prova gli uomini quando commettono dei peccati - come risult chiaro oltre ogni dubbio in questa occasione. Pare infatti che in quel luogo si sia assistito a risanamenti di persone in diverse parti del corpo, e che venissero appesi ex-voto d'ogni genere. Con tutto ci i vescovi delle citt di Saint-Jean-de-Maurienne, Uzs e Grenoble (573), nelle cui diocesi si commettevano tali profanazioni, non sentirono il bisogno di promuovere un'inchiesta; preferivano fissare dei conciliaboli (574), nei quali non si faceva altro che estorcere al popolo assurdi profitti e favorire al tempo stesso quell'impostura.
7. Nel frattempo il ricchissimo marchese Manfredi (575), venuto a conoscenza del fatto, invi degli uomini a strappare con la forza e portare da lui quell'oggetto illusorio di venerazione, le credute spoglie di un degno martire. Il marchese aveva iniziato presso il castello di Susa, che  tra i pi antichi delle Alpi, la costruzione di un monastero in onore di Dio onnipotente e di sua madre Maria sempre vergine: e qui appunto, una volta ultimato il lavoro, si proponeva di collocare le reliquie insieme a quelle di molti altri santi. Poco tempo dopo, terminata l'edificazione della chiesa e fissato il giorno della consacrazione (576), furono invitati i vescovi dei territori circostanti, e con loro venne anche quell'abate Guglielmo che abbiamo pi volte menzionato (577), oltre a vari altri abati. Era anche presente l'impostore, divenuto molto caro al marchese poich gli prometteva di scoprire presto per lui reliquie di santi assai pi preziose di quelle; santi dei quali inventava nome, vita e passione. Quando i pi istruiti tra i presenti gli chiedevano come ne venisse a conoscenza, blaterava fandonie inverosimili; ho assistito io stesso alla scena, essendomi recato sul posto insieme all'abate pi volte nominato. Diceva dunque: "Mi appare di notte un angelo, che coi suoi racconti m'informa su quanto egli sa che io voglio sapere; e resta da me fin quando gli ordino di allontanarsi". Ribattendo a queste parole lo invitammo a dirci se vedesse tutto questo da sveglio o nel sonno; ed egli soggiunse: "Quasi ogni notte l'angelo, senza che mia moglie se ne accorga, mi tira fuori dal letto, e dopo lunghi colloqui mi saluta, mi bacia e se ne va". Ben comprendendo l'inganno che si celava sotto quegli abili paludamenti, noi riconoscemmo in lui non gi una figura angelica, ma un uomo al servizio della frode e della malvagit.

8. Celebrando il rito di consacrazione della chiesa per il quale erano venuti, i vescovi portarono dentro, tra le altre reliquie, anche le ossa scoperte per finta dall'empio: e ci in mezzo al giubilo grande dell'uno e dell'altro popolo (578), che era convenuto innumerevole sul luogo. Tutto questo si svolse il 17 ottobre (579), giacch i fautori di quell'errata opinione sostenevano che si trattava delle ossa di quel martire Giusto che proprio in tale data affront il martirio nella citt gallica di Beauvais, e la cui testa fu riportata a Auxerre dove era nato e cresciuto e dove tuttora essa si trova. Ma io, ben sapendo come stavano le cose, affermai che era una pretesa assurda; e la mia asserzione fu confortata dal parere di personaggi ragguardevoli che avevano capito l'insidiosa finzione. La notte seguente certi monaci e altri religiosi assistettero in quella chiesa ad apparizioni mostruose: si videro figure tenebrose di Etiopi (580) uscire dall'urna che custodiva le ossa e allontanarsi dalla chiesa. E sebbene parecchie persone di mente lucida gridassero all'abominio per l'ignobile menzogna, la massa della plebe rurale, corrotta da quel ciarlatano, persisteva nel vecchio errore di venerare, come fosse Giusto, un nome riferito a persona non giusta. Abbiamo narrato questa storia per mettere in guardia dalle molte forme di apparizioni demoniache, ovvero di illusioni umane, che abbondano in ogni angolo della terra, ma soprattutto presso le sorgenti e tra gli alberi (581), e che divengono oggetto di malaccorta venerazione da parte degli infermi.


IV. Gravissima carestia su tutta la terra.

9. All'avvicinarsi dell'anno 1033 dall'Incarnazione, cio il millesimo dalla passione di Cristo salvatore, morirono uomini celeberrimi nel mondo latino (582), modelli di fede e di santit: Benedetto, papa universale (583); Roberto re di Francia, come gi si diceva (584); Fulberto di Chartres, grandissimo vescovo, uomo di eccezionale sapienza (585); e l'insigne abate e fondatore di monasteri Guglielmo, sul quale sarebbe opportuno e utile riferire molti altri racconti, se non fossero gi stati resi noti da un opuscolo che ho pubblicato sulla sua vita e sui suoi miracoli (586). Resta solo un fatto che non mi risulta di aver menzionato. Egli lasci questo mondo per la quiete dei santi in territorio di Neustria (587), presso il monastero di Fcamp, situato in riva all'oceano a circa 40 miglia di distanza dalla citt di Rouen (588), e venne sepolto nel luogo pi ragguardevole di quella chiesa, come si addiceva a uomo di tale statura. Giorni dopo portarono sul suo sepolcro, per tentarne la guarigione, un fanciullo di circa dieci anni, gravemente ammalato; i genitori lo lasciarono l ed egli vi giacque in solitudine. D'un tratto, levando gli occhi, scorse appollaiato sul sepolcro un uccellino dai tratti simili a una colomba; e dopo averlo osservato a lungo, si addorment. Al risveglio da un sonno leggero si ritrov sano come se non fosse mai stato affetto dalla malattia. I genitori ripresero felici il figliolo, e la loro gioia fu condivisa da tutti (589).

10. In seguito la fame cominci a diffondersi in ogni parte del mondo, minacciando di morte quasi tutta l'umanit (590). Le condizioni climatiche erano cos sconvolte, che non arrivava mai il momento opportuno per nessuna semina n il tempo utile per la mietitura, soprattutto a causa delle inondazioni. Pareva che gli elementi lottassero tra loro in reciproco conflitto, mentre  certo che infliggevano una punizione alla superbia degli uomini. La terra era cos fradicia per le continue piogge che per tre anni di fila non si pot ricavare un solo solco che consentisse la semina. Al tempo della mietitura le erbacce e il dannoso loglio ricoprivano l'intera superficie dei campi. Dove il raccolto era migliore, un moggio di sementi alla mietitura rendeva uno staio, e dallo staio a malapena si poteva ricavare una manciata di grano. Questa carestia vendicatrice aveva avuto origine in oriente; dopo aver devastato i territori greci giunse in Italia, per poi riversarsi in Gallia e affliggere infine ogni zona dell'Inghilterra. Ogni strato della popolazione fu colpito dalla penuria di cibo; ricchi e meno ricchi diventavano smorti per la fame quanto i poveri; le angherie dei potenti si arrestarono di fronte alla generale indigenza. Se si trovava in vendita un po' di cibo, il venditore poteva alzare il prezzo a suo piacimento, e vederlo accolto; in molti posti il prezzo di un moggio sal a sessanta soldi, in altri quello di uno staio a quindici soldi (591). Frattanto, dopo essersi cibata di quadrupedi e uccelli, la gente, sotto i morsi tremendi della fame, cominci a prendere per nutrimento ogni sorta di carne, anche di bestie morte, e altre cose schifose. Taluni cercarono di sfuggire alla morte mangiando radici silvestri e piante acquatiche, ma inutilmente: non si trova scampo all'ira vendicatrice di Dio, se non rivolgendosi a s stessi (592). Si inorridisce a descrivere le perversioni cui l'umanit and soggetta. In quel tempo - oh sventura! - la furia della fame costrinse gli uomini a divorare carne umana, come solo di rado si era sentito dire in passato. I viandanti venivano ghermiti da uomini pi forti di loro, squartati, cotti sul fuoco e divorati. Molti tra coloro che migravano da un luogo a un altro per sfuggire all'inedia, furono sgozzati di notte nelle case dove venivano accolti e diedero nutrimento ai loro ospiti. Moltissimi adescavano i bambini con un frutto o un uovo, li inducevano a seguirli in posti appartati, li trucidavano e li divoravano. In innumerevoli luoghi perfino i cadaveri furono dissepolti e usati per calmare la fame. Tanto dilag quell'insano furore, da lasciare pi al sicuro dal rischio di sequestri il bestiame abbandonato che l'uomo (593). Come se ormai stesse divenendo un fatto abituale il mangiare carni umane, un tale ne port di cotte per metterle in vendita sul mercato di Tournus (594), quasi si trattasse di comune carne animale. Arrestato, l'uomo non neg quella colpa; fu allora immobilizzato e bruciato sul rogo. La carne venne seppellita; ma un altro la dissotterr di notte e la mangi, finendo egli pure bruciato.

11. A circa tre miglia dalla citt di Mcon, in una foresta detta Chtenet, sorge in solitudine una chiesa senza parrocchiani, dedicata a san Giovanni: nelle sue vicinanze si era costruito un tugurio un assassino, che uccideva una quantit di persone che passavano da quelle parti o si recavano da lui, e ne faceva orribile pasto. Un giorno si present l un tale in compagnia della moglie per cercare ospitalit, e fece una breve sosta. Quando i suoi occhi percorsero gli angoli del tugurio, vide crani mozzi di uomini, donne e bambini. Impallidendo di colpo, and verso l'uscita; ma il sinistro padrone del tugurio gli si opponeva, costringendolo con la forza a rimanere. Inorridito da quella trappola di morte, riusc a liberarsi, e corse con la moglie in citt, dove inform il conte Ottone (595) e tutta la cittadinanza di quello che aveva scoperto. Fu subito mandata una folta schiera a indagare; essi raggiunsero senza indugio il posto, e trovarono quell'uomo efferato nel suo tugurio insieme a quarantotto teste di persone uccise, le cui carni erano state divorate dalle sue fauci belluine. Lo trascinarono in citt, lo legarono a una trave dentro un granaio, come abbiamo poi direttamente constatato, e gli diedero fuoco.

12. Nella stessa zona fu tentato a quel tempo un esperimento che non ci risulta sia mai stato fatto altrove. Molti estraevano una sabbia bianca, simile ad argilla, e, mischiandola alla quantit allora disponibile di farina e crusca, ne ricavavano delle pagnotte, per cercare anche cos di scampare alla fame. Questa era per loro l'unica speranza di salvezza; ma l'esito fu vano. I volti di tutti divennero pallidi e scavati, parecchi avevano il corpo gonfio e la pelle tesa; le loro voci si facevano esili al punto da somigliare al lamento di uccelli moribondi. Per giunta la presenza in ogni dove di cadaveri, insepolti per il loro stesso numero, attrasse i lupi, che dopo tanto tempo tornarono ad essere predatori di uomini. E poich, come ho detto, per il loro gran numero, non era possibile seppellire i morti uno per uno, in certe localit le persone timorate di Dio apprestarono quelli che in volgare si dicono "carnai", dove venivano gettati cadaveri seminudi o totalmente privi di vesti, tutti insieme alla rinfusa, cinquecento alla volta e anche pi, secondo lo spazio disponibile. Anche i crocicchi e le parti non coltivate dei campi (596) venivano adibite a cimiteri. Quando seppero che, trasferendosi in altre campagne, sarebbero stati meglio, alcuni partivano, ma per lo pi perdevano le forze e perivano durante il viaggio.

13. Lo spaventoso flagello, suscitato dalle colpe umane, infuri sul mondo intero tre anni di seguito. Per soccorrere i poveri le chiese furono costrette a disfarsi dei loro ornamenti e a impiegare i tesori che in origine erano stati accumulati proprio a questo fine, secondo le decisioni dei Padri (597); e tuttavia la misura della giusta ira divina era cos soverchiante che la quantit strabocchevole dei bisognosi super in moltissimi luoghi le disponibilit finanziarie delle chiese. Per l'estrema inedia, gli stessi affamati, anche se riuscivano a riempirsi di cibo, divenivano tutti gonfi e presto morivano. Altri, nell'atto di mettere le mani sul cibo per accostarlo alla bocca, si accasciavano e venivano meno, incapaci di soddisfare il loro desiderio. Nessun autore potr mai esprimere con parole il dolore, la tristezza, i singhiozzi, i lamenti, il pianto di chi assisteva a tutto questo, specialmente gli uomini di chiesa, vescovi e abati, monaci e monache, e in generale tutte le persone timorate di Dio di qualunque sesso e condizione. Si credette che la gerarchia delle stagioni e degli elementi, che aveva regnato fin dall'inizio dei tempi, fosse precipitata in un inarrestabile caos che avrebbe condotto l'umanit alla sua fine. E la cosa pi strana e stupefacente era che, in una sventura cos inattesa (598), in questo castigo del cielo, ben di rado si potevano trovare persone disposte a battersi il petto e a prosternarsi a terra, come era opportuno in tali circostanze, elevando l'animo e le palme verso il Signore per supplicarne l'aiuto. Ai nostri tempi, dunque, ha trovato compimento la sentenza di Isaia, l dove  detto: "Il popolo non si  rimesso a Colui che lo colpisce" (599). Vi era negli uomini una sorta di durezza di cuore congiunta a ottusit d'intelletto, giacch il sommo giudice e creatore d'ogni bene, il quale sa quando avere misericordia, ci d egli stesso la volont di pregarlo.


V. Pace e prosperit nell'anno millesimo
dalla passione del Signore.

14. Nell'anno successivo a quella rovinosa carestia, il millesimo dalla passione del Signore (600), cessate piogge e tempeste in omaggio alla bont e alla misericordia di Dio, il volto del cielo cominci lietamente a rischiararsi, a far spirare venti propizi, a mostrare, sereno e placato, la magnanimit del Creatore. Coprendosi generosamente di vegetazione, l'intera superficie terrestre cominci a produrre frutti in abbondanza e allontan del tutto la carestia. Allora per la prima volta, su iniziativa dei vescovi, degli abati e di altri religiosi di ogni estrazione, cominciarono a riunirsi nella regione aquitanica dei concili, a cui furono recati tra l'altro molti corpi di santi e innumerevoli cassette di sacre reliquie. In seguito, nelle province di Arles e Lione, e cos pure nell'intera Borgogna, su su fino alle zone estreme della Francia, fu stabilito che in tutte le diocesi i vescovi e i maggiorenti del paese s'incaricassero di indire la celebrazione di concili (601) in determinate localit, per restaurare la pace e istituire patti solenni. Quando la notizia si diffuse fra il popolo intero, giunse piena di giubilo gente d'ogni condizione - alta, media, infima -, pronta senza eccezioni a eseguire qualunque cosa i pastori della Chiesa avessero ordinato, con non minore entusiasmo che se una voce discesa dal cielo parlasse agli uomini sulla terra. Tutti erano sotto l'effetto dello spavento per la recente sciagura, e dominati dal timore di non poter partecipare alla ricchezza dei futuri raccolti.

15. Fu redatta una lista divisa in capitoli, che conteneva sia le azioni proibite sia le promesse che si dovevano fare con mente devota al Signore onnipotente. La principale tra queste riguardava il mantenimento di una pace inviolabile: gli uomini dell'uno e dell'altro stato (602), di qualunque colpa si fossero macchiati in passato, avrebbero potuto circolare disarmati senza alcun timore. Chiunque avesse sottratto o invaso la propriet altrui sarebbe stato colpito dal rigore delle leggi, e condannato a gravi pene economiche o corporali. Quanto ai luoghi di culto, a qualunque chiesa appartenessero, tale era l'onore e la devozione da tributare loro che, se un colpevole di qualsiasi reato vi si fosse rifugiato, avrebbe avuto l'impunit, con la sola eccezione di chi avesse violato questo patto di pace: costui sarebbe stato catturato anche sull'altare e avrebbe subito la pena stabilita. Lo stesso rispetto si prescriveva verso tutti i chierici, i monaci e le monache, sicch chiunque avesse attraversato quelle zone in loro compagnia, non doveva subire violenza da nessuno.
16. Di moltissime decisioni prese in quei concili penso che sarebbe troppo lungo dare conto. E per opportuno riferire un punto su cui tutti concordarono in via definitiva: che il sesto giorno di ogni settimana (603) ci si dovesse astenere dal vino, e il settimo (604) dalla carne, a meno che si fosse costretti da una malattia grave o ricorresse una festivit molto importante; se poi per qualche circostanza si fosse allentata un poco tale dieta, occorreva sobbarcarsi al mantenimento di tre persone bisognose. Data la concentrazione di reliquie di santi, si ebbero allora numerosissime guarigioni d'infermi. E perch non si dicesse che erano frottole, spesso, nell'istante in cui le gambe o le braccia rattrappite si raddrizzavano tornando com'erano un tempo, la pelle si apriva, la carne si squarciava e ne colava molto sangue (605). Casi come questi infondevano fiducia anche riguardo ad altri di cui si poteva dubitare. Tutti ne trassero un entusiasmo cos vivo da indurre i vescovi a levare al cielo il pastorale, e i fedeli, tendendo le palme a Dio, invocarono in coro: "Pace! pace! pace!", per significare il patto eterno che cos stringevano tra s e Dio - con l'accordo che dopo cinque anni la straordinaria cerimonia sarebbe stata ripetuta per dare conferma a quella pace, raggiungendo ogni angolo del mondo. Lo stesso anno si ebbe una tale abbondanza di frumento, di vino e di altri prodotti come non si poteva sperare per il quinquennio seguente. Qualsiasi derrata alimentare - a parte le carni e i cibi pi delicati - si vendeva a prezzi irrisori, come se vi fosse qualcosa di simile all'antico gran giubileo mosaico (606). L'anno successivo, come pure i due seguenti, videro raccolti non inferiori.

17. Poi per, per disgrazia, il genere umano - incline fin dall'origine al male come un cane al vomito o come una scrofa che si lava sguazzando nel fango (607) -, dimentico di quanto aveva avuto da Dio, vanific in molte occasioni i patti che aveva stipulato, e, come sta scritto, "una volta divenuto grasso e largo cominci a recalcitrare" (608). I capi stessi di ambedue gli ordini (609), cedendo alla cupidigia, ripresero come prima, se non peggio, a soddisfare la propria rapacit con innumerevoli grassazioni; pi tardi anche personaggi di modesta o infima condizione imitarono i loro superiori, abbassandosi alle azioni pi turpi. Chi mai prima aveva sentito parlare di tanti incesti, di tanti adulteri, di tanti accoppiamenti illeciti tra consanguinei, di tanti vergognosi concubinaggi, di tanta gente che a gara perseguiva il male? Infine, poich mancavano tra il popolo o erano pochi coloro che si opponevano a queste turpitudini biasimando i pi, per toccare il fondo di tanta bassezza si comp la predizione del profeta (610): "E come sar il popolo, cos sar il sacerdote"; la ragione  che in quel tempo tutti i posti di governo sia nell'autorit laica sia nella Chiesa erano tenuti da fanciulli. Grazie alle colpe del popolo si avver la sentenza di Salomone (611): "Guai a te, terra...". Lo stesso pontefice universale di Roma, un bambino di circa dieci anni, nipote dei suoi due predecessori, Benedetto e Giovanni (612), venne eletto dai Romani in cambio di elargizioni di denaro; fu poi da loro ripetutamente scacciato e indegnamente riaccolto, cosicch regn senza alcun potere. Anche gli altri prelati della Chiesa d'allora, come gi prima accennavamo (613), venivano elevati alle loro cariche pi dall'oro e dall'argento che dai meriti. Che vergogna!  chiaro che a costoro si riferiva la Scrittura, anzi la parola stessa di Dio (614): "Si fecero principi, ma io non li riconobbi".


VI. I cristiani di tutto il mondo si dirigono
al Santo Sepolcro di Gerusalemme.

18. Nello stesso periodo da tutto il mondo cominci a dirigersi verso il Sepolcro del Salvatore, a Gerusalemme, una folla immensa come mai nessuno prima d'allora aveva osato sperare. Vi andarono rappresentanti della bassa plebe, poi delle classi medie, in seguito tutti i grandi, re conti marchesi vescovi, e infine, come non era mai accaduto, molte donne della nobilt insieme con altre pi povere (615). In molti di quei cuori v'era la speranza di morire prima di far ritorno in patria. Ecco la storia di un certo Letbaldo, d'origine borgognona, proveniente dalla zona di Autun, che viaggiando con gli altri giunse a destinazione. Al cospetto di quei luoghi santissimi, arrivato che fu al punto del monte Oliveto dal quale il Salvatore, davanti a tanti autorevoli testimoni, era asceso al cielo - e di l, secondo la promessa, verr a giudicare i vivi e i morti (616) -, quell'uomo, gettandosi disteso a terra con tutto il corpo nella posizione di chi  in croce e piangendo per la gioia inesprimibile del suo cuore, esultava nel Signore. Pi volte, rialzatosi, con le mani aperte tese al cielo cercava con tutte le sue forze di librarsi verso l'alto, rivelando l'aspirazione della propria mente con parole simili a queste: "Signore Ges, che ti sei degnato di scendere in terra dal trono della tua maest per salvare il genere umano, e che da questo luogo, che ora osservo coi miei occhi, rivestito di carne sei tornato al cielo da cui eri venuto, supplico la tua bont onnipotente di far s che, se la mia anima deve quest'anno separarsi dal corpo, io non mi allontani di qui, e il trapasso avvenga in vista del luogo della tua ascensione. Come ti ho seguito col corpo fino a giungere in questo luogo, cos penso che la mia anima, seguendoti, stia per entrare sana e salva nella gioia del paradiso". Dopo questa preghiera rientr con i compagni al suo alloggio. Era gi l'ora di desinare; mentre gli altri sedevano a tavola, egli se ne and lieto in volto verso il letto, come se, preso da grave spossatezza, volesse riposare un poco; e subito si addorment. Che cosa vedesse nel sonno non si sa; ma d'un tratto mentre dormiva esclam: "Gloria a te, Dio! gloria a te, Dio!". Udendolo, i compagni lo invitarono ad alzarsi e a venire a mangiare. Egli rifiut, e girandosi sull'altro fianco disse di non sentirsi tanto bene. Rest sdraiato fino a sera, quando, chiamati a s i compagni di pellegrinaggio, chiese e ottenne il viatico vivificante dell'eucaristia; e dopo averli dolcemente salutati, spir. Un uomo come lui, certamente libero dalla vanagloria che induce tanta gente a questo viaggio con l'unico fine di farsi belli come pellegrini a Gerusalemme, invoc il Padre con fede in nome del Signore Ges e ottenne ci che desiderava. Al loro ritorno i compagni ci riferirono, nel monastero di Bze dove allora stavamo (617), i fatti come li abbiamo raccontati.

19. Proprio allora si rec in quei luoghi Odolrico, vescovo di Orlans (618), e assistette a un fatto miracoloso che ci ha riferito e che non crediamo di dover tralasciare. Il giorno del sabato santo, nel quale tutto il popolo attendeva che la potenza miracolosa di Dio facesse giungere il fuoco, egli era l presente con tutti gli altri. Quando ormai il giorno volgeva al tramonto, d'un tratto, proprio nell'ora in cui si prevedeva l'arrivo del fuoco (619), un saraceno, un ignobile buffone, uno dei moltissimi che tutti gli anni hanno l'abitudine di mischiarsi ai Cristiani, grid: "Aios kyrrie-leison!" (620) (come fanno i Cristiani quando appare il fuoco), scoppi in una risata di scherno, allung un braccio e afferr una candela dalla mano di un cristiano, cercando di fuggire. Ma d'improvviso fu ghermito dal demonio e cominci a contorcersi sconciamente. Il cristiano, che lo inseguiva, gli strapp la candela; lui, dopo avere atrocemente sofferto, spir poco dopo tra le braccia dei Saraceni. L'avvenimento ebbe in generale l'effetto di terrorizzare la gente, ma nei Cristiani provoc letizia ed esultanza. Nello stesso momento il fuoco, come sempre, per divino miracolo si sprigion da una delle sette lampade che sono l appese, e diffondendosi velocemente trasmise la luce alle altre. Questa lampada, col suo olio, fu venduta per una libbra d'oro da Giordano, il patriarca d'allora (621), al vescovo Odolrico, che la colloc nella propria sede e cos benefic moltissimi infermi. Egli port inoltre a re Roberto (622), da parte dell'imperatore greco Costantino (623), un cospicuo frammento della venerabile croce del Signore nostro salvatore, insieme con un gran numero di sopravvesti di pura seta. A sua volta, tramite il vescovo, il re aveva inviato all'imperatore una spada con l'elsa d'oro e il fodero non solo d'oro, ma ornato di preziosissime gemme.

20. Tra coloro che partirono per Gerusalemme c'era anche Roberto duca di Normandia (624), seguito da una folta schiera di compatrioti; recava con s grandi quantit d'oro e d'argento per farne donazioni (625). Durante il ritorno egli mor nella citt di Nicea, dove fu sepolto (626). Il lutto che provoc tra i suoi fu tanto pi grave perch dal suo matrimonio non era nato nessun discendente che potesse assumere il governo di quel territorio. Aveva sposato, come  noto, una sorella di Canuto re d'Inghilterra (627), dalla quale aveva divorziato perch si era stancato di lei (628); aveva per avuto un figlio da una concubina, gli aveva imposto il nome del suo antenato Guglielmo (629), e, prima del viaggio, gli aveva legato con giuramento di fedelt cavalleresca tutti i grandi del proprio ducato, col patto che, se non fosse pi tornato, l'avrebbero eletto loro signore al posto suo. Subito dopo la sua morte, con il consenso di Enrico re di Francia (630), l'impegno venne osservato all'unanimit. Per questo popolo, infatti, fin da quando giunse in Gallia, come gi prima notavamo, era stato normale avere principi nati da unioni concubinarie (631); e, perch l'usanza non sia giudicata troppo riprovevole, si pu fare il confronto con i figli delle concubine di Giacobbe, che ebbero la stessa dignit del padre, visto che sono considerati patriarchi come gli altri loro fratelli (632). Sappiamo che molto pi tardi, all'epoca dell'unit dell'Impero, il grande Costantino, il primo imperatore cristiano, fu generato da Elena, una concubina (633).

21. Alcune delle menti pi acute che c'erano allora vennero interpellate da molti sul significato di un cos gran movimento di folle verso Gerusalemme, del tutto ignoto in epoca precedente. La risposta data da alcuni, pur con molta cautela (634), fu che tutto questo null'altro prefigurava se non l'avvento di quello scellerato Anticristo che, secondo la testimonianza della Sacra Scrittura,  atteso alla fine di questo mondo (635); giacch, una volta aperta a tutti i popoli la via d'oriente da dove esso deve arrivare, ogni nazione senza indugio gli si diriger incontro, e avr cosi adempimento la predizione del Signore, secondo cui cadranno allora in tentazione, se possibile, anche gli eletti (636). Non procederemo oltre in questo discorso; non intendiamo comunque negare che le sofferenze e la devozione dei fedeli ricevano alla fine un adeguato premio dal giusto Giudice.


VII. In Africa i Saraceni muovono guerra ai Cristiani.

22. Nello stesso periodo, in zona africana (637), riacquist nuova vita la malvagia avversione dei Saraceni contro la popolazione cristiana: perseguitandoli per terra e per mare, scuoiavano vivi o uccidevano tutti quelli che trovavano; dopo un lungo periodo in cui gli assassinii imperversarono in gran numero da una parte e dall'altra fino a vere e proprie stragi reciprocamente inferte, si giunse per comune accordo a decidere uno scontro diretto tra i due eserciti. Nella loro presunzione, essi contavano sulla belluina ferocia delle immense schiere di cui disponevano, e pensavano di uscirne vittoriosi; i nostri, bench assai pochi di numero, implorando l'aiuto di Dio onnipotente, per intervento della madre di Lui Maria, di san Pietro principe degli apostoli e di tutti i santi, speravano fermamente di poter trionfare, soprattutto grazie al voto che avevano stretto al momento di partire per quella guerra: se la mano possente del Signore avesse messo alla loro merc quella gente perversa, dopo il trionfo avrebbero inviato in dono a Pietro principe degli apostoli, nella sede di Cluny, l'intero quantitativo d'oro, d'argento e di suppellettili varie che avessero conquistato. Gi da molto tempo infatti, come si  detto, diversi religiosi che avevano rivestito l'abito monastico in quel cenobio, infiammavano tutta la gente con l'amore per questo luogo (638). Non mi dilungher: la battaglia ebbe inizio, e lo scontro fu aspro e prolungato; poi i Cristiani, senza subire perdite, risultarono vincitori. Alla fine i Saraceni furono percorsi da un tale brivido di terrore che, quasi dimentichi della lotta, tentarono la fuga, ma invano: appesantiti dalle armi, o piuttosto frastornati dalla potenza di Dio, dovettero arrestarsi. Cos, per quanto piccolo, l'esercito dei Cristiani, fortificato dall'aiuto divino, fece di loro una tale carneficina che di tutta quella massa strabocchevole pochi a stento si salvarono. Sembra che nella battaglia sia caduto il loro capo, Motget, cos chiamato da una alterazione del nome Mos (639). Al momento del bottino, rammentando la promessa fatta a Dio col loro voto, i Cristiani raccolsero una grandissima quantit d'argento (640): poich i Saraceni, quando partono per la guerra, amano caricarsi di ornamenti d'argento e d'oro; e ci accrebbe valore alle offerte devote dei nostri. Come promesso, inviarono subito l'intero ricavato al monastero di Cluny. Con questa somma il venerabile Odilone, abate del luogo, ordin di eseguire un elegantissimo ciborio sopra l'altare di san Pietro, e fece poi generosamente distribuire ai poveri quanto restava fino all'ultimo centesimo, dando al fatto, com'era giusto, la massima diffusione (641). Dopo quel colpo, la furia dei Saraceni per il momento si acquiet.


VIII. Attacco dei Liutizi contro i Cristiani
nelle regioni settentrionali.

23. La Germania, che dal fiume Reno si estende in alto verso la zona settentrionale del mondo,  abitata da un gran numero di popoli, ferocissimi e di stirpi miste, uno dei quali, pi crudele degli altri,  stanziato nella parte pi remota della seconda Rezia. La prima Rezia  ad occidente del Reno (642), da cui entrambe derivano il nome, ed  comunemente chiamata, in forma corrotta, "regno di Lotario" (643). Nella seconda, appunto, abita la popolazione barbarica dei Liutizi, gente di disumana crudelt il cui nome si fa derivare da quello del fango (644). Tutti i loro insediamenti stanno in mezzo a sordide paludi presso il mare settentrionale; ecco perch sono detti Liutizi, ossia "fangosi". Usciti dalle proprie tane nell'anno millesimo dalla passione del Signore, si misero a saccheggiare con grande violenza le province, loro vicine, dei Sassoni e dei Bavaresi, a radere al suolo le propriet dei Cristiani, a trucidare in massa uomini e donne (645). L'imperatore Corrado, scontrandosi con loro con un fortissimo esercito, a pi riprese ne massacr un gran numero, ma non senza perdite. Assai preoccupati, il clero tutto e il popolo del suo regno supplicarono Dio che concedesse al re di punire la folle violenza di questi barbari, e ai Cristiani di riportare la vittoria per la gloria del Suo nome. Quindi egli sferr l'attacco e ne annient la maggior parte; quelli che trovarono scampo nella fuga si ritirarono in preda al terrore tra le loro inaccessibili paludi (646). Rincuorato da questa vittoria, l'imperatore radun di nuovo l'esercito, cal in Italia e giunse fino a Roma. Qui stronc e mise a tacere i rivoltosi che tentarono d'insorgergli contro (647) durante l'anno in cui si ferm nella regione. Strinse un patto di pace e d'amicizia col re di Francia Enrico, figlio di Roberto, simile al patto stipulato da Enrico imperatore col padre di quello (648); e invi in segno di amicizia un gigantesco leone a re Enrico. Questi spos in seguito una donna del regno di lui, Matilde, di specchiata virt, proveniente dalla migliore nobilt di Germania (649).


IX. Comparsa di un segno nel sole.

24. Venerd 29 giugno dell'anno millesimo dalla passione del Signore (650), ventottesimo giorno della luna, si ebbe un'agghiacciante eclissi, ossia mancanza di sole, durata dall'ora sesta fino all'ottava. Il sole assunse un colore di zaffiro, e nella zona superiore aveva l'aspetto che prende la luna il quarto giorno del nuovo ciclo (651). Gli uomini, guardandosi l'un l'altro, si scoprivano d'un pallore mortale; tutte le cose esposte all'aperto apparivano d'un colore giallastro. Allora uno sbigottimento, un terrore sconfinato invase il cuore di ognuno: chiunque osservava il fenomeno intu che esso annunziava qualcosa d'infausto, una disgrazia che stava per abbattersi sull'umanit. Quel medesimo giorno, in cui si celebra l'anniversario degli apostoli, alcuni esponenti della nobilt romana, uniti da una congiura, insorsero nella chiesa di San Pietro contro il papa, tentando di ucciderlo; non vi riuscirono, ma lo scacciarono dal suo soglio (652). Tuttavia, come abbiamo gi detto, sia in questa circostanza sia in occasione di altre azioni temerarie intervenne di persona l'imperatore e restitu al pontefice la sua sede (653).

25. Accadeva d'altronde un po' dappertutto, negli affari ecclesiastici come in quelli secolari, di veder commettere atti che violavano ogni giustizia. La tendenza a soddisfare gli istinti di rapina annullava quasi in tutti quella piena fiducia verso il prossimo che  base e sostegno di ogni rettitudine. E perch fosse pi evidente che i peccati della terra avevano raggiunto il cielo (654) - onde il profeta, per le infinite malvagit del popolo, esclama (655): "Il sangue  caduto sul sangue!" -, e perch, col diffondersi dell'arroganza quasi in ogni ordine sociale e con l'infiacchirsi del dovuto rigore e della severit della condotta, si potesse sacrosantamente applicare alla nostra generazione quella sentenza dell'apostolo (656) che dice: "Si parla di empiet commesse tra voi che non si vedono neppure presso i Gentili" (657); la pi sfacciata avidit occupava il cuore degli uomini, e la fede di tutti era in pericolo. Ne seguivano le rapine, gli incesti, i conflitti tra folli bramosie, i furti, gli adulteri pi vergognosi. Che obbrobrio! ciascuno provava sgomento a confessare quel che pensava di s stesso; ma nessuno sapeva liberarsi da questa perversa abitudine al vizio.

26. Quattro anni pi tardi, mercoled 22 agosto (658) - ventottesimo giorno della luna, come sempre -, all'ora sesta si ebbe una nuova eclissi di sole. Lo stesso anno mor in Sassonia (659) l'imperatore romano Corrado, di cui si  parlato in precedenza. Gli successe sul trono imperiale il figlio Enrico, destinato da lui ancora vivente a prenderne il posto come re (660). Giunse a morte quell'anno anche Guglielmo conte di Poitiers, tornato in patria dopo la liberazione, costata molto denaro, dalla prigionia in cui l'aveva tenuto per tre anni il figlio di Folco, Goffredo detto Martello, che lo aveva catturato in battaglia (661). Cos pure fin i suoi giorni Ugo vescovo di Auxerre, personaggio notissimo (662). Rainaldo, conte della medesima citt, figlio del conte Landrico e genero del re Roberto (663), fu temerariamente assassinato, lui che era uomo temerario, da un cavaliere di umilissima origine. Preoccupato di poter incorrere in qualche disgrazia per la sua temerit, come presto gli accadde, quando era ancora in vita aveva fatto restituire il possesso pieno e perpetuo di un'abbazia costruita in onore del Dio salvatore al monastero di San Germano, dove ora riposa sepolto (664). Infine Folco conte d'Angi, di cui abbiamo gi narrato alcune imprese e che era stato ben tre volte a Gerusalemme, giunto alla citt di Metz vi mor (665). Il suo corpo fu trasportato e sepolto con tutti gli onori nel monastero di Loches (666), che egli stesso aveva fatto costruire.

Fine del quarto libro.




LIBRO QUINTO.

1. Sconvolgimenti e calamit di varia natura, tra cui gli assalti di spiriti maligni, colpirono e confusero in quel tempo l'orecchio e la mente sbigottita di quasi ogni uomo; ma si narrava anche di frequentissime apparizioni che contenevano, per alcuni, utili avvertimenti (667). Una notte, nell'ora in cui la campana suonava il mattutino, parve a un monaco di vedersi accanto un essere dall'aspetto tenebroso (668), che gli dava questi insinuanti consigli: "Perch mai voi monaci, diversamente da quel che fanno gli altri uomini, vi sottoponete a tante fatiche, veglie, digiuni, penitenze, canti di salmi e innumerevoli altre mortificazioni? Non  forse vero che moltissime persone, pur vivendo nel mondo e persistendo nel peccato fino al termine della vita, sono destinate a godere di quella stessa pace cui voi tendete? Per guadagnare il premio della felicit eterna, che spetta a voi in quanto giusti, basterebbe un giorno o un'ora sola (669). Cos mi domando perch tu stesso con tanto zelo, non appena senti la campana, balzi prontamente dal letto interrompendo la dolcezza del sonno, mentre potresti startene a dormire fino al terzo rintocco. Voglio rivelarti un segreto prezioso da ricordare, sebbene dirtelo danneggi la nostra causa e significhi la salvezza per la vostra: ogni anno, il giorno in cui Cristo risuscitando da morte ha ridato la vita all'umanit, Ges stesso  solito togliere i suoi fedeli dall'inferno e ricondurli in cielo (670). Quindi non avete nulla da temere: siete liberi di seguire i vostri impulsi e di soddisfare senza danno qualsiasi piacere carnale". Con queste e simili sciocchezze il diavolo, perfido com'era, si faceva gioco del monaco; anzi lo abbindol al punto di convincerlo ad astenersi dal partecipare con gli altri al servizio del mattutino. Ma ci che aveva escogitato per traviarlo, a proposito della domenica di Pasqua,  smentito dalle parole del santo Vangelo, che dicono: "Molti corpi di santi, che erano addormentati, si levarono" (671). Non  detto "tutti", ma "molti"; e questo appunto insegna la fede cattolica. E quand'anche a volte, per volere di Dio che tutto prevede, questi diavoli impostori facciano predizioni non del tutto vane, queste, riflettendo i loro scopi, rimangono pur sempre illusorie e ingannevoli; o se pure in parte casualmente s'avverasse ci che essi predicono, non gioverebbe certo alla salvezza dell'uomo, a meno che non l'abbia voluto la divina provvidenza per la nostra redenzione.

2. Fatti del genere sono avvenuti molte volte proprio a me, per volere di Dio, in tempi anche assai recenti. Quando dimoravo nel monastero del Beato martire Leodegario a Champeaux (672), una notte, prima dell'ora del mattutino, mi apparve ai piedi del letto una figura di omiciattolo dall'aspetto tenebroso. Per quanto mi fu possibile distinguere, aveva modesta statura, collo esile, volto smunto, occhi nerissimi, fronte increspata da rughe, naso schiacciato, bocca sporgente, labbra gonfie, mento stretto e affilato, barba caprina, orecchie irsute e a punta, capelli ritti e scarmigliati, dentatura canina, cranio allungato, petto sporgente, dorso a gobba, natiche che si scuotevano (673), panni sudici; era affannato e con tutto il corpo in agitazione. Afferr un capo del pagliericcio dove giacevo e scosse il letto con terribile violenza; poi parl: "Tu non resterai oltre in questo luogo". Nel risvegliarmi di soprassalto, come a volte capita, per lo spavento, vidi l'essere che ho descritto. Digrignando i denti, ripet pi volte: "Non resterai qui oltre". A precipizio balzai dal letto e corsi nel monastero, dove, gettatomi ai piedi dell'altare del santissimo padre Benedetto, rimasi a lungo terrorizzato. Cercavo con la massima attenzione di richiamare alla mente tutte le malefatte e le colpe gravi che volontariamente o per trascuratezza avevo commesso fin dalla fanciullezza. E poich n timore n amore di Dio mi avevano mai indotto alla penitenza n alla riparazione per tutto questo, giacevo sofferente e smarrito e non mi veniva altro di meglio da dire che queste semplici parole: "Signore Ges, che sei venuto per la salvezza dei peccatori, in virt della tua immensa misericordia abbi piet di me!" (674).

3. Non avr riguardo a confessare che fui concepito dai miei genitori nel peccato (675); per giunta ero di temperamento molesto e la mia condotta inammissibile oltre ogni dire. A circa dodici anni l'obbligo impostomi da uno zio materno, che era monaco, mi strapp dalla vita inutile e traviata che conducevo nel mondo; fui rivestito dell'abito monastico - solo di quello, purtroppo! - senza essere cambiato nell'animo. Per quanto i superiori e i fratelli spirituali mi esortassero per il mio bene alla moderazione e alla santit, io, col cuore ricoperto da una spessa corazza di riottosit e presunzione, rifiutavo per orgoglio di accettare quei salutari consigli. Mi ribellavo ai pi anziani, infastidivo i coetanei, opprimevo i pi giovani; insomma, a dirla franca, la mia presenza era un tormento, la mia assenza un sollievo per tutti. Infine, spinti da questi e da altri simili motivi, i monaci di quel luogo (676) mi cacciarono dalla sede della loro comunit, sapendo d'altronde che non mi sarebbe mancato un tetto ove abitare, se non altro in virt delle mie cognizioni letterarie, come s'era gi sperimentato in varie occasioni.

4. In seguito, quando mi ero sistemato nel monastero di san Benigno martire a Digione (677), un essere non diverso, anzi identico al primo, mi apparve nel dormitorio dei monaci. Usciva di corsa sul far dell'alba dalle latrine, gridando: "Dov' il mio baccelliere? dov' il mio baccelliere?" (678). Il giorno dopo, quasi alla stessa ora, fugg di l un monaco giovane dall'animo incostante, Teodorico, che, gettata la tonaca, per un certo tempo condusse vita mondana. Poi, sinceramente pentito, ritorn sotto la regola del santo ordine.

5. Una terza apparizione si ebbe al tempo in cui dimoravo nel monastero della Beata e sempre vergine Maria detto di Melleraye (679). Una notte, quando era gi suonato il rintocco del mattutino, stanco per una fatica sostenuta non mi ero levato immediatamente, come sarebbe stato mio obbligo, e alcuni monaci che si erano abbandonati a quel brutto vizio stavano con me, mentre tutti gli altri erano corsi verso la chiesa. Sbucando dalla direzione in cui i confratelli si erano allontanati, il diavolo sal ansimando le scale, e tenendo le mani dietro la schiena s'addoss alla parete e ripet due o tre volte: "Eccomi! eccomi! io sto con quelli che rimangono qui". Quella voce mi svegli: alzai il capo e riconobbi alla vista colui che avevo gi incontrato due volte. Tre giorni pi tardi uno di quei confratelli che solevano restare di nascosto a dormire, per istigazione di quel demonio ebbe il coraggio di lasciare il monastero e, una volta fuori, di condurre per sei giorni una vita tumultuosa con la gente del mondo; il settimo giorno fu catturato (680) e vi rientr. Senza dubbio queste apparizioni, come sostiene il beato Gregorio, avvengono ad alcuni per loro condanna, ad altri come salutare occasione di correggersi (681). Che tutto ci mi valga la salvezza, auspico che lo si implori e lo si ottenga tramite il signore Ges nostro redentore.

6. Merita di essere notato attentamente e sempre ricordato che, quando per opera di spiriti buoni o malvagi si manifestano chiarissimi prodigi a persone ancora in vita, chi ha avuto in sorte tali visioni  destinato a non rimanere a lungo su questa terra. Conosciamo molti casi che lo confermano; ne citeremo qualcuno memorabile affinch, quando se ne presentino di simili, si sia indotti alla prudenza e non gi a lasciarsi ingannare. Al tempo in cui Bruno era vescovo di Langres (682), nel castello di Tonnerre abitava un prete dalla santa vita, di nome Frotterio (683). Costui, una domenica verso sera, poco prima di cena and alle finestre di casa sua per distrarsi un poco; e guardando fuori vide sbucare da settentrione schiere di cavalieri in numero infinito, che si dirigevano, come andando a battaglia, verso occidente. Dopo averle osservate a lungo, gli venne voglia di chiamare qualcuno dei suoi per farlo assistere al grande prodigio; ma non appena alz la voce perch venissero, di colpo le truppe persero consistenza e sparirono. Fu preso da tale terrore da non poter quasi trattenere il pianto; poi cadde malato, e quell'anno stesso, santamente com'era vissuto, spir. Tolta a lui la possibilit di verificare il senso recondito di quanto aveva veduto, ne diedero testimonianza quanti ne fecero esperienza. Giacch l'anno seguente Enrico, figlio e poi successore del re Roberto, mosso dall'ira piomb con un grande esercito su quel castello; ne segu un massacro dall'una e dall'altra parte (684).

7.  evidente che quell'uomo aveva avuto una visione profetica valida per s e per gli altri (685). Ricordo che qualcosa di altrettanto straordinario, ma di diverso genere, avvenne a Auxerre, nella chiesa di San Germano. L era monaco un certo Gerardo, che, dopo l'ufficio del mattutino, era solito attardarsi nell'oratorio. Una mattina gli avvenne di addormentarsi mentre pregava: immerso di colpo in un pesante torpore, come fosse morto, venne trasportato fuori del monastero; come e da chi, resta finora ignoto. Destatosi, si ritrov abbandonato in un luogo chiuso all'esterno del monastero, sbigottito oltre ogni dire per quanto gli era successo. Qualcosa del genere capit a un prete che passava la notte nello stesso monastero: addormentatosi nella cripta inferiore, dove riposano i corpi di numerosi santi, al canto del gallo si ritrov trasportato dietro il coro dei monaci. Su quella chiesa circola una voce attendibile, secondo la quale, se nel corso della notte una delle lampade per caso si spegne, i guardiani della chiesa non possono dormire finch non sia riaccesa. Nello stesso luogo viveva un monaco che andava spesso a pregare all'altare pi splendido di tutti, quello di santa Maria, rompendo in singhiozzi e in lacrime di rimorso; ma aveva un vizio, del resto condiviso dalla maggior parte della gente: di emettere spesso saliva, sputando mentre pregava (686). Una volta cedette al sonno e si addorment. Gli apparve allora, in piedi vicino all'altare, un uomo avvolto da indumenti candidi, che teneva in mano un panno bianchissimo (687), e proruppe in queste parole: "Perch m'insozzi colpendomi con i tuoi sputi? Sono io, come vedi, che raccolgo l'offerta delle tue preghiere e la reco alla presenza del Giudice misericordioso". Ammaestrato da questa apparizione, il monaco riusc a trattenersi da quel vizio, ed esort anche i confratelli a trattenersene a loro volta, per quanto potevano, all'interno dei luoghi sacri. Sebbene questo vizio derivi da un impulso naturale, in moltissimi paesi si evita assolutamente di espettorare in chiesa, salvo che lo sputo non sia raccolto in sputacchiere e poi portato fuori; ci vale anzitutto nella Chiesa Greca, dove le regole della vita ecclesiastica sono state attentamente mantenute.

8.  ben noto, e da gran tempo, che il luogo di cui abbiamo parlato, grazie al beato Germano e agli altri santi che vi riposano, si distingue per prodigi e miracoli, sotto forma sia di guarigioni sia di punizioni inflitte a chi abbia danneggiato i beni di questa chiesa (688). Ogni volta che qualche potentato del luogo si  ingrandito invadendo o saccheggiando le propriet del monastero, Dio l'ha immancabilmente punito riducendo la sua stirpe in condizioni vergognose, i suoi beni al nulla o quasi. Una evidente dimostrazione, tra le tante, della verit delle nostre parole,  il castigo inflitto alla famiglia di un certo Bovone e del figlio Alvalone, e le molte sventure che colpirono il sacrilego castello di Seignelay (689). Un'altra testimonianza posso darla io stesso (690): mi fu richiesto dai compagni e confratelli di quella abbazia di restaurare le iscrizioni sugli altari, composte una volta da uomini dotti e ora pressoch illeggibili perch sbiadite dal tempo, come quasi tutte; e volentieri m'impegnai a farlo per quanto potevo, com'era giusto. Senonch, prima di terminare l'opera, credo per essere stato troppo a lungo in piedi, una notte, rannicchiandomi sul mio giaciglio, mi sentii rattrappire tutte le membra per un disturbo d'origine nervosa, tanto da non potermi levare in piedi e neppure voltare su un fianco. Tre giorni pi tardi, mentre di notte ero immobilizzato tra gravi sofferenze, mi apparve un uomo dalla veneranda canizie, che nel sonno mi sollev per un braccio dicendomi: "Concludi al pi presto quello che hai intrapreso, e non temere pi nessun dolore". Mi ridestai subito pieno di meraviglia, mi gettai gi dal letto e corsi all'altare dei vittoriosi martiri Vittore, Apollinare e Giorgio, giacch la loro cappella era attigua all'infermeria; e qui, ringraziando in tutta umilt il Dio dell'universo, eseguii con fervore l'ufficio del mattutino (691). Il giorno dopo, perfettamente guarito in ogni parte del corpo, composi un'epigrafe in onore di quei martiri. La chiesa maggiore contava ben ventidue altari: per tutti, come si conveniva, eseguii in sinopia (692) iscrizioni opportunamente redatte in esametri e restaurai gli epitafi dei santi; nella stessa maniera adornai le tombe di alcuni religiosi. Del lavoro le persone ragionevoli furono appieno soddisfatte; ma accadde ci che era solito lamentare il padre Odilone, che diceva spesso: "Ahim! il tarlo dell'invidia, pur affliggendo ogni uomo, si  fatto il nido proprio nei cuori di taluni che professano la vita monastica". Si trasfer infatti da noi un tale che si era reso odioso ai confratelli del suo monastero, e noi lo accogliemmo col calore di sempre. Costui contagi l'abate e una parte dei monaci col morbo dell'invidia, inducendoli a tanta avversione per me che fecero cancellare tutte le epigrafi che avevo eseguito sugli altari. Ma ben presto il Dio della vendetta scagli la giusta punizione su colui che era stato istigatore di quella lite tra fratelli: d'improvviso fu condannato a un'obbrobriosa cecit, e senza scampo per il resto della sua vita non fece che inciampare camminando. L'esito di questa vicenda fu motivo di non piccolo stupore, ed ebbe eco in zone vicine e lontane.

9. In quel periodo (693) alcuni monaci dell'abbazia uno dopo l'altro lasciarono la vita terrena. Uno di loro, un certo Gualtiero, detto il Piccolo per la sua statura, dal carattere molto candido, mor la sera del sabato santo. Nell'ora della sua dipartita innumerevoli uomini e donne ebbero la visione di una colonna fiammeggiante di luce che dal tetto del monastero arrivava fino al cielo (694). I testimoni furono persuasi che ci era accaduto per un dono del Dio misericordioso, il quale aveva voluto che l'anima di quel confratello fosse partecipe della sua gloriosa resurrezione e additasse a chi restava in vita la strada dell'innocenza.

10. Molti chiedono perch, con l'avvento della nuova legge e della grazia (695), non avvengano pi, come un tempo, visioni e miracoli reali, dove sia manifesto l'intervento divino. A costoro, purch il loro cuore sia in grado di ricevere i doni dello Spirito Santo, converr brevemente rispondere con attestazioni tratte dalla Sacra Scrittura. La prima testimonianza esplicita pu venirci dal Deuteronomio. Quando il popolo ebraico, dopo essersi nutrito per quarant'anni della manna celeste, passando il Giordano giunse nella terra di Canaan, quella pioggia miracolosa cess e i figli d'Israele non se ne cibarono pi (696). Poich per noi quasi ogni avvenimento ha un senso figurato, il testo sacro non pu significare altro che questo: una volta passato il nostro Giordano, ossia dopo il battesimo di Cristo, non dobbiamo pi ricercare in cielo segni premonitori, ma deve bastarci quel pane vivo che dar a chi se ne ciba la vita eterna, il possesso futuro della terra dei viventi. Ancora, secondo l'insegnamento di Dio fu stabilito da Mos che il vasellame giunto al popolo ebreo da prede di guerra fosse purificato con l'acqua se era di legno, col fuoco se era di bronzo (697). Anche qui  da intendere in senso figurale: i vasi simboleggiano gli uomini che sfuggendo al Maligno sono passati dalla parte del Salvatore e debbono purificarsi con l'acqua del battesimo e il fuoco del martirio. Allo stesso modo dev'essere visto sotto la luce dell'allegoria quel serpente nato dal bastone che spavent Mos tanto da metterlo in fuga, e poi, afferrato per la coda, torn a essere un bastone (698). La trasformazione del bastone in serpente indica la potenza della Divinit rivestita con la carne della santa vergine Maria; Mos simboleggia il popolo giudaico, che, pur avendo visto il signore Ges vero Dio e vero uomo, non gli credette e l'abbandon; ma lo accoglier alla fine dei tempi, com' indicato dall'immagine della coda del serpente. E il famoso passaggio del Mar Rosso, quando venne separato e prosciugato (699), e i popoli infedeli passati a fil di spada per ordine del Signore, chiaramente significano che il regno d'Israele, dopo una certa durata, decade e sparisce. Al principio del tempo della nuova grazia, ossia del regno di Cristo, troviamo il signore Ges che cammina sulle onde del mare e concede di camminarvi con lui a Pietro (700), che ha messo a capo della sua Chiesa; con questo non si vuole indicare altro a tutti i fedeli se non che, dopo la sottomissione - non la distruzione e lo sterminio - di tutte le genti pagane, tra esse si impianter il regno di Cristo che durer per sempre. Giacch nel testo sacro vi sono frequenti prove che il mare simboleggia il mondo terreno.

11. Spesso, mentre si cerca di illuminare con le parole un concetto molto profondo, si riesce inferiori al compito, secondo le parole della Scrittura: "Chi si fa indagatore della maest,  soffocato dalla gloria" (701). Perch sia stata premessa questa considerazione, chiariremo in breve. Si sa che pochissimi possono penetrare il mistero dell'eucarestia, che resta oscuro a quasi tutti gli uomini, come tutto ci che si fonda sulla fede senza fare ricorso alla testimonianza della vista. E importante avvertire che la materia vivificante del corpo e del sangue del signore Ges Cristo si ritiene non possa in s stessa consumarsi n correre alcun pericolo per qualsiasi evento (702); ma se apparentemente si sciupa o deperisce per la trascuratezza di chi se ne occupa, incombe sul colpevole, se non se ne pente al pi presto, un giudizio di condanna. E quando il Signore dice: "Chi si ciba della mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciter" (703), non ne dobbiamo dedurre che qualche animale, oltre all'uomo, partecipi della resurrezione della carne: solo l'uomo, se fedele, pu ricevere l'eucarestia per la sua salvezza. Ai nostri tempi c'era un tale, vestito di abiti clericali, che, essendo stato giustamente (704) accusato di non so che delitto, nel corso dell'interrogatorio processuale os ricevere il dono dell'eucarestia, ossia del calice del sangue di Cristo. D'improvviso gli si vide uscire attraverso l'ombelico la particola bianchissima del sacrificio che aveva appena inghiottito, fornendo cos una prova evidente oltre ogni dubbio della colpevolezza di chi l'aveva assunta. Confessando subito quel che prima aveva negato, questi ne fece la giusta penitenza. Nel territorio di Chalon (705) ho conosciuto persone che, nell'imminenza di una sciagura, hanno visto l'ostia consacrata trasformarsi in carne vera. Presso la citt di Digione, nello stesso periodo, a un tale che recava l'eucarestia a un malato l'ostia cadde accidentalmente di mano, e, sebbene attentamente ricercata, non si pot trovare; fu poi rinvenuta nel volgere di un anno a lato della pubblica strada dov'era caduta, all'aperto, candida e intatta come se vi fosse caduta in quel momento. Infine, nel monastero di Ile-Barbe a Lione (706), poich qualcuno - si deve presumere - tent di manomettere illecitamente la scatoletta, o pisside, dov'era custodita come d'uso, l'ostia gli sfugg dalle mani e rimase a lungo in aria.

12. Il crismale, che alcuni chiamano corporale (707), si sa per lunga esperienza che pu dare soccorso a chi lo richiede con fede sicura. Spesso, se tenuto alto di fronte a un incendio, l'ha domato spegnendolo o l'ha respinto indietro o l'ha deviato in altra direzione; molte volte ha alleviato le sofferenze degli infermi guarendoli, cos come, imposto su persone febbricitanti, le ha risanate. Presso il monastero della Rome, sotto l'abbaziato del venerabile Guglielmo (708), per caso un incendio devast le campagne circostanti. Dopo aver preso il crismale e averlo appeso a una pertica, i monaci locali lo tennero alto verso le fiamme che infuriavano con violenza. Subito il fuoco torn sul suo cammino e non pot distruggere pi di quanto aveva gi investito. Sfuggito dalla pertica per un soffio di vento, il sacro panno vol per un paio di miglia fino a un villaggio detto Tivauche (709), dove si ferm sopra una casa, ed essendo stato seguito fin l, venne riportato con tutti gli onori al monastero. Il giorno di Pasqua dello stesso anno, nella chiesa di San Paolo contigua al monastero, il calice del sangue vivificatore sfugg di mano al sacerdote finendo in terra. Non appena il suddetto padre lo seppe, ordin a tre suoi monaci di fare penitenza per scontare questa colpa, temendo, da uomo di acuta perspicacia, che l'incuria d'un prete sconsiderato coinvolgesse nella vendetta, insieme con lui, la stessa comunit; e questo sarebbe certo accaduto se non l'avessero impedito la sua accortezza e la sua sagacia, come i fatti dimostrarono (710). Abbiamo raccontato questi episodi perch ci si persuada fermamente che, qualora una trascuratezza provochi la caduta di questo dono santo e vivificatore, seguir presto la vendetta tremenda del cielo, mentre, dovunque esso sar trattato col giusto riguardo, si avr abbondanza di beni e ogni prosperit.

13. Quanto giovi alle anime dei fedeli defunti la celebrazione di questo straordinario mistero,  stato ben dimostrato in molte occasioni; tra i tanti esempi vorrei ora proporne uno all'attenzione. In una remota zona dell'Africa viveva un anacoreta che da vent'anni, dicevano, si teneva lontano dalla vista di ogni uomo. Si sostentava col lavoro delle sue mani, nutrendosi di radici. Avvenne che un cittadino di Marsiglia, uno di quelli che girano paesi e paesi senza mai saziarsi di provare novit in diversi luoghi, durante un viaggio arriv nella zona; ed essendogli giunta all'orecchio la fama dell'eremita, affront il deserto in quella terra bruciata dalla vampa del sole, cercando a lungo e insistentemente d'incontrarlo. Fu infine l'eremita che per primo vide colui che lo cercava, e lo chiam. Quando si fu avvicinato, l'eremita cominci a interrogarlo: chi era, da dove veniva, perch era arrivato fin l. L'altro rispose subito che vi era arrivato spinto dalla voglia di vederlo, e di non desiderare altro che questo. Allora quel conoscitore di Dio disse a sua volta: "So che sei giunto qui fin dalla Gallia; dimmi, ti prego, se hai mai veduto il monastero di Cluny, che si trova in quel paese". "Certo, lo conosco molto bene." Ed egli di nuovo: "Sappi che, tra tutti i monasteri del mondo latino, quello ha il primato nel liberare le anime dal giogo dell'inferno. L  cos intensa e incessante la celebrazione del divino sacrificio, che quasi ogni giorno, in cambio di esso, si sottraggono anime al potere delle forze diaboliche". In quel cenobio infatti, come noi stessi abbiamo constatato, si celebrava continuamente la messa dal sorgere del sole fino all'ora di pranzo, dato l'alto numero dei monaci; ed era cerimonia di tale dignit, purezza e reverenza che costituiva uno spettacolo pi angelico che umano (711).

14. Nell'anno 1041 dall'incarnazione del Signore il termine della Pasqua ricorse il 21 marzo e la Pasqua stessa il 22 (712). L'ho qui notato perch il giorno comune non pu mai cadere prima, cos come l'embolismo non pu scendere pi gi del 25 aprile; e in effetti, secondo le regole, la domenica di Pasqua  compresa tra questi 35 giorni (713). Quell'anno mor l'imperatore Corrado; gli successe nel regno il figlio Enrico, che il padre aveva gi associato al trono (714).

15. Nello stesso periodo, per intervento della grazia divina, dapprima nella regione aquitanica, poi gradatamente nell'intero territorio della Gallia, si stabil una convenzione dettata ugualmente da timore e da amore di Dio: che nessun uomo, dalla sera del mercoled fino all'alba del luned successivo, si permettesse l'atto temerario di togliere con la violenza qualcosa a qualcuno, n di consumare una vendetta su qualsiasi nemico, n di ritirare un pegno da un mallevadore. Se questo pubblico decreto fosse stato violato, il colpevole avrebbe scontato con la vita o sarebbe stato scomunicato e cacciato in esilio. S' generalmente convenuto di chiamare tutto ci, con un termine volgare, "tregua del Signore" (715); essa fu non solo garantita dalla protezione degli uomini, ma spesso confermata da segni tremendi inviati da Dio. Molti sconsiderati non esitarono, nella loro folle audacia, a rompere questo patto; e prontamente si abbatt su di loro l'ira vendicatrice del cielo o la spada dell'umana giustizia. Casi del genere furono dappertutto cos frequenti che per il loro gran numero non si possono riferire ad uno ad uno. E fu bene; giacch, come la domenica  venerata in memoria della resurrezione del Signore ed  detta l'ottavo giorno (716), cos il gioved, il venerd e il sabato bisogna evitare ogni atto d'ostilit, per il rispetto dovuto all'ultima cena e alla passione di Cristo.

16. Mentre queste condizioni venivano rigorosamente osservate, come dicevamo, quasi in ogni zona della Gallia, il popolo di Neustria (717) rifiut di accoglierle. Motivo ne fu l'implacabile contesa scoppiata tra re Enrico, figlio di Roberto, e i figli del gi ricordato Oddone (718): accendendo le fiamme della guerra civile e infliggendosi reciprocamente danni non lievi, costoro causarono continui massacri tra i propri seguaci. Infine la punizione celeste, per imperscrutabile giudizio divino, cominci a fare strage tra quelle popolazioni. Una febbre mortale divor gran parte di loro, fossero di condizione alta, media o bassa, risparmiandone solo alcuni, con mutilazioni in varie parti del corpo, ad ammonimento dei posteri. Contemporaneamente quasi tutto il mondo fu afflitto da carestia di vino e di pane.

17. Lo stesso anno (il 1045 dall'incarnazione del Signore) Enrico figlio di Corrado, allora gi re dei Sassoni e in procinto di divenire imperatore dei Romani (719), spos Agnese, figlia di Guglielmo duca di Poitiers (720); la cerimonia di fidanzamento ebbe luogo nella citt di Crisopoli, in volgare Besanon (721). Vi si raccolsero, per festeggiarli entrambi e manifestare loro devozione, moltissimi rappresentanti della nobilt e ben ventotto vescovi. Questo re aveva ricevuto la sottomissione del regno d'Austrasia (722), che gli toccava in via ereditaria, e aveva imposto al popolo degli Unni un re di suo gradimento, di nome Abbone (723); marchesi e conti d'ogni parte d'Italia e di Germania a una voce lo reclamavano volentieri loro signore. E non a torto: era uomo che conquistava con l'affabilit, si distingueva per generosit, aveva il dono della modestia, n si poteva cogliere in lui il minimo accenno di superbia; ecco perch era amato da tutti i vicini. Quello stesso anno il popolo degli Ungari si ribell alla sua autorit; egli li attacc, li sconfisse pesantemente e impose loro dei tributi (724). Aveva un solo difetto, ahim, davvero deprecabile: era notoriamente soggetto a concupiscenza carnale; un vizio che pi d'ogni altro turba l'armonia nel genere umano.

18. L'anno dopo (1046) sopraggiunse in vari luoghi una carestia di vino e legumi. Inoltre l'otto di novembre, quattordicesimo giorno della luna - epatta nulla, concorrente settimo -, ebbe luogo un'eclissi lunare che caus grande spavento (725). All'ottava ora di notte - se sia intervenuto tra il sole e la stessa luna un prodigio voluto da Dio o si sia intromessa la sfera d'un terzo astro, pu comprenderlo solo la sapienza del Creatore - la luna si tinse quasi per intero d'un sinistro colore sanguigno; poi disparve gradatamente fino all'aurora del giorno successivo. Nello stesso mese, nel castello di San Fiorentino, sul fiume Armancon (726), verso mezzogiorno piovve dal cielo ci che in greco si dice selas o chasma o palmatias (727), quando un inconsueto splendore si sprigiona dall'etere verso la terra, sicch il popolo ignorante parla di una stella che cade dal cielo (728). Sempre in quel novembre arrivarono eccezionalmente a maturazione, in certe localit della Gallia, le messi della prima semina d'agosto, che di solito si raccolgono in ottobre; e ci fu motivo di grande meraviglia.


II. Esito miracoloso di una guerra (729).

19. All'incirca nello stesso periodo era scoppiata una grave controversia, che port allo spargimento di molto sangue, tra il re di Francia Enrico, figlio di Roberto, e i figli di Oddone, Tebaldo e Stefano (730). Dopo massacri e disastri dall'una e dall'altra parte il re decise di togliere a questi ultimi il dominio sulla citt di Tours per assegnarlo a Goffredo detto Martello, figlio di Folco conte d'Angi. Costui radun un grande esercito e tenne assediata la citt per un anno e pi. Alla fine i due figli di Oddone mossero contro di lui per dargli battaglia, o piuttosto per portare aiuto con vettovaglie alla citt ormai ridotta allo stremo. Quando seppe la cosa, Goffredo invoc in soccorso il beato Martino (731): gli promise umilmente che avrebbe risarcito tutto ci che aveva sottratto con la violenza tra le propriet di questo santo confessore e d'ogni altro santo. Prese poi la sua (732) insegna, l'attacc alla lancia, e con una folta schiera di cavalieri e fanti marci contro il nemico che l'aspettava per combattere. Quando vennero allo scontro, l'esercito dei due fratelli fu colto da tale spavento che nessuno riusc a combattere, quasi fossero stati tutti legati. Stefano volse le spalle e fuggi con alcuni cavalieri; Tebaldo, col grosso dell'esercito, fu fatto prigioniero e portato nella citt di Tours, che dovette consegnare a Goffredo, rimanendo poi nelle sue mani con tutti i suoi, che vennero custoditi in diversi luoghi. Fu chiaro a tutti che la vittoria era stata ottenuta con l'aiuto del beato Martino, cos devotamente implorato. Alcuni infatti, fuggiti dalla battaglia, riferirono che nell'imminenza dello scontro tutti i combattenti dell'esercito di Goffredo, cavalieri e fanti, erano apparsi avvolti di panni candidissimi (733). D'altronde i figli di Oddone rifornivano i loro seguaci sottraendo ci che toccava ai poveri dello stesso santo. Provoc meraviglia e spavento sapere che erano stati catturati in battaglia, senza alcuno spargimento di sangue, oltre millesettecento uomini armati.


III. Terza eclissi di sole.

20. In quello stesso mese di novembre, il giorno 22 all'ora terza, si ebbe la terza eclissi di sole dei nostri tempi (734): fu nel ventottesimo giorno del ciclo lunare, perch l'eclissi solare dovr sempre ricorrere il ventottesimo e quella lunare il quattordicesimo giorno di luna.  detta eclissi, ossia mancanza o assenza, non perch il corpo celeste in s scompaia, ma perch noi non possiamo vederlo. Da Guido arcivescovo di Reims (735) abbiamo appreso che in quei giorni parve ai suoi fedeli di vedere la stella Bosforo (736), detta anche Lucifero, oscillare una sera ripetutamente in su e in gi (737), quasi minacciando gli abitanti della terra. Simili prodigi inviati dal cielo indussero moltissima gente ad atterrirsi per le proprie colpe e a ritrovare la strada del pentimento e dell'espiazione. Tra le varie carestie di quel periodo vi fu una tale penuria di vino che si giunse a far pagare ventiquattro soldi per un moggio (738).


IV. Contesa per la sede arcivescovile di Lione.

21. Nei medesimi giorni, alla morte di Burcardo arcivescovo di Lione (739), era sorta una gravissima contesa per la cattedra di quella sede, che parecchi pretendevano non gi per meriti legittimi ma perch spinti da superbia e vanagloria. Primo tra tutti il nipote di questo Burcardo, suo omonimo (740), uomo superbo oltre ogni limite, che, abbandonando la propria sede nella citt d'Aosta, ebbe il coraggio d'impadronirsi di quella di Lione. Dopo aver commesso molte nefandezze, fu catturato dalle guardie dell'imperatore e condannato all'esilio a vita (741). In seguito un conte, mosso solo dalla sua presunzione, impose arbitrariamente che successore di quello fosse il proprio figlio Geraldo, ancora bambino; ma in breve anche lui, non gi come il buon pastore ma come quello mercenario (742), fu messo in fuga e spar. Quando questi avvenimenti furono riferiti al pontefice di Roma, alcuni fedeli gli suggerirono di designare con la sua autorit il padre Odilone, abate del monastero di Cluny, perch fosse consacrato vescovo di quel luogo (743). Questo era anche il voto entusiastico del clero e del popolo tutto. Subito il papa gli fece inviare il pallio e l'anello, nominandolo arcivescovo di quella citt. Ma questi, tutto dedito alla religione e attaccato ai suoi voti d'umilt, rifiut recisamente d'accettare; ritir solo il pallio e l'anello, riservandosi di consegnarli a colui che per volere di Dio sarebbe stato degno vescovo di quella sede. Fin dall'antichit a questa citt si guarda come a quella che addita la luce della Verit alla maggior parte della Gallia, perch l in origine arrivarono, mandati da san Policarpo discepolo dell'apostolo Giovanni, i missionari della fede cristiana che illuminarono l'intera regione (744).

22. Quando re Enrico - che, l'abbiamo gi detto, s'era annesso il regno d'Austrasia (745) - fu informato di questa rovinosa contesa, se ne dispiacque e si domand come intervenire. Giunto a Besanon (746), i vescovi e l'intero popolo gli consigliarono di designare alla guida dell'episcopato lionese un uomo veramente degno dell'incarico, Odolrico arcidiacono di Langres (747). Il re fece immediatamente come gli era stato suggerito: rivestito di splendidi paramenti, Odolrico fu collocato in questa sede. E ben presto, tra la generale soddisfazione, la pace e l'armonia da lungo tempo sospirate tornarono in tutta la provincia (748).

23. In seguito si ribell di nuovo il popolo ungaro, preparandosi a combattere contro il re (749). Sebbene inferiore di truppe, egli, fidando nel soccorso divino, non esit a farsi loro incontro e ad attaccare battaglia. Il suo esercito non superava i seimila uomini, mentre si calcolava che le torme degli Ungari arrivassero a duecentomila armati. Accompagnavano il re vari vescovi e molti chierici, che vollero affrontare il combattimento con lui, disarmati, per amore della fede. All'inizio della battaglia si riversarono sugli Ungari nebbie e tenebre cos fitte che a stento ognuno di loro poteva scorgere il proprio vicino; invece l'esercito del re appariva illuminato dentro e d'intorno da un sole splendente (750). Combattendo con coraggio, Enrico inflisse ai nemici una sanguinosissima sconfitta costringendoli alla fuga, mentre pochissimi tra i suoi rimasero sul terreno. Dopo aver raccolto il bottino e aver ristabilito in quel regno l'ordine primitivo, il re torn in patria da trionfatore.

24. In quello stesso periodo l'abate di un monastero dotato di possedimenti rispettabili, per guadagnare a s e alla sede affidatagli il favore e la generosit dell'imperatore, gli fece omaggio di un cavallo di gran pregio. Ora, quel cavallo era stato furtivamente sottratto a un cavaliere e poi venduto all'abate che ne era all'oscuro. L'imperatore lo accolse con piacere e decise di montarlo egli stesso. Un giorno, mentre procedeva proprio in sella a quel cavallo, gli si fece incontro il cavaliere a cui era stato rubato. Affrontando abilmente l'imperatore, se ne usc con queste parole: "Proprio tu, o re, che devi sentenziare in ogni materia di giustizia, mostri di possedere un cavallo che mi  stato tolto con l'inganno!". Il re gli rispose senza esitare: "Se questo cavallo  tuo come affermi, prendilo insieme con chi lo monta e portalo dove pi ti piace; potrai tenere l'uno e l'altro finch non avrai avuto la riparazione del furto". Pensando che l'altro si facesse beffe di lui, il cavaliere rimase attonito; allora il re lo costrinse a stendere la mano (751) e a condurre l'uno e l'altro verso il suo dominio. Quelli che, intorno, osservavano la scena trasecolarono per lo stupore. "Quale ricompensa" disse il re "sar dovuta a chi cos malignamente mi ha ridotto in servit?" Tutti gli astanti proruppero in invettive contro il colpevole. E il re: "Portatelo qui, perch sia punito come vuole il dileggio a cui mi ha esposto". Fu condotto l'abate, e il re gli ordin: "Deponi il bastone dell'autorit pastorale, che tu pensi si debba portare in grazia della concessione avuta da un uomo mortale". Quello lo gett lontano da s; il re lo prese e lo depose nella mano destra di una statua del Salvatore, dicendo all'abate: "Va' a riprenderlo dalla mano del Re onnipotente, e d'ora in poi non sentirti debitore di esso verso alcun mortale, ma usalo con l'indipendenza che si conviene alla dignit d'un titolo come il tuo" (752). Ripreso con gioia il bastone, l'abate rallegr molta gente col racconto di quanto era accaduto, e da quel momento govern con piena indipendenza.


V. Estirpazione della simona.

25. Avendo constatato che la simonia, per la cupidigia di denaro, imperversava in ogni zona della Gallia e della Germania, Enrico convoc arcivescovi e vescovi da tutte le regioni dell'Impero (753), e cos si rivolse loro: "Vi parler col pianto nella voce. Voi siete stati collocati come vicari di Cristo nella sua Chiesa, quella che egli fece sua sposa e che redense a prezzo del suo sangue (754). Come con gratuito atto d'amore si degn di scendere dal seno di Dio padre tramite una Vergine a redimerci, cosi ai suoi discepoli, quando li invi in ogni parte del mondo, raccomand: "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (755). Ma voi, che dovreste donare con la benedizione del Signore, e invece, divorati dall'avarizia e dalla cupidigia, accordate e ricevete contro il lecito, secondo la legge divina siete maledetti! Anche mio padre, la cui anima temo sia in grave pericolo, fu spesso preda, in vita, della stessa riprovevole avidit (756). Pertanto quelli tra voi che sanno di essere affetti da una simile colpa, devono, secondo le norme canoniche, essere esclusi dal santo ministero.  perfettamente chiaro che per questa violazione si sono abbattute sui figli degli uomini varie calamit: carestie, epidemie, guerre. Giacch ogni gradino della gerarchia ecclesiastica, dal sommo pontefice all'ostiario, sta scontando il prezzo di questa condanna; in tutti, secondo la parola di Dio, imperversa questa pirateria spirituale" (757). A queste parole, che l'imperatore profer con tono assai aspro, i prelati rimasero attoniti e senza sapere che cosa rispondere. Temevano di essere destituiti dai loro episcopati per questa colpa; e ci perch la pratica nefanda non si era diffusa solo tra i vescovi della Gallia, ma molto pi era dilagata nell'Italia intera. A quel tempo tutte le cariche ecclesiastiche si mercanteggiavano, come le compravendite secolari sulla pubblica piazza. I vescovi dunque, vedendosi inchiodati da quella violenta invettiva, invocarono un atto di misericordia; e il sovrano, mosso a piet, pronunci queste parole di consolazione: "Andate. Cercate d'impiegare nel modo giusto ci che vi siete procurati illecitamente; ricordatevi bene di intercedere per l'anima di mio padre, che con voi divide il peso di questa colpa, cos da potergli impetrare da Dio l'indulgenza per tale delitto". Pubblic poi un editto, valido per tutto il territorio dell'Impero, che vietava di comprare con denaro qualsiasi carica o ufficio ecclesiastico; chiunque si fosse permesso di venderne o acquistarne, sarebbe stato spogliato d'ogni grado e colpito da scomunica. Aggiunse questa solenne promessa: "Come il Signore con la sua sola misericordia mi ha fatto gratuito dono di questa corona imperiale, cos anch'io in materia di culto far concessioni del tutto gratuite. Voglio che voi, se potete, facciate lo stesso".

26. In quel periodo la sede romana, in tutto il mondo giustamente qualificata come universale, era divenuta preda di questa mortale pestilenza che l'affliggeva ormai da circa venticinque anni. A presiederla era stato elevato, contro ogni norma, un fanciullo quasi dodicenne (758), non gi in considerazione della sua et o della santit della sua vita, ma solo a prezzo d'oro e d'argento. Dopo un inizio cos infausto questo pontefice fece una fine anche peggiore; ma non ho il coraggio di riferire la turpitudine della sua vita e dei suoi costumi. Con l'unanime consenso del popolo romano e per disposizione dell'imperatore, venne espulso dalla sede che occupava e sostituito da Gregorio, romano di nascita, uomo autenticamente religioso e in fama di santit (759). La sua buona reputazione ha posto riparo ai danni causati dalle nefandezze del predecessore.
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FINE.